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Da non rileggere

L'Agnese va a morire

Viganò Renata

Il romanzo narra la Resistenza nelle Valli di Comacchio, tra la terraferma e le zone vallive. A differenza dei grandi libri sulla guerra di liberazione (1943 -1945), generalmente ambientati in montagna, "L'Agnese va a morire" parla della guerra partigiana di pianura, dove "i tedeschi non sapevano che fra quegli uomini e quelle donne, in giro fra la neve, molti, quasi tutti, erano partigiani. Staffette inviate con un ordine nascosto nelle scarpe, dirigenti che andavano alle riunioni nelle stalle dei contadini, capi che preparavano l'azione dove nessuno l'aspettava. (...) Un fuoco senza fiamma né fumo: un fuoco senza segno. I tedeschi e i fascisti ci mettevano i piedi sopra, se ne accorgevano quando si bruciavano." La pianura, ed in particolare l'ambiente vallivo, sono lo sfondo delle vicende di Agnese: una donna grassa e vecchia, sino ad allora laboriosa lavandaia e ruvida contadina. "Una sera di settembre l'Agnese tornando a casa dal lavatoio col mucchio di panni bagnati sulla carriola, incontrò un soldato nella cavedagna. (...) Aveva le scarpe rotte, e si vedevano le dita dei piedi, sporche, color di fango". Senza esitazione Agnese gli dà rifugio e gli indicherà poi la via della fuga, quando arriveranno i tedeschi. Con questo atto apparentemente ovvio Agnese inizia un percorso umano e politico, che la porta da "un odio adulto, composto ma spietato, verso i tedeschi, (...) verso i fascisti servi", a diventare "responsabile davvero di azioni incomprensibili e di imprevedute decisioni". Dapprima le viene chiesto di portare un pacco e lei risponde: "se sono buona"; poi diviene la coordinatrice della staffette e nel contempo assicura un sicuro nascondiglio al comando di brigata; infine, viene costretta a fare in solitudine scelte rapide e rischiose, che coinvolgono la vita di molti partigiani. Tutto ciò resterebbe un racconto astratto se non fosse calato mirabilmente nell'ambiente vallivo e nelle situazioni di lotta e di sopravvivenza che lo caratterizzarono. Nelle diverse stagioni, dalla primavera all'inverno, le condizioni di vita sono sempre più dure, e ad esse corrisponde un crescente inasprirsi dello scontro tra partigiani e tedeschi. "Andavano con le barche dentro il canale verde, viscido come una lumaca. Ai lati le canne erano alte, ma non facevano ombra: il sole passava fra i gambi diritti, nudi, come da un'inferriata, e bruciava sull'acqua, sulle erbe a galla che parevano bisce morte. (...) E' un luogo magnifico, disse il Comandante, le canne non fanno verde, non fanno ombra, ma nascondono. (...) L'Agnese conosceva quel rumore della valle di notte: ronzare sordo, un grido isolato". Il contingente dei partigiani si è rifugiato in un casone sperduto nella valle e qui "verso sera cantavano, con voce bassa perché nessuno li sentisse, e il canto sembrasse poco più il fruscìo della canne... (...) Le staffette portavano all'accampamento il pane, il vino, gli ordini e le circolari...". Con l'inverno e la pressione crescente dei tedeschi, "via, via dalla casa, via dalla prigione, prigionieri ancora di quell'acqua scura, sconvolta, piena di erbe e di fango, ma già avviati verso la terra, dove si respirava aria propria, aria pura, non soltanto quella respirata dal compagno vicino, e si camminava non in pochi metri di pavimento, ma avanti, per una strada, per un argine, per un campo, avanti fino al mondo degli uomini liberi". Stretti tra i tedeschi e gli alleati, in fuga da un ambiente ostile e insopportabile, i partigiani vanno a morire, "pur di arrivare a riva, di essere fuori dall'acqua, di mettere i passi sul suolo che non tremava". Agnese sogna il marito morto durante la deportazione in Germania "Com'è dura, vero ? Lo so che non ne puoi più. Ma non è ancora l'ora di liberarsi, Agnese. (...) L'Agnese lo vide aprire la porta sul freddo della scala, sentì in faccia veramente quell'onda fredda. Poi si accorse che non era Palita (il marito), e dietro di lui c'era un altro, e un altro, e un altro. L'ultimo richiuse piano la porta."

Dopo tanti uomini protagonisti della Resistenza, ecco finalmente una donna, e non certo un'intellettuale ! Solo perché rende giustizia al contributo femminile alla lotta partigiana il romanzo merita un posto di primo piano nella letteratura sulla guerra di liberazione. Non bisogna lasciarsi limitare da questa chiave interpretativa: nel romanzo ci sono numerosi personaggi, tanti episodi della vita civile e combattente, un intenso ritmo narrativo, ricco di colpi di scena, non ultimo quello finale. Dalla critica è stato considerato un romanzo neorealista; se ci si lascia affascinare dalla scrittura, ed in particolare dalle descrizioni dell'ambiente vallivo, ci si accorge come il racconto abbia un sottofondo lirico e persino onirico. Si potrebbe supporre che sia un'epopea sognata, iliade moderna, densa di miti e di figure eroiche: proprio ciò di cui abbiamo bisogno.

Lo stile è asciutto, con un uso sapiente della punteggiatura: le frasi brevi e concise non spezzettano la narrazione, ma ne danno efficacia comunicativa, anche perché aiutate dalla ricchezza degli aggettivi e dal ricorso a dialoghi brevi e sintetici.

Perché leggerlo ? Un capolavoro nei contenuti e nello stile !


Anno: 1949
Pagine: 239
Editore: Giulio Einaudi

Letto in italiano
Finito di leggere il 22.08.2018

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