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Da non rileggere

Canne al vento

Deledda Grazia

E' stata una singolare vicenda quella di Grazia Deledda: unico Premio Nobel italiano insignito come scrittore (Montale e Quasimodo erano poeti, Pirandello e Dario Fo di fatto autori di teatro), l'opera di Deledda ha sconvolto la nostra critica letteraria, la quale si è chiesta per lungo tempo quali fossero le ragioni del premio. Come già avvenne per Matilde Serao, si è cercato di rinchiudere Deledda all'interno di scuole letterarie, non riconoscendole autonomia e originalità: verista mancata, la stessa accusa rivolta a Serao ? Corollario di Verga e di D'Annunzio ? Di Federico Tozzi, al quale era legata da profonda amicizia ? Lirica - visionaria e simbolista ? Sarebbe bastato leggerla senza pregiudizi per scoprire come Deledda sia unica nella letteratura italiana: autrice ancestrale, parla del dolore come destino, della vita come cammino verso una meta inafferrabile di quiete (la morte ?), di una natura vivente, magica e indecifrabile, indifferente alle sofferenze degli uomini. "La luce rossa del crepuscolo, vinta verso l'altare dal chiaror dei ceri, copriva la folla come di un velo di sangue, ma a poco a poco il velo si fece nero, rischiarato appena dall'oro dei ceri. La folla non si decideva ad uscire. (...) Era come il mormorio lontano del mare, il muoversi della foresta al vespero; era tutto un popolo antico che andava, andava, cantando le preghiere ingenue dei primi cristiani, andava, andava per una strada tenebrosa, ebbro di dolore e di speranza, verso un luogo di luce, ma lontano, irraggiungibile". Se ci limitiamo alla trama non si può non condividere il giudizio di Benedetto Croce, per il quale i romanzi di Deledda erano "tutto del pari plausibili, e nessuno così fatto da imprimersi profondamente nel cuore e nelle fantasie dei lettori". Per cogliere la forza emotiva e spirituale di "Canne al vento" bisogna lasciarsi andare, farsi trasportare dalla sua scrittura, al di là della storia. Il protagonista del romanzo è Efix, il vecchio servo di tre donne, un tempo agiate possidenti ed oggi ridotte a vivere dei prodotti di un "poderetto", curato dall'uomo. Il racconto inizia proprio in questo angolo di mondo. "La luna saliva davanti a lui, e le voci della sera avvertivano l'uomo che la sua giornata era finita. Era il grido cadenzato del cuculo, dei grilli precoci, qualche gemito d'uccello; era il sospiro delle canne e la voce sempre più chiara del fiume: ma era soprattutto un soffio, un ansito misterioso che pareva uscire dalla terra stessa; sì, la giornata dell'uomo lavoratore era finita, ma cominciava la vita fantastica dei folletti, delle fate, degli spiriti erranti. (...) Efix sentiva il rumore che le panas (donne morte di parto) facevano nel lavar i loro panni giù al fiume, (...) e credeva di intravedere l'ammattadore, folletto con sette berretti entro i quali conserva un tesoro, balzar di qua' e di là sotto il bosco di mandorli, inseguito dai vampiri con la coda di acciaio." La natura abitata da spiriti maligni rispecchia ed alimenta il terribile segreto che Efix porta con sé: ha ucciso il padre delle sue padrone, un uomo autoritario e violento; lo ha fatto per permettere all'altra figlia di fuggire, di trovare la libertà nel continente. Pure per questo che Efix ha dedicato la propria vita alle tre donne, con le quali ha un legame profondo, di servo, di amico, di paladino. Vorrebbe che stessero bene, ha paura di morire prima di vederle in salvo, fuori dalla povertà e con un altro uomo a proteggerle. Quando si presenta Giacinto, il figlio della sorella fuggita in continente, Efix spera che sia lui la persona giusta, che possa ridare prosperità e serenità alle sue padrone. Si inganna: Giacinto è un mascalzoncello, che amoreggia con una ragazza del paese e lusinga Noemi, la più giovane ed orgogliosa delle donne. Non solo, Giacinto perde al gioco somme rilevanti, dando in garanzia il "poderetto", unica fonte di reddito. Efix non è stato capace di difenderle, di proteggerle, ed allora scappa, abbandona il paese, intraprende un lungo vagabondaggio per il Nuorese, accompagnandosi a mendicanti e chiedendo l'elemosina alle numerose feste dei villaggi. E' un cammino che non porta a nulla. "Un usignolo cantò sull'albero solitario ancora soffuso di fumo. Tutta la frescura della sera, tutta l'armonia delle lontananze serene, e il sorriso delle stelle ai fiori e il sorriso dei fiori alle stelle, e la letizia fiera dei bei giovani pastori e la passione chiusa delle donne dai corsetti rossi, e tutta la malinconia dei poveri che vivono aspettando l'avanzo della mensa dei ricchi, e i dolori lontani e le speranze di là, e il passato, la patria perduta, l'amore, il delitto, il rimorso, (...) il riso e il pianto del mondo, tremavano e vibravano nelle note dell'usignolo sopra l'albero solitario che pareva più alto dei monti, con la cima rasente al cielo e la punta dell'ultima foglia ficcata dentro una stella. Ed Efix cominciò a piangere, Non sapeva perché, ma piangeva. Gli pareva di essere solo nel mondo, con l'usignolo per compagno.(...) Tutti i folletti e i mostri s'erano scossi e danzavano nell'ombra, inseguendolo e circondandolo".

Efix tornerà a casa e morirà sereno, perché Noemi ha accettato di sposare un suo cugino, ricco possidente. La storia a lieto fine, intrisa di religiosità, fa perdere tensione al romanzo: è un tentativo maldestro e affettato per dare un senso alla vita di Efix, per offrirci una speranza. Ma non è così. Come i genitori dolenti in "Caduto fuori dal tempo..." di David Grossman, tutti noi camminiamo in una processione sacra verso quel luogo misterioso che è l'aldilà. Ma la nostra marcia si ferma davanti ad un muro. Tutto è silenzio. "Un punto giallo brillava dietro un castello (...). Piano piano la sua luce illuminava tutto il paesaggio misterioso e come al tocco di un dito magico tutto spariva; un lago azzurro inondava l'orizzonte (...) Nel silenzio il torrente palpitava come il sangue della valle addormentata. Ed Efix sentiva avvicinarsi la morte, piano piano, come salisse tacita dal sentiero accompagnata da un corteggio di spiriti erranti, dal batter dei panni delle panas giù al fiume, dal lieve svolazzare delle anime innocenti tramutate in foglie, in fiori....

Perché leggerlo ? Nessuno nella nostra letteratura ha cantato la natura vivente con tanta profondità.


Anno: 1913
Pagine: 226
Editore: Mondadori

Letto in italiano
Finito di leggere il 24.01.2017

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