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Apprezzamento Medio
Da non rileggere

Demetrio Pianelli

De Marchi Emilio

Il romanzo è ambientato a Milano, alla fine dell'ottocento: città con i "grandi rettilinei e le botteghe di lusso, (...) il movimento dei tram e il viavai della gente affaccendata, che pensa a far quattrini, che lavora, che produce, che non bada tanto alle ciarle, che se la gode senza tante fisime"; nel sottofondo delle vicende umane predomina un gran frastuono, eppure non così distante c'è anche la serena campagna, persino la vista del Monte Rosa. Che può fare un pover'uomo in una città "più buona che cattiva, che dà volentieri da mangiare a chi lavora, ma dove (...) chi non sa fingere non sa regnare" ? Demetrio Pianelli è un impiegatuccio, con "la fronte bassa coperta dai capelli", che conduce una vita scandita da ferree abitudini e da piccole felicità. Ecco come descrive De Marchi l' arrivo di Pianelli al posto di lavoro. "Aprì il cassetto e controllò i due panini nel cartoccio. Fece una rapida ispezione al suo cappello rotondo, (...) e lo collocò nella sua vestina sull'ometto. Poi aprì un altro cassetto e trasse fuori le due manichette di tela lucida ch'egli metteva per scrivere. Se le infilò: diede una nervosa e rapida fregatina alle mani, chiudendo gli occhi, accartocciando tutte le rughe della faccia". Le tre stanzucce dove vive hanno un terrazzino, dal quale Pianelli può ammirare i fiori, e più ancora "le erbe, le erbe semplici, vestite soltanto di verde"; e quando vuol pigliarsi una boccata d'aria, gli è sufficiente andare a spasso, "a poche miglia fuori di porta Romana, (...) la terra classica del verde, delle marcite, delle praterie color smeraldo, lunghe, larghe, distese a perdita d'occhi, sprofondate tra i filari dei salici grigi e dei pioppi tremolanti". La vita di quest'uomo è travolta dal suicidio del fratello minore, Cesarino detto Lord Cosmetico: bello ed elegante si è goduto la vita, e la giovane moglie (soprannominata "la Bella Bigotta"), è vissuto al di sopra delle proprie risorse, ha contratto molti debiti, incapace di affrontare il disonore e il carcere, ha preferito togliersi la vita, affidando a Demetrio la moglie e i tre figli, due bambini e una ragazzina. Dapprima Demetrio non vuole farsi carico della famiglia del fratello e di onorare i debiti; successivamente, dietro le insistenze della nipote, accetta di correre in aiuto. "Demetrio (...) sentiva al di sotto della roccia indurita scorrere, come un fiume, una profonda commozione che cercava modo di uscire. (...) Demetrio si contrasse nella sua scontrosità coma una foglia secca. I nervi del viso guizzarono sotto la dura corteccia. (...) Perché non dovrei aver la volontà di aiutarvi ? Ah dunque, (...) L'ho provata anch'io la miseria e so che sapore ha: ma contro la miseria non c'è che un rimedio: volontà di lavorare e risparmio, risparmio e volontà di lavorare". Povero Demetrio ! Pensa che sia così semplice, che basti essere un gran lavoratore ed una persona seria, per essere apprezzato e conquistarsi, perché no ?, anche l'affetto della bella cognata e costruirsi in tal modo la famiglia che non ha mai avuto. Ci vuole ben altro ! E' necessaria una solida posizione economica, come quella del cugino proprietario terriero, lui sì che può ambire alla "Bella Bigotta". E quindi Demetrio è un vinto ? Quando viene a sapere che il capo ufficio, il potente cavalier Balzalotti, ha tentato di sedurre la cognata, Demetrio si ribella alla gerarchia, al posto fisso, al suo destino di povero impiegatuccio, e urla al furfante tutto il suo disprezzo, dinanzi ai colleghi stupefatti. "La gente che giudica all'ingrosso poteva credere che avessero vinto gli altri, cioè i potenti e i furfanti", anche contro le intenzioni dell'autore, noi crediamo che abbia vinto un galantuomo.

Per la maggior parte dei critici, il tema del romanzo è la rassegnazione, di manzoniana memoria. In un contesto piccolo borghese, ipocrita, attento al soldo e alle proprietà, intriso di una religiosità bigotta e superstiziosa, a chi sta in basso della scala sociale non resta che arrendersi, vivacchiare nel proprio cantuccio. Al di fuori del "guscio", nel mondo, c'è solo posto per chi conosce l'arte del vivere, che "consiste, pare, nel prendere le cose come Dio le manda e nel lasciarla andare come il diavolo le porta" (secondo la saggezza del cavalier Balzalotti). Ed è così che si muovono i diversi personaggi del romanzo, tanto che appaiono degli stereotipi, persino caricaturali, verniciati di una sottile ironia. Ma non è cosi per Demetrio: è vero è un orso, "un oggetto fuori d'uso", eppure proprio per questo esprime un caparbio e indomito coraggio, un distacco dal vociare rumoroso e futile; ci invia in tal modo un messaggio di "resistenza", nonostante tutto.

Il tratto peculiare dello stile narrativo di De Marchi è l'ironia, la quale si alimenta di modi di dire e di espressioni della lingua lombarda. In tal modo lo scrittore si allontana radicalmente da Manzoni; contamina l'italiano e ci riporta con i piedi per terra, nella lingua parlata. E' un uso folcloristico del dialetto, purtroppo, il quale precorre ciò che verrà molto più avanti, nel secondo novecento; basti pensare a Camilleri e a De Cataldo. De Marchi, lui sì è timoroso, non ha il coraggio di andare fino in fondo, il dialetto resta un espediente lezioso e fine a sé stesso.

Perché leggerlo ? Una Milano piccolo borghese deliziosamente descritta, un piccolo e inconsapevole eroe.


Anno: 1890
Pagine: 283
Editore: Editrice Torinese

Letto in italiano
Finito di leggere il 14.10.2018

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