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Apprezzamento Basso
Da non rileggere

I Promessi Sposi

Manzoni Alessandro

I Promessi Sposi sono ambientati nel Seicento, nel Ducato di Milano allora possedimento della Spagna; non è un romanzo storico, anche se molti avvenimenti sono realmente accaduti; parla, invece, al presente, con un messaggio di chiaro stampo conservatore: ci dobbiamo affidare alla Divina Provvidenza, perché siamo parte di un grande disegno, a noi incomprensibile. Così spiega il cardinale Federigo Borromeo a Lucia, appena liberata dall'Innominato: "Povera giovine, Dio ha permesso che foste messa a una gran prova; ma v'ha anche fatto vedere che non aveva levato l'occhio da voi, che non v'aveva dimenticata. V'ha rimessa in salvo; e s'è servito di voi per una grand'opera, per fare una gran misericordia a uno, e per sollevar molti nello stesso tempo". La trama, i personaggi, la scrittura non hanno una loro autonomia, sono al servizio di una "morale", di una visione della società, che vuole che il popolo stia quieto, in attesa dell'intervento salvifico di Dio, e della sua Chiesa. A ciascuna delle parti del libro corrisponde uno slogan. Il primo blocco di capitoli, dal I all'VIII, è ambientato in un piccolo paese vicino Lecco, parla della vita degli umili, loro malgrado travolti dai guai, di cui non hanno alcuna colpa. Facciamo conoscenza dei due protagonisti, Renzo e Lucia, il giovane un miscuglio di furbizia contadina e di irruenza popolana, la ragazza un insieme di devozione superstiziosa e di apparente docilità; ci sono poi gli altri personaggi: Agnese, la madre di Lucia, che incarna il buon senso contadino, Don Abbondio, il curato del villaggio, rappresentativo della fragilità morale e caratteriale del basso clero, fra Cristoforo, un padre cappuccino dal passato travagliato, che a sua volta personifica il tormento di una fede faticosamente raggiunta, tra volontà di ribellione e ubbidienza al Signore; ed infine il cattivo, Don Rodrigo, simbolo del sopruso e del capriccio, di un uso del potere senza giustizia. La vicenda è quella di sempre, nella campagne d'Italia come di tanti altri paesi. Lucia è oggetto del desiderio di Don Rodrigo e a nulla valgono le astuzie di Agnese e gli accorgimenti di fra Cristoforo: Renzo e Lucia devono separarsi ed abbandonare il paesello nativo. Così come il romanzo si apre con la famosa descrizione delle montagne di Lecco, selvagge ed amene ad un tempo, i primi capitoli si concludono con uno dei brani più suggestivi dell'intero libro. "Addio, monti sorgenti dall'acque, ed elevati al cielo, note a chi è cresciuto tra voi, e impresse nella sua mente, non meno che lo sia l'aspetto de' suoi più familiari; (...) Quanto è triste il passo di chi, cresciuto tra voi, se ne allontana ! (...) Chi, staccato a un tempo dalle più care abitudini, e disturbato nelle più care speranze, lascia que'monti, per avviarsi in traccia di sconosciuti che non ha mai desiderato di conoscere, e non può con l'immaginazione arrivare a un momento stabilito per il ritorno !" Se avessimo un po' di questa affettuosa compassione, forse riusciremmo ad affrontare l'immigrazione con umanità, e non ci faremmo sovrastare dalla paura e dall'odio ! I due capitoli successivi, IX e X, narrano della Monica di Monza: una giovane costretta a farsi suora di clausura e che non accetta il proprio destino. Manzoni ci parla della virtù cristiana della rassegnazione: non essersi affidata alla fede, e quindi al volere di Dio, condurrà la disgraziata all'empietà, al punto di tradire Lucia, che le era stata affidata, consegnandola ai bravi dell'Innominato. Talvolta sembra che Manzoni stia per approfondire i sentimenti, senza dubbio controversi, della povera donna; poi, lo scrittore si limita ad una arida biografia della monaca e a vaghi cenni psicologici, non si sofferma perché è inutile al suo scopo, non gli interessa la vita reale, ciò che gli preme è fornire una morale universale. Nei capitoli dall'XI al XVIII il racconto ha come oggetto la grande rivolta per il pane, che sconvolse Milano nel 1628, e del ruolo che ne ebbe Renzo, trasformatosi ingenuamente in capo popolo. E' una lunga digressione, che serve a questo: è inutile e dannoso ribellarsi, non porta a nulla e soprattutto il popolo, nella sua dabbenaggine e volubilità, si lascia ingannare e viene di fatto manipolato. Come dirà Renzo, "per governarsi meglio in avvenire. Ho imparato a non mettermi nei tumulti: ho imparato a non predicare in piazza, ho imparato a guardare con chi parlo..." Siamo arrivati a quella che dovrebbe essere la parte centrale del romanzo: la conversione dell'Innominato, un uomo talmente iniquo e potente, che non si osava persino pronunziarne il nome, "significava qualcosa d'irresistibile, di strano, di favoloso... la sua vita era un soggetto di racconti popolari". I capitoli che lo riguardano sono quelli che vanno dal XIX al XXVII; la trama li vorrebbe il punto di svolta, la lotta tra il bene e il male, con il bene trionfante: niente di tutto questo. Il colloquio di Federigo Borromeo con l' Innominato non è altro che una lunga e stucchevole predica del primo, con il secondo che ascolta, già sconfitto prima ancora di presentarsi all'incontro. D'altra parte la crisi dell'Innominato non è di origine etica (la coscienza del male che ha fatto) né prende le mosse da un atto di amore (verso la misera Lucia); alla sua base ci sono il terrore di Dio e la paura della morte. "Invecchiare ! morire, e poi ? (...) ora, gli rinasceva ogni tanto nell'anima l'idea confusa, ma terribile, d'un giudizio individuale, d'una ragione indipendente dall'esempio, (...) il sentimento d'una solitudine tremenda. (...) Quel Dio di cui aveva sentito parlare, ma che, da gran tempo, non si curava di negare né di riconoscere, (...) gli pareva di sentirlo gridar dentro di sé. Io sono però". Ed è questo il senso dei lunghi capitoli che riguardano la conversione dell'Innominato: affermare che Dio esiste. Attenzione ! Non Cristo, che ha sofferto sulla Croce, ma il Dio del Vecchio Testamento, implacabile e inafferrabile, al quale non resta che piegarsi. L'astratto moralismo sottostante all'incontro tra Federigo e l'Innominato è evidente se si confronta questo colloquio con la drammaticità e la profondità del capitolo dei Fratelli Karamazov "il Grande Inquisitore"; qui la fede è un tormento tra libertà di giudizio e tutela imposta dalla Chiesa. Come il Grande Inquisitore, Manzoni pensa che "non è la libera decisione (...) quello che importa e neppure l'amore, ma il mistero al quale (gli uomini) devono inchinarsi ciecamente, anche contro la loro coscienza". Torniamo ai Promessi Sposi. "Finalmente nuovi casi, più generali, più forti, più estremi, arrivarono anche fino a loro, fino agli infimi di loro, secondo la scala del mondo: come un turbine vasto, incalzante, vagabondo, scoscendendo e sbarbando alberi, arruffando tetti... (...) va a cercare negli angoli le foglie passe e leggieri, che un minor vento vi aveva confinate, e le porta in giro involte nella sua rapina". E' la peste (capitoli dal XXVIII al XXXV). Il capitolo fondamentale è il Trentaquattresimo, che andrebbe letto e riletto, per la sua forza evocativa e il crudo realismo. Manzoni lo fa precedere da una interessante digressione storica, nella quale spiega le cause dell'epidemia (la carestia, la guerra, l'indifferenza e l'incapacità delle autorità, la superstizione) e approfondisce i meccanismi politici, culturali ed individuali, che travolsero una società apparentemente ben ordinata. Sono "un ronzio confuso di voci supplichevoli, (...) una massa enorme e confusa di pubblica follia", nella quale solo la Chiesa è capace di farsi carico dei derelitti, dei malati e dei moribondi. Ed arriviamo, finalmente, al capolavoro: Renzo entra in Milano alla ricerca di Lucia, che troverà sana nel lazzaretto; la descrizione del suo vagare nella città lombarda è l'occasione per un commosso affresco della peste e delle sue vittime. "Scendeva dalla soglia d'uno di quegli usci (...) una donna, il cui aspetto annunziava una giovinezza avanzata, ma non trascorsa, (...) La sua andatura era affaticata, ma non cascante; gli occhi non davan lacrime, ma portavan il segno d'averne sparse tante; c'era in quel dolore un non so che di pacato e di profondo, che attestava un'anima tutta consapevole e presente a sentirlo. (...) Portava essa in collo una bambina di forse nov'anni, morta, ma tutta ben accomodata, co' capelli divisi sulla fronte, con un vestito bianchissimo, come se quelle mani l'avessero adornata per una festa promessa da tanto tempo, e data per premio.(...) Un turpe monatto andò per levarle la bambina dalle braccia, (...) No, disse, non me la toccate per ora; devo metterla io sul carro". Questo passaggio, ed molti altri ancora, testimoniano una tale empatia da travolgere l'algido moralismo; ci conduce, senza filtri ideologici, alla sofferenza di tanti popoli, nel passato come nel presente: in Siria, nei campi profughi sparsi dappertutto, con i milioni di persone in fuga dalla crudeltà e dalla violenza. Manzoni, qui veramente, si erge nell'universale, al di là del tempo e dello spazio, come un'idea platonica, che racchiude in sé il dolore di tutto i miserabili del mondo. Dopo la peste i capitoli successivi (gli ultimi dal XXXVI al XXXVIII) sono veramente poca cosa. Come una bella fiaba tutto si conclude per il meglio: Renzo e Lucia si sposano e vivranno felici e contenti. I guai ci vengono addosso, ma "la fiducia in Dio li raddolcisce, e li rende utili per una vita migliore". E' proprio vero ?

Come tanti, lessi i Promessi Sposi a scuola e non mi piacque. Diedi la colpa all'obbligo e alle interrogazioni. Rileggendolo dopo molti anni mi sono confermato nel giudizio di allora: è un romanzo veramente brutto. Il suo moralismo asfissiante toglie ritmo narrativo, rendendolo noioso e prolisso, non dà vita ai personaggi, che sono degli stereotipi e cadono spesso nella macchietta ( come Don Abbondio), ed infine rinsecchisce la scrittura. Il famoso italiano di Manzoni, preso a riferimento dalle grammatiche, è una lingua artefatta. Non mi riferisco tanto al fatto che contadini, come Lucia e Renzo, parlino un italiano perfetto (scappare dal dialetto è purtroppo una costante della nostra letteratura), quanto all'uso estremo della punteggiatura, che spezzetta le frasi, appesantisce il periodare, impedisce di creare atmosfera: la scrittura riduce il discorso a cronaca, accentua l'alterigia, non è fonte di suggestioni. Non parliamo dei giudizi moralistici, dei quali è impregnato il romanzo: diciamo sinceramente che Manzoni poteva evitarli, perché sono veramente irritanti.

Se è un romanzo così brutto, perché è diventato un pilastro della letteratura ? Perché non porre al centro Fogazzaro, Ippolito Nievo, Federico Tozzi, Collodi, Matilde Serao e la grande Deledda ? Sarebbe interessante che i critici rispondessero a queste domande. Azzardo una spiegazione: i Promessi Sposi rispecchiano la visione della classe dirigente post unitaria, un élite ristretta che voleva un popolo assente e supino. Il romanzo di Manzoni ha contribuito a consolidare questa visione, facendola diventare una corrente sotterranea nella nostra cultura, della quale non ci siamo più liberati.

Perché non leggerlo ? Noioso, arido, insopportabile.


Anno: 1827
Pagine: 811
Editore: Edizioni Ares

Letto in italiano
Finito di leggere il 18.03.2018

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