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Cernysevskij Gavrilovic Nikolaj

Cernysevskij fu un rivoluzionario russo dell'ottocento, precursore delle grandi ideologie e correnti politiche che portarono alla rivoluzione d'ottobre del 1917. Economista, filosofo, scrittore, fu incarcerato a trentaquattro anni nel 1862 e rimase in prigione sino al 1888. Scritto nei primi anni del carcere da un giovane idealista, il romanzo ha una preponderante impronta morale e politica, che compromette la componente più propriamente narrativa. Il tema è di grande attualità: la libertà e l'eguaglianza della donna. Vera (in russo significa fede) vive in una gretta famiglia borghese ed é destinata ad un matrimonio di convenienza con un pretendente ricco e volgare. In una splendida raffigurazione che ne dà un sogno di Vera alla fine del libro (una incredibile anticipazione dello stile onirico di Nietzsche), alla giovane, rappresentata in "una donna giacente", la regina Astarte intima di essere sottomessa al suo signore. "Rallegrane gli ozii. Amalo, poiché egli ti comprò; e se non l'ami, ti ucciderà". Ma Vera risponde che non è lei "ritratta in questa scena. Allora io non esistevo. Quella donna era schiava. dove manca l'eguaglianza, non v'ha posto per me". Ed infatti Vera rifiuta il suo destino, si ribella alla famiglia e sposa un giovane medico. Non è una semplice rivolta di una adolescente risoluta. Vera sa bene che è uscita da "un sotterraneo umido e scuro" per liberare le altre donne, le quali "ancora giacciono prigioniere ed inferme". Ormai indipendente, Vera avvia una sartoria, dove le lavoranti non solo si spartiscono gli utili e decidono loro le scelte aziendali e quale organizzazione darsi, ma si dedicano anche alla propria istruzione e all'emancipazione delle donne. I rapporti matrimoniali tra Vera e il marito si ispirano all'amicizia, senza rapporti affettivi e sessuali. "Sta ora bene attento: ecco come vivremo (...). Prima di tutto, avremo due camere, la tua e la mia: in una terza camera pranzeremo, riceveremo gli amici comuni. In secondo luogo, io non entrerò in camera tua (...) e tu nemmeno entrerai nella mia camera". Sempre nel sogno finale Vera immagina che questa figura di donna sia rappresentata da un'altra regina, la Verginità. "La brutalità primitiva dell'uomo fu educata via via dalla bellezza muliebre.(...) L'uomo amò la vergine pura, inaccessibile. Ma la donna non aveva ancora una coscienza". Sembra una situazione serena, ma un profondo disagio pervade Vera. E' un sogno a rivelarlo. La giovane immagina che un artista la obblighi a leggere il suo diario. "C'era scritto di noi due (racconta Vera al marito) e del bene che ci vogliamo, e poi di botto, al tocco della sua mano, apparivano delle brutte parole, dov'era detto che io non ti amavo". Vera non può certo seguire la terza regina, Afrodite, che invita ad un'apparente libertà, perché perseguita "mercanteggiando il piacere". Deve conoscere il vero amore, che si fonda sull'eguaglianza di intelletto, di sentimenti e di sesso tra uomo e donna. Si innamora di un amico del marito, Kirsanov: la loro storia è contrastata perché entrambi vorrebbero non riconoscerla e restare fedeli, lei allo sposo, lui all'amico. Il suicidio del marito di Vera permette di concretizzare la loro storia d'amore, realizzando "l'eguaglianza tra le due creature che si amano". Così parla la quarta regina nel sogno di Vera. "Riconosciuta la parità dei due sessi, l'uomo non considera più la donna come una sua proprietà. Si amano l'un l'altro, perché così vogliono". (...) Se vuoi con una sola parola esprimere quel che io sono, chiamami eguaglianza".

Il sovrastante ricorso ai dialoghi tra i personaggi, ed in particolare tra Vera, il marito e Kirsanov, dà la sensazione di trovarsi dinanzi ad un discorso socratico, che rinforza la caratteristica filosofica e moraleggiante dello scritto. E' sempre Vera a condurre il ragionamento, mentre i due uomini sono stereotipi, figure schiacciate dalla personalità della donna. Vera è un carattere complesso; dapprima è semplicemente una giovane ancora incerta e spaventata; coglie in modo pragmatico l'opportunità di un matrimonio liberatore; con la tipica sicurezza giovanile affronta una relazione priva "della carezza soave, assidua, il bisogno di cullarsi voluttuosamente in un sentimento di tenerezza". Poi, conosce "l'imperiosità di quel sentimento soave", anche se non sa chiamarlo amore. Il suicidio del marito la sconvolge, ma lo supera, definendo il senso di colpa che ne è seguito come un "inutile melodramma". Un po' di egoismo non guasta ! Infine, diviene una donna consapevole sino in fondo del proprio valore e delle proprie aspirazioni. Può darsi che Cernysevskij si sia indentificato con Vera e che quindi il libro sia un romanzo di formazione, o un canto del cigno di una giovinezza perduta.

Dal punto di vista letterario è un racconto mediocre; lo stile narrativo basato sui dialoghi, la sovrabbondanza di riflessioni, disgressioni e dichiarazioni lo rendono ampolloso, ripetitivo e prolisso. Solo i sogni aprono uno squarcio innovativo in una struttura narrativa tradizionale, poco incline ad approfondire i personaggi e le situazioni.

Perché non leggerlo ? E' noioso.


Anno: 1863
Pagine: 254
Editore: Garzanti

Letto in italiano
Finito di leggere il 23.11.2014

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