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Apprezzamento Basso
Da non rileggere

Via delle Camelie

Rodoreda Mercé

Cecilia è stata abbandonata, molto piccola, sull'uscio di una coppia, Signor Jaime e Signora Magdalena, che l'hanno allevata, come una figlia. La sua comparsa e il suo nome, trovato in un biglietto insieme con la culla, sono un mistero: perché Cecilia ? Forse suo padre era un musicista oppure " doveva essere un uomo molto cattivo e che io avevo orecchie da criminale". Cecilia si sente come una estranea, che riesce a trovarsi in sintonia con il mondo (i fiori, i profumi dei giardini, le stelle, i vestiti e le parure di gioielli), ma non con gli uomini. " Era come se la casa e i signori che mi avevano raccolto, con le tazze di tiglio e la torretta e la poltrona gialla e la storia della spilla da balia e del biglietto fossero una di quelle storie che si raccontano ai bambini per fargli paura nelle sere d'inverno o per farli ridere, secondo come viene". Una solitudine esistenziale sovrasta Cecilia e la porta ad amare solo sé stessa: guardandosi, adolescente, davanti ad uno specchio, la ragazza si rende conto che è diversa dagli altri, perché " ero chi fa innamorare e dentro lo specchio ero l'innamorato". Questo senso di auto sufficienza dei sentimenti conduce Cecilia a lasciarsi andare, ad accettare dapprima relazioni sentimentali senza amore, poi a prostituirsi per finire col diventare l'amante opportunista di uomini ricchi e potenti. Cecilia trascorre una esistenza senza gioia, un " vivere fino alla morte". Ed è proprio la stanca consapevolezza dell'inutilità della sua esistenza che spinge la donna a ripercorrere a ritroso la propria vita per investigare di come era stata lasciata, per svelare il mistero della sua nascita, ciò che era alla base della sua sofferenza. E scopre che molti l'hanno amata, che i suoi genitori adottivi sono stati travolti dal dolore per averla persa e che la sua comparsa e il suo nome avevano avuto una origine molto banale. Un vigilante " aveva trovato una bambina, come un gattino, che si sarebbe chiamata Cecilia".

Nei romanzi di Mercé Rogoreda c'è sempre una ferita iniziale, quasi primordiale, che condiziona tutta la vita della protagonista. In questo caso, l'angoscia esistenziale è il senso stesso della nascita: sentire che non sappiamo da dove veniamo crea uno stato di smarrimento rispetto agli uomini, una incapacità di relazioni autentiche, ciò che invece Cecilia riesce ad avere con le cose e con gli animali. Ma perché non accettare che nasciamo tutti come i gattini e i nostri veri genitori sono coloro i quali ci hanno accolto con affetto ?

E' un romanzo difficile, con un lento ritmo narrativo e ricco di simbolismi, che lo rendono spesso criptico e poco comprensibile. Non c'è mai un momento di stacco, di accelerazione, quasi che la trama rotoli così come la vita, che, come dice l'autrice, é fatta di " tanti giorni".

Perché non leggerlo ? E' così surreale e criptico da essere noioso.


Anno: 1965
Pagine: 202
Editore: La Nuova Frontiera

Letto in italiano
Finito di leggere il 17.07.2011

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