Vai ai contenuti della pagina,
Indice delle recensioni >
Apprezzamento Alto
Da non rileggere

Bilal

Gatti Fabrizio

Il libro fa parte di un genere letterario, che ha la sua maggiore espressione in Gomorra e che può costituire un occasione di rinascita per una letteratura esangue, quale quella italiana. Si tratta di un mix tra il romanzo e l'inchiesta sociale. Fabrizio Gatti è un giornalista che compie le sue indagini sull'immigrazione, fingendosi un immigrato e quindi vivendone le condizioni di vita. Il romanzo nasce di per sé, in quanto l'autore vive in prima persona le vicende narrate e le persone incontrate.

Nella prima parte del libro l'autore ha percorso il cammino tra Dakar e il confine della Libia descrivendo le condizioni disumane e soprattutto la violenza che caratterizza questi viaggi. Di fatto, le persone sono in mano ad organizzazioni criminali, colluse con le polizie locali, che colgono tutte le occasioni per taglieggiare i disperati. Il trasporto avviene con mezzi di fortuna ( vecchi camion, fuori strada), che spesso si rompono lungo il percorso, abbandonando i passeggeri ad una morte certa, nel deserto. La mancanza di soldi per proseguire il viaggio riduce gli immigranti in una sorta di schiavitù nelle zone di passaggio, costretti a lavorare per avere almeno qualche cosa da mangiare. Si tratta della parte più bella del libro, sia per le descrizioni dei luoghi (in certi momenti diviene quasi un racconto di viaggi), sia, soprattutto, per le amicizie che l'autore stringe con alcuni dei compagni. E qui emerge in modo chiaro la spinta dell'autore a compiere queste esperienze, ricerca dell'avventura e nel contempo delle ragioni di una delle più grandi disperazioni del nostro tempo: " e stanotte mentre sto aggiornando il diario, chiuso nel sacco a pelo con la mini torcia elettrica stretta tra il collo e la spalla, sento che sono in balìa dell'immenso fiume di braccia. Mi accordo che non esistono approdi. Non sono più io a fare questo viaggio. E' il viaggio, nella sua crudeltà infinita, a plasmare me".

Nella seconda parte del libro, l'autore riporta la corrispondenza via e-mail con due amici, conosciuti nel precedente viaggio, che sono rimasti bloccati in Libia. E' la parte meno valida del romanzo, ma fornisce comunque una visione della Libia e della condizione degli immigranti in questo paese, che non è solo di transito, come pensiamo in Italia, ma è già spesso una destinazione di lavoro. Sotto la pressione dell'Italia, la Libia porta avanti una vera e propria persecuzione degli immigranti, spesso concentrati in campi ai margini del deserto e poi abbandonati ad una morte certa.

Ci sono poi due parti del libro, che non ci permettono di stare lontani dal problema, pensando che si tratti di questioni di altri paesi. Innanzitutto, Fabrizio Gatti riesce a farsi accettare come un curdo e si fa " imprigionare" nel campo di accoglienza di Lampedusa. Emerge un quadro vergognoso delle condizioni materiali di vita e del comportamento della polizia italiana, in evidente contrasto con i principi della nostra costituzione. Poi, il giornalista descrive la sua inchiesta, sempre fingendosi un immigrante, sulle condizioni di lavoro e di vita della raccolta dei pomodori in Puglia. La sintesi dell'impatto sul lettore è data da una riflessione dell'autore: " li avresti lasciati ammazzare ? La risposta è uno spartiacque. Non esiste via di mezzo. Non c'è possibilità di mediazione tra un mondo di battaglie civili e i suoi surrogati di violenza".

Infine nella parte finale, l'autore ripercorre il viaggio " a ritroso" dalla Libia a Dakar, in parte per descrivere la cacciata degli immigranti dalla Libia e in parte alla ricerca degli amici dispersi. E' una parte confusa, nella quale emergono in modo evidente i limiti della scrittura di Fabrizio Gatti, troppo giornalistica per reggere un libro così lungo e complesso.

La domanda che ci si deve porre è come mai un libro così " forte" abbia avuto una risonanza così modesta. Una prima risposta può derivare, certo, dai limiti dello stile e del ritmo narrativo, il primo troppo frammentato per essere scorrevole, il secondo spesso ripetitivo e prolisso. Una seconda ragione è da ricondurre al modesto coinvolgimento degli italiani verso le condizioni dell'immigrazione. Siamo di fronte ad una generale indifferenza verso il " mercato dei nuovi schiavi". Purtroppo, caro Fabrizio Gatti, esiste una possibilità di mediazione tra un mondo di battaglie civili e i suoi surrogati di violenza: mettere la testa sotto la sabbia e rinchiudersi nel proprio condominio.


Anno: 2007
Pagine: 493
Editore: Rizzoli

Letto in italiano
Finito di leggere il 19.02.2009

Commenti

pr55524 11-09-2009 04:16

bellissimo


Giuditta Falesi 13-05-2014 10:51

Questo libro è straordinario. Solo la mente scaltra di un lettore curioso, desideroso di assorbire e di accettare nel suo io più profondo verità che fanno male, può apprezzarlo davvero. Bisogna prepararsi a fare fatica, per arrivare fino infondo e sopportare le mancanze di uno stile che non è adatto alla narrazione. D'altro canto, come poteva sembrare tutto ciò una storia? No, questo andava raccontato. Reso noto e chiaro come il sole che brucia le pietre e pelli nel Sahara. Questo orrore va raccontato con la voce di un reporter. In prima persona perché Fabrizio c'è stato ed è vero. Accettare l'invito a perdersi nel deserto, dove tutto è descritto puntigliosamente, come licenza dello stile giornalistico, infondo, ma viene a mancare ogni punto di riferimento. Quando anche il Papa è messo in discussione, quando viene intaccato il nostro "orgoglio" se ancora qualcuno ne possiede una goccia amara. No, non si può compatire nessuno. Non si può soffrire con nessuno. Perché Dio (come direbbe Mhuamed) ha deciso: gli Italiani di qua e loro, braccia tese senza un volto, di là.


Commenta