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Rikipedia.it http://www.rikipedia.it/ Le Recensioni di Rikipedia.it it-it rikipedia.it <![CDATA[Narratori meridionali dell'Ottocento]]> http://www.rikipedia.it/recensioni/NarratorimeridionalidellOttocento Narratori meridionali dell'Ottocento

Autori Vari



Anno: 1970
Pagine: 677
Editore: UTET

Letto in italiano
Finito di leggere il 04.08.2017

Come hanno notato le curatrici, Alda ed Elena Croce, la letteratura meridionale è fortemente influenzata dai grandi autori francesi, come Zola, Flaubert e Maupassant: attenzione, quindi, alle situazioni sociali, con un accento peculiare tuttavia, un misto di favolistica ironica e fiabesca e di toni melodrammatici. La rassegna è limitata a 10 scrittori, alcuni dei quali noti, come Capuana, Serao e De Roberto; non è chiaro quanto sia rappresentativa, ma in essa è possibile selezionare due scritti singolari. Salvatore Di Giacomo è un prolifico scrittore napoletano, giornalista, poeta e studioso. Predilige gli spettacoli tragici, i miscugli di ferocia e di bontà, i suoi personaggi sono meretrici, camorristi e pezzenti, i suoi ambienti sono vicoli sudici e pittoreschi. Il racconto "La Taglia" dà un efficace ritratto di una vicenda drammatica e dimenticata della nostra storia: il grande brigantaggio tra il 1860 e il 1870. Siamo in un "paesello sconsolato" sul quale gravitava "un silenzio di morte": oggi il saccheggio della casa del sindaco, ieri una orecchia tagliata per avere un riscatto, poi un mandriano arrostito sulla legna come un montone; un orrore al quale i soldati reagiscono, "senza romore di giudizio, senz'avvocati e tribunali. Laggiù, dietro la chiesuola, li fucilarono sullo sterrato". Mariangela è colta dai dolori del parto, è circondata solo dai figli perché il marito è andato a catturare un feroce bandito sul quale è stata messa una taglia; è il disperato tentativo di un poveraccio per sfuggire alla miseria. "Il marmocchio era arrivato sotto l'uscio a carponi. (...) L'altro, il rosso, lo afferrò alle spalle e se lo rovesciò sul petto. Il bimbo nudo strillava, impazientendo, con le manine che volevano difendersi.(..) Il sole di luglio irrompeva lì dentro con una vampa che ardeva la carne e toglieva il respiro;(...) la chioccia beccava fra i chicchi sparsi, (...) un cagnuolo puntava le zampe sull'orlo dell'orciolo e vi allungava il muso sporco, (...) fuori un silenzio pesante..."La donna ha le doglie, il bambino più grande, il rosso, corre spaventato a cercare il padre. Mentre si inoltra nella boscaglia trova una lucertola, che mette in saccoccia. Chiama disperatamente il padre, poi lo vede: "l'ammazzato si vedeva poco in faccia, (...) le mosche gli correvano attorno a frotte, (...) una mano spuntava, tutta pesta e sanguinosa, aperta. (...) Tata ! Tata !, chiamava il piccino, Tata, mamma chiange e ti vo'!...Oi , tata !" S'impazientì. Si stese a boccone sul muricciuolo, mise fuori la lucertola, le attaccò uno spago al mozzicone di coda sanguinante e la fece camminare, rattenendola con improvvise strappate, gridandole dietro: Ah, Ah!... Isce !..." Vittorio Imbriani, anche lui napoletano, è stato professore universitario, patriota e combattente, ma anche scrittore fantasioso ed attento alla letteratura popolare. Ne è una testimonianza il racconto "Le tre Maruzze", una vera e propria rarità, in quanto fu pubblicata in soli ventotto esemplari nel 1875. In napoletano "maruzza" è la lumaca, nella storia questi animaletti sono i custodi di tre orti preziosi: un roseto, un meraviglioso campo di granturco e un aranceto. Don Peppino, un giovane contadino, salva tre luride bestiole (la biscia, la lucertola e la zoccola), in realtà tre fate, le quali, come canta il Parini, fan "beate gli amanti e a un volger d'occhio mescere a voglia lor la terra e il mare". E infatti il brav'uomo diviene il giardiniere del Re, il quale lo tiene in gran conto perché Don Peppino è sincero e fedele. Un giorno, la Regina e le altre Altezze Reali, indispettite ed ingelosite dal sentirsi ripetere sempre che Don Peppino era l'unico che non mentiva, proposero al Re una scommessa: tentare in tutti i modi il giardiniere e se Peppino avesse "spifferato" una bugia, sarebbe caduta la testa del Re, in caso contrario quella delle Altezze Reali. Don Peppino resiste alle proposte dei principi, ma quando la Regina si offre in cambio di una rosa,come canta Girolamo Fontanella, "lo sdolcinato verseggiatore, "sul felice amator cade e congiunge seno a sen, bocca a bocca e core a core". Ed ora come fare ? Dire una bugia significa incorrere nelle ire del Sovrano, dire la verità comporterà che sarà il Re a perdere la testa. Ciò che soprattutto pesa in Don Peppino è il dolore delle tre fate (ora nella forma di una vanga, zappa e badile), perché l'uomo non ha saputo resistere e "domani dirà la bugiuzza". Ma alla domanda del Sovrano: "che fan le mie maruzze ?" Don Peppino risponde: "Bocca di Verità Bugia non vi dirà, la moglie vostra a domandarne venne; m'offrì quel ch'io chiedessi e tre ne ottenne. In prezzo della prima io la baciai; (...) Vanga, zappa e badil che tutto sanno, com'io v'ho detto il ver vi attesteranno". Che morale trarre da questa fiaba ? Mentre i potenti si dilettano in giochi inutili, in stupide scommesse, il povero agisce saggiamente, anche se pure lui si è lasciato ingannare. Sarà vero ? "...Cuccurucù...".

Ho scelto solo due racconti, perché gli altri non aggiungono molto alla letteratura ed anche alla narrazione del nostro Mezzogiorno. Giornalismo, fantastico e melodramma si mescolano insieme, dandoci una visione languida e pessimista del Sud. L'unico racconto di grande forza è quello di Federico De Roberto ("La Paura") ambientato in una trincea della prima guerra mondiale e che parla della morte annunciata; alcuni soldati devono andare in un avamposto pur sapendo che moriranno di certo. E' la morte, "acquattata, vigile, pronta a balzare e a ghermire; se bisogna andarle incontro, fissandola negli occhi, gli occhi si velano, le gambe si piegano, le vene si vuotano, tutte le fibre tremano, tutta la vita sfugge." E' una pagina tragica ed estremamente attuale; ma siamo nel 1927, un altro mondo rispetto agli stanchi e ripetitivi racconti della fine dell'Ottocento.

Perché non leggerlo ? Niente di suggestivo e stimolante.



Apprezzamento Basso
Da non rileggere
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rikipedia.it Fri, 04 Aug 2017 00:00:00 +0100
<![CDATA[All the Pretty Horses (Cavalli Selvaggi)]]> http://www.rikipedia.it/recensioni/AllthePrettyHorsesCavalliSelvaggi All the Pretty Horses (Cavalli Selvaggi)

McCarthy Cormac



Anno: 1992
Pagine: 303
Editore: Picador

Letto in inglese
Finito di leggere il 02.07.2017

Due ragazzi, Grady di sedici anni e Rawlins di diciassette, si riposano sulle loro coperte da sella, dopo essere smontati dai cavalli. "La notte era fredda e chiara e le scintille emesse dal fuoco diffondevano calore e bagliori rosseggianti tra le stelle. Potevano ascoltare i camion là fuori sull'autostrada e potevano vedere le luci della città riflettersi lontano nel deserto quindici miglia a nord. Cosa pensi di fare ? chiese Rawlins. Non so. Niente", rispose Grady. Dopo trecento pagine, anche di difficile lettura, alla stessa domanda ("dove è il tuo paese ?) Grady risponde; " non so. Non so dove sia. (...) Toccò il cavallo con i suoi speroni e si mosse. Cavalcava mentre il sole gli rendeva il viso color di rame e il vento rossastro soffiava da ovest sulla pianura al tramonto e i piccoli uccelli del deserto cantavano tra le aridi felci; cavallo e cavaliere avanzavano e le loro lunghe ombre procedevano insieme come l'ombra di un solo essere. Passavano e impallidivano nella pianura al tramonto, verso il mondo a venire" Non c'è un luogo dove fermarsi, non resta che muoversi, avendo due sole certezze: i cavalli e la grande pianura selvaggia. Il romanzo narra l'avventura di un adolescente. profondamente solo e alla ricerca di sé stesso nelle grandi vastità di un West ormai travolto dalla moderna società americana. "Noi siamo come erano i Comanches duecento anni fa. Non sappiamo cosa si mostrerà con la luce del giorno. Non sappiamo persino di quale colore sarà". Così gli disse il padre, quasi ad invitare Grady a partire, forse a fuggire. E il ragazzo intraprende un lungo viaggio a cavallo, insieme a Rawlins. Si inoltrano nelle grandi distese verso il Messico, "dentro un nugolo di stelle, così che cavalcavano non sotto ma tra di esse (...), come ladri nuovamente liberi in quel nero elettrico, come giovani ladri in un giardino luminoso, male equipaggiati contro il freddo e diecimila mondi da scegliere". Durante il percorso incontrano Blevins, un ragazzino di tredici anni, a cavallo, solitario, forse in fuga. Si rendono conto che potrà essere fonte di guai: è impulsivo, testardo, senza giudizio, ancora un bambino. Lo accolgono tra di loro e dopo averlo sfamato, Blevins "cominciò a togliersi i vestiti e a camminare nudo sul prato, e, passando accanto ai cavalli, si immerse nell'acqua. (...) I cavalli lo guardavano". Il ragazzino si ubriaca e si fa rubare il cavallo da un gruppo di messicani; poi coinvolge i due amici per cercare di recuperare l'animale e il tutto finisce in una sparatoria e in un inseguimento, dal quale Grady e Rawlins si salvano a stento, perdendo comunque le tracce di Blevins. I due giovani sembrano trovare un posto sicuro e un lavoro in una grande "hacienda"; Grady si fa apprezzare per le sue eccezionali doti di domatore di cavalli selvaggi, conosce anche la figlia del padrone, con la quale ha una storia d'amore. E' una situazione piena di rischi, lui povero vaccaro innamorato di una ricca ereditiera. Ed infatti Grady e Rawlins vengono arrestati dalla polizia messicana e vengono accusati di essere complici di Blevins, che incontrano nuovamente in carcere e che avrebbe ucciso un uomo. Nel trasporto dal posto di polizia al carcere Blevins viene ucciso; nella orrida prigione messicana i due giovani vengono aggrediti e pugnalati, e solo l' intervento della zia della ragazza, della quale si è innamorato Glady, li salva dall'inferno nel quale si sono cacciati. Sembrerebbe che siamo giunti alla fine dell'avventura, ma Grady vuole riprendere i cavalli e di conseguenza il romanzo si conclude con uno scontro a fuoco, nel quale il giovane recupera gli animali. D'altra parte cosa c'è di più bello e di più vero di un cavallo ? "Quella notta sognò di cavalli in un terreno su un'alta pianura dove le piogge primaverili avevano fatto crescere il prato e i fiori di campo e i fiori si diffondevano tutti blu e gialli per quanto poteva vedere nel sogno era tra i cavalli in corsa e nel sogno lui stesso poteva correre con i cavalli (...) ed essi correvano lui e i cavalli insieme fuori nell'alta terra dove il terreno risuonava sotto gli zoccoli al galoppo (...) in una risonanza che era come una musica..."

E' una storia circolare, nella quale la trama non ha un vero sviluppo, ma ritorna sempre su stessa, ossia sulla figura di Grady, la sua solitudine e disperazione. I personaggi sono descritti in modo superficiale, in alcuni casi sono incomprensibili. Se si vuole apprezzare il romanzo, bisogna focalizzarsi sul contrasto tra l'essenzialità dei dialoghi tra Grady e Rawlins, scarni e minimalisti e per questo espressivi della loro condizione esistenziale, e la descrizione dei cavalli e dei magici paesaggi della grande pianura selvaggia. Predomina sempre, tuttavia, un livello di dettaglio, che appesantisce la narrazione e annoia il lettore. Per quanto riguarda le prolusioni sulla storia messicana stendiamo un velo pietoso.

Perché non leggerlo ? E' prolisso, lungo e sconclusionato.



Apprezzamento Basso
Da non rileggere
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rikipedia.it Sun, 02 Jul 2017 00:00:00 +0100
<![CDATA[24 racconti]]> http://www.rikipedia.it/recensioni/racconti20172006 24 racconti

Autori Vari



Anno: 1986
Pagine: 221
Editore: Editrice L'Unità spa

Letto in italiano
Finito di leggere il 20.06.2017

Con il titolo "La Rinascita" nel giugno 1944 esce il primo numero della rivista mensile del Partito Comunista. L'Italia non è ancora libera, è in corso la lotta partigiana e tuttavia fin dal primo numero la rivista dedica alcune pagine alla letteratura. Ci sono componimenti poetici (di Umberto Saba e di Salvatore Quasimodo), testi di autori stranieri ed anche di scrittori italiani, da Alberto Moravia a Cesare Pavese. Questo libro raccoglie alcuni di questi racconti, pubblicati dal 1945 al 1956, in una fase di accesa lotta politica e in pieno neorealismo. Le storie sono impregnate di temi sociali, molte di esse parlano della Resistenza, con contributi di Renata Viganò, Italo Calvino, Marcello Venturi (narratore importante e dimenticato della lotta partigiana) e Mario Puccini, quest'ultimo con un racconto commovente sulle apprensioni di un padre per un figlio impegnato in operazioni contro i tedeschi. Ne ho scelto tre da recensire, non solo perché i migliori, a mio giudizio, ma anche perché rappresentativi del nostro Paese, dell'Italia contadina e di un ceto medio urbano, che dal fascismo porterà con sé i segni indelebili della superficialità. Francesco Jovine è autore di un romanzo, "Le Terre del Sacramento", che narra di un Meridione sempre condannato allo sfruttamento e sempre tradito dalla sua classe dirigente: uno scrittore della rassegnazione e della sconfitta. Nel racconto "La morte del patriarca", pubblicato nel 1949, un nipote parla del nonno, giudice di pace di un villaggio del Sud e uomo di fiducia del principale proprietario terriero, il tipico latifondista meridionale. Il nonno è un patriarca per la sua famiglia e l'intera comunità: non approfitta dell'assenteismo del proprietario per arricchirsi, ma anzi si erge a difensore dei contadini. E' un baluardo e una figura mitica. "Nelle notti d'estate girava per le strade illuminate dalla luna, insieme con i suoi compagni contadini e li incantava suonando dolcemente il flauto. (...) Spesso quando egli era assente, i giovani erano accesi da improvvisi furori e mettevano mano alle accette. Ma quando c'era il nonno non accadeva nulla che non fosse placido e gentile; si sentivano volare quelle note di tortora in amore, accompagnate dal ronzio di calabrone di una chitarra battente, i vecchi contadini si destavano dal sonno e immaginavano i campi estivi carichi di spighe pesanti, e succose frutta bagnate dalla rugiada del mattino." Che ne sarà del villaggio dopo la morte del patriarca ? "Ad un tratto una vecchia dal fondo incominciò a piangere ad alta voce e a cantare il suo rammarico doloroso per la perdita imminente. Diceva lenta con voce ritmata: tu te ne vai, nostro onore e nostra difesa, te ne vai spada brillante. Senza di te, riprese una voce giovanile sull'ultima lassa del canto, non abbiamo più luce e giudizio." In "il mondo salvato a spalle", pubblicato nel 1951, Felice Chilanti narra della drammatica inondazione del Polesine e lo fa dandoci un bozzetto realistico e suggestivo della solidarietà contadina. "Correte, gente, l'acqua straripa lungo tutto l'argine" Giovanni e suoi compagni contadini accorrono a chiamare a raccolta gli uomini e a salvare le donne e i bambini". E grida il bottegaio del villaggio, " E tu Giovanni e tu Gabana e tu Tabanin, non siete già stati buttati in galera un anno fa per questi lavori ? Avete proprio voglia di salvare la terra e le vacche del Cané ?" Canè è il grande proprietario della zona, il cui fratello, lo zoppo, urla come un pazzo ai contadini che si danno da fare per salvare la famiglia e le masserizie dei Cané. "Volete fare la rivoluzione disgraziati ! Venite a prendermi, Assaggerete i confetti della mia pistola.... (...) Giovanni e i suoi compagni portavano a spalle il mondo alla salvezza: il mondo intiero così com'era, gli amici e i nemici, la società nella quale vivevano e lottavano; portavano in salvo l'agrario e i suoi beni, il prete e le sue preghiere, il maresciallo dei carabinieri e le sue manette". Il titolo del racconto di Libero Bigiaretti ("un altro destino" 1951) richiama Martin Eden di Jack London. Due giovani fanno amicizia perché lavorano insieme in un cantiere: Renato è di estrazione operaia, intelligente, battagliero, capace di far "valere con chiarezza ed energia le proprie ragioni", Giulio viene da una famiglia borghese, insofferente, ha abbandonato la scuola e vorrebbe pubblicare le sue poesie sulla Fiera Letteraria. A differenza di Giulio, tutto intriso "di nomi e di libri alla moda", Renato "leggeva quando gli capitava, con il desiderio caparbio di comprendere fino in fondo". Giulio conosce Elena, la sorella di Renato, con la quale inizia una relazione. "Ci sciogliemmo, io pieno di sgomento e di confusione, lei calma; mi disse di pulirmi le labbra, ché dovevo averle sporche di rossetto. (...) Mi viene da ridere, se ci ripenso. Se ripenso come, per tutta la serata e la notte, mi si complicò nella testa quella comunissima avventura." E se avesse dovuto sposarla ? "Lo sapete che Giulio va a passeggio ai Mercati generali con una fruttivendola ? (...) Poi conobbi Loredana con la quale, tra un bacio e l'altro, si poteva parlare di letteratura. E Loredana sapeva anche baciarmi molto meglio di Elena".

I racconti non sono certo dei capolavori; dietro un neorealismo di facciata emerge una vena melodrammatica ed enfatica, che proviene dalla letteratura del fascismo e da radici ancora più lontane, dell'Italia provinciale, estranea alla cultura europea. E' singolare come si senta già un senso di stanchezza, di rassegnata accettazione del Paese che sarà l'Italia: intimistica, melliflua ed ipocrita.

Viene un po' di nostalgia nel leggere questi raccont. Allora, una rivista di partito dava spazio alla letteratura, ai principali autori italiani; oggi siamo costretti a leggere frasi sconnesse su Facebook e su Twitter, mentre gli scrittori parlano d'altro, ben lontani dalla politica. E forse da qui che prende le mosse l'ormai stucchevole crisi della sinistra ?

Perché leggerlo ? E' interessante per ricordarci qual' era la cultura di sinistra.



Apprezzamento Medio-Basso
Da non rileggere
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rikipedia.it Tue, 20 Jun 2017 00:00:00 +0100
<![CDATA[The Thicket (la foresta)]]> http://www.rikipedia.it/recensioni/TheThicketlaforesta The Thicket (la foresta)

Lansdale R. Joe



Anno: 2013
Editore: Hodder & Stoughton

Letto in italiano
Finito di leggere il 04.06.2017

Dinanzi al male, alla violenza, alle tante vittime innocenti, ai genocidi e agli stermini di massa ci chiediamo spesso se Dio esista o, se c'è, non sia un Essere indifferente alla condizione umana. E tante volte ci viene da rispondere con le parole di Shorty, uno dei personaggi del romanzo: "Dio è un'idea, e il diavolo siamo noi. (...) La vita non è bianca e nera, qui e là. C'è un po' di fango in essa, e noi siamo parte del fango". Questo romanzo affronta la questione del bene e del male e lo fa con una storia avventurosa, terrificante e cinica. Un'epidemia di vaiolo ha reso orfani due adolescenti, Jack e Lula. Vengono presi in carico dal nonno: esempio di virtù e di saldi valori, almeno agli occhi dei ragazzi. "Era un uomo religioso e sempre era convinto che egli avrebbe visto tutti in paradiso. Era una cosa ferma e solida in lui, e lo confortava in tutte le situazioni, e mi aveva insegnato che questo era il modo con il quale bisognava trattare con il mondo". Iniziano un viaggio, che avrebbe dovuto portare i ragazzi a vivere presso una zia, quando, attraversando un fiume su un piccolo traghetto, il nonno viene ucciso da un malvivente, l' imbarcazione si rovescia e Lula viene rapita dai banditi.Jack è atterrito e vuole mettersi subito alla ricerca della sorella. Giunto nella cittadina più vicina, si imbatte in un nano, appunto Shorty, e in Eustace, un gigante nero sempre insieme ad un maiale. I due sono disponibili ad aiutare Jack, perché il ragazzo li ha convinti promettendo come ricompensa una proprietà avuta in eredità. Sono due pochi di buono, almeno sembra; ma i dubbi di Jack sono altri:" potrebbe non essere necessario uccidere qualcuno. Shorty e Eustace mi guardarono come se mi fossero appena caduti i pantaloni e avessi cagato una grossa merda proprio lì nella stanza. Potrebbe non essere necessario uccidere qualcuno ? disse Eustace, hai preso un drink o due senza che me ne accorgessi ?" Jack perde la verginità con una giovane prostituta, dalla quale viene a sapere che il nonno la frequentava con assiduità. Assiste alla tortura di uno dei banditi da parte di Eustace e Shorty; quest'ultimo gli racconta la spaventosa storia dello sceriffo, la cui famiglia fu orrendamente trucidata dagli indiani. Jack tenta di non cedere, rivolgendosi a Dio, "ma le preghiere le sentivo senza senso, a differenza di quando ero a casa e la mia famiglia era in casa con me e ogni cosa era in ordine. Le preghiere allora sembravano vere, ma adesso le sentivo vuote". Hanno saputo che i malviventi si sono nascosti in una boscaglia, un'area impenetrabile ed in mano ai banditi. Inizia "una nobile spedizione di salvataggio"; peccato che il gruppo sia formato da improbabili personaggi: un inetto cercatore di tracce (Eustace), un maiale quasi cane, un nano troppo saggio per essere reale, una prostituta un po' innamorata e un po' in fuga, uno sceriffo disperato e un pover'uomo, un addetto alle pulizie che si aggiunge così, per paura o perché non saprebbe cosa fare d'altro. E' una metafora dei dannati della terra ? Comunque sia, con questa compagnia bislacca Jack si inoltra nella boscaglia: si imbatte in cadaveri orribilmente sfigurati e in superstiti ancora traumatizzati dai crudeli criminali, viene a conoscenza di storie agghiaccianti, di atroci delitti, ed è coinvolto in sparatorie e omicidi, nei quali i suoi compagni mostrano la stessa indifferenza alla vita di quella dei banditi. E' come discendere agli inferi, non c'è un limite alla malvagità dell'uomo. Fino a quando, in una scena finale di forte tensione, gli eroi, che vorremmo fossero buoni, fanno strage dei nemici e liberano Lula. Nel corso dello scontro Jack non ha remore, è ormai un assassino determinato e privo di freni etici, non cerca più la Giustizia, non si aspetta nulla dalla legge, non ha più rispetto della vita umana: "mi sentivo lontano da Gesù e più vicino a Satana di quanto ero mai stato prima".

E' meglio non riportare il finale del romanzo: è di un buonismo deludente, del tipo "tutti vivranno felici e contenti"; una caduta narrativa dopo un racconto che non lascia spazi all'immaginazione, tanto gli orridi atti di crudeltà sono dettagliati e ripetuti sino alla noia. C'è da chiedersi quale sia stata la finalità dell'autore: un inno alla violenza, un affresco della società moderna con le sembianze del mondo del West, o, peggio ancora, convincerci che si diventa adulti solo se si accetta il male come elemento caratterizzante la vita umana, in tutte le epoche. Se così fosse, noi rispondiamo con le parole di un grande filosofo confuciano (Wang Yang - Ming, vissuto tra il 1472 e il 1529): la Mente, detta anche Cuore/Spirito (principio unificante dell'universo) "condivide la stessa essenza della natura umana ed essendo la natura umana originariamente buona altrettanta perfezione va riconosciuta alla Mente". E' inutile domandarsi se Dio è buono, cattivo o indifferente, perché non è altro che la proiezione della natura umana: siamo noi che dobbiamo coltivare noi stessi con la conoscenza, il comportamento, la compassione e la sincerità, in modo da agire bene e sgombrare il campo dal male.

Il pregio fondamentale del romanzo è lo stile narrativo. Non è un inglese facile, perché pieno di parole gergali e con una struttura sintattica apparentemente involuta; eppure è proprio la scrittura a dare originalità al racconto, ad intrigare ed affascinare il lettore. Dispiace che tanta abilità sia stata messa al servizio di un messaggio così sbagliato.

Perché leggerlo ? Talvolta noioso, ridondante di crudeltà, troppe disgressioni: ciò che avvince è la scrittura.



Apprezzamento Medio-Basso
Da non rileggere
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rikipedia.it Sun, 04 Jun 2017 00:00:00 +0100
<![CDATA[Nuovi racconti italiani]]> http://www.rikipedia.it/recensioni/Nuoviraccontiitaliani Nuovi racconti italiani

Autori vari



Anno: 1962
Pagine: 545
Editore: Nuova Accademia

Letto in italiano
Finito di leggere il 30.05.2017

Il libro raccoglie 29 racconti, una rassegna che comprende scrittori famosi, come Bassani, Buzzati, Gadda, Moravia, Pasolini, Pratolini, Cassola ed altri; ma anche autori meno noti, comunque rappresentativi della letteratura del nostro Paese. Non si può dar conto di tutti i racconti, peraltro molti non particolarmente riusciti, mi soffermo solo su alcuni. Essi hanno un tratto comune: parlano delle condizioni materiali di vita dell'Italia degli anni'50, con un approccio tra verità e poesia, fra disegno sociale e storie personali. Carlo Bernari è oggi uno scrittore dimenticato, ma nel 1929 compose un romanzo ("Tre operai"), che dava una visione realistica della condizione operaia sotto il fascismo e per questo ebbe una diffusione semiclandestina. Nel suo lungo racconto, "Il crumiro", Bernari ci parla di Peppino, un napoletano pieno di risorse: nella Bari del dopoguerra riesce a trovarsi un lavoro di "tutto fare" in una fabbrica, a costruirsi una casa, ovviamente abusiva, ad allacciarsi alla luce e all'acqua, sempre di straforo, e a mettere su famiglia. "Alla napoletana, lo motteggiavano i suoi compagni di lavoro, quando al mattino scoprivano il rubinetto aggiustato, la nuova presa di vapore, uno scranno ricavato da una vecchia cassa da imballaggio (...). Non proprio a regola d'arte, ma in maniera approssimativa, sì alla napoletana, comunque però era fatto". E se è vero che il tutto (la casa, il lavoro e la numerosa figliolanza) ha i suoi inconvenienti ("ma insomma, dentro ci sentono, fuori ci vedono, mi vuoi dire che amore è questo ?") Peppino sente di avere raggiunto tanti traguardi, modesti agli occhi di oggi ma importanti nell'Italia di allora. Quando, a seguito di una pioggia, che scrosciava da giorni, "ostruite le fogne, un'acqua melmosa e verdognola rifluì dal sottosuolo (...) raggiunse l'ultimo cortile, dove abitava Peppino: e lì ristagnò" e distrusse la casa di Peppino e della sua famiglia, annientando i suoi sogni. Con Rea, Prisco, Ortese ed altri, Raffaele La Capria appartiene a quella vena narrativa napoletana che risale a Matilde Serao. In questo breve racconto ("Ninì prende il largo") La Capria parla di libertà, e lo fa con il mare di Posillipo. Ninì è uno "scugnizzo". La schiena nera, ossuta, chiazzata di sale, tutt'una con lo scoglio, già cominciava a scottare sotto il sole (...) Ma l'attenzione di Ninì era concentrata nella conchetta trasparente, tra quelle quattro pietre del fondo, che se le pigliavi e le portavi su erano pietre come le altre, (...) e quando le vedevi invece sotto mezzo metro d'acqua così chiara, erano piene di avventure". Sta pescando il mazzone (un pesce di scoglio che "pure il gatto lo schifa"), quando un amico gli urla di salire in barca. Ed ecco a remare verso la punta di Posillipo, a chiamare le ragazze perché si affaccino ai balconi, a fare il gradasso con chi sta fra gli scogli: e si "agitava col culetto sulla prua della barca, batteva coi calcagni sui fianchi, come a spronarla. (...) Ora man mano che la barca avanzava, la linea dell'orizzonte si spostava sempre più in là, dietro il Capo di Posillipo e il promontorio si ritirava sempre più nella costa, e davanti agli occhi di Ninì il cerchio perfetto del golfo si apriva lasciando intravedere altre distanze. (...) A ripensarci, adesso, la conchetta trasparente sotto gli scogli di Palazzo Donn'Anna pareva a Ninì non più grande di una bagnarola". Bonaventura Tecchi ha vinto nel 1960 il Premio Bancarella col romanzo "Gli egoisti". In "La ragazza della filanda", la protagonista è un'operaia "grande e ossuta quasi quanto un uomo", (...) conservando sotto quella membratura maschile una curiosa innocenza, in parte timida e in parte sempliciona". Non ha ancora conosciuto il sesso e ride quando le compagne le dicono che l'amore "è un gusto, presso a poco come quello che tu hai a mangiare le cose ghiotte". "Pareva che quel suo stesso corpo, così squadrato e forte, fosse una corazza, entro la quale l'amore non sarebbe potuto entrare per malizia, forse solo con la violenza". E così avviene: un uomo, solo perché "l'aveva sotto mano", le fa la corte, la convince a farsi portare a casa, e quando si accorge che "davvero non era mai stata toccata dall'amore, ne ebbe quasi un senso di rancore, (...) e quando venne il piacere rapido, violento, e la gran soddisfazione, l'orgoglio di lui, anche allora rimase (...) la volontà di umiliar lei". E lei, piantata dopo pochi giorni, va "via sola giù per il viottolo, con quelle spalle ossute che sussultavano sotto lo scialletto, ma senza piangere." Giovanni Testori è conosciuto come autore di teatro, ma ha scritto numerosi racconti e romanzi. La breve storia "Guardati intorno ed impara" è enigmatica, tanto che fino all'ultimo non ne è chiaro il senso complessivo. Una giovane donna fugge da una casa, barcolla, si appoggia ad una parete, cerca di riprendere contatto con la vita: capisce "che non le resta nient'altro da fare che nascondere se stessa, non solo alle persone ma anche alle cose". E' questo l'avvio di una storia: lentamente si dispiega, comprendiamo che la ragazza ha ucciso un uomo, non perché veramente lo volesse, ma per un meccanismo familiare. Sorella, fratello e madre sono legati tra di loro da un nodo, che "nella sua elementarità era quasi tragico: legami che venivano trattenuti da ogni espressione sentimentale, ma che si manifestavano nella loro forza, allorché la vita della famiglia attraversava qualche situazione difficile. Allora una parola, una domanda o un semplice riferimento bastavano perché i tre si ritrovassero costretti e quasi dannati a un solo destino. (...) Sarebbe stato necessario distruggere, a furia di poter tutto, ogni residuo umano."

Le storie di Peppino, di Ninì, dell'operaia della filanda e della giovane donna sono paradigmatiche di una società e di una condizione esistenziale. Darsi da fare, spesso inutilmente, desiderare la libertà, anche di un momento, accontentarsi di un amore qualunque, lasciarsi intrappolare dai meccanismi familiari, sono i tratti caratteristici di un'Italia che è lì lì per cambiare, ma nella quale prevale ancora la rassegnazione. Pur nel pessimismo prevalente i quattro racconti esprimono forza narrativa e innovazione: gli autori costruiscono trame eleganti ed interessanti, personaggi significativi e di spessore, hanno qualcosa da dire e lo fanno con una scrittura colta, ma già contemporanea. La lingua parlata sta entrando in quella scritta e lo farà poi in modo prepotente, per ora serve a non far fare ai racconti "la figura barbosa e barbina dell'antiquato (Antonio Baldini nell'introduzione).

Perché non leggerlo ? Sono quattro bei racconti, ma non valgono la fatica di leggere oltre cinquecento pagine..



Apprezzamento Medio-Basso
Da non rileggere
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rikipedia.it Tue, 30 May 2017 00:00:00 +0100
<![CDATA[Butcher's Crossing]]> http://www.rikipedia.it/recensioni/ButchersCrossing Butcher's Crossing

Williams John



Anno: 1960
Pagine: 352
Editore: Vintage Classics

Letto in inglese
Finito di leggere il 09.05.2017

L'anno è il 1873 e Butcher's Crossing è una città del Kansas, in realtà un piccolo insediamento di cacciatori di buffali. Andrews è un ragazzo di vent'anni; ha abbandonato Boston per una vaga idea di libertà. "Talvolta, dopo aver ascoltato le voci sommesse in chiesa e a scuola, superava i confini di Cambridge per le terre e i boschi che giacciono a sud - ovest. Là in qualche luogo solitario, immobile su un nudo terreno, sentiva la mente riempirsi dell'aria limpida e si immergeva in uno spazio infinito: la vacuità e la costrizione che sentiva erano dissolte nella natura selvaggia che lo circondava". Il giovane conosce un cacciatore, si lascia coinvolgere in un progetto: andare al di là della grande pianura, in mezzo alle montagne, laddove pascolano ancora migliaia di buffali. "Capì che la caccia era soltanto uno stratagemma, un inganno a se stesso. (...) Nessun affare lo spingeva... andava là per la libertà". Si forma una strana squadra: Miller il capo, cacciatore paranoico, uccide i buffali per il gusto di farlo, e non solo per avidità, Schneider un uomo pratico e cinico, deve scuoiare le bestie con l'aiuto di Andrews, e con loro un vecchio pazzo alcolizzato, Charley Hoge. Con questo gruppo Andrews si inoltra nel selvaggio West, nel contempo un'avventura e una trasformazione fisica e spirituale. Sono un'altra immensità ed un altro orizzonte, ma la mente del ragazzo è ancora "piena delle meraviglie che aveva conosciuto da bambino". Francine, una prostituta, gli dice con affetto, dolcemente sorridendo: "tornerai; ma non sarai lo stesso. Non sarai così giovane; diverrai come gli altri. Andrews la guardò confuso, e nella sua confusione gridò: diverrò soltanto me stesso". Le tappe del cambiamento, da ragazzo ad adulto, sono scandite dalle diverse fasi del viaggio. Innanzitutto camminano per molti giorni nella grande pianura ed Andrews deve abituarsi alle lunghe ore di cavallo in un ambiente piatto e monotono: "si sentiva come la terra, senza identità e senza forma (...), percepiva il corpo divenire lentamente asciutto e forte: pensava a volte che stava entrando in un nuovo corpo, o in un corpo reale, prima nascosto da una innaturale mollezza, bianchezza e delicatezza". La seconda fase è costituita dalla caccia al buffalo: la strage senza pietà, la bestia scuoiata e macellata. "L'intera attività sembrava ad Andrews come una danza, un tenebroso minuetto"; l' eccidio senza fine come "un meccanismo, una automazione, (...) come una fredda risposta senza senso alla vita. (...) Capì che si allontanava non a causa di una nausea femminile del sangue, (...) ma per lo shock di vedere il buffalo, alcuni momenti prima orgoglioso e nobile e pieno di dignità, adesso spoglio e senza aiuto, un pezzo di carne inerte. (...) Il suo essere era ucciso, e in quella uccisione sentiva la distruzione di qualche cosa entro di lui, ed egli non era capace di affrontarlo". Ed infine è il lungo inverno: il gruppo si ritrova intrappolato dalla neve sino a primavera, al freddo e totalmente isolato. "Egli finì per accettare il silenzio nel quale viveva, e non cercare un qualche significato in esso. (...) Ricordava vagamente le comodità della sua casa a Boston; ma ciò sembrava irreale e lontano, e di quei pensieri gli restava soltanto lievi fantasmi di una rimembranza": una sorta di estraniazione, perdita di coscienza e di identità. La natura selvaggia, imperscrutabile ed indifferente, ha la meglio sui sogni del ragazzo: crea un uomo duro, incapace di affetto, solitario ed individualista. E quando finalmente il gruppo ritorna a Butcher's Crossing, dopo aver perso tutto il carico di pellicce nell'attraversare un torrente in piena, e quando Miller e i suoi scoprono che il prezzo delle pellicce è crollato, che la loro fatica non è valsa a nulla, Andrews si chiede che senso abbia avuto tutto questo. Dove era stato e perché ? Non resta che andarsene, rimettersi in cammino, solo. "Perfino adesso, alla luce dell'alba, la città era come un piccolo rudere; la luce colpiva i bordi degli edifici e rendeva più evidente un vuoto che era già là. (...) Egli non sapeva dove stava andando; ma sapeva che (la direzione) gli sarebbe sopraggiunta più tardi nella giornata. Cavalcava avanti senza fretta, e sentiva dietro di lui il sole salire lentamente e riscaldare l'aria".

Non bisogna lasciarsi ingannare dalla storia, dalle descrizioni minuziose dei paesaggi e della caccia al buffalo: l'oggetto del racconto non è il selvaggio West. E non siamo dinanzi ad un romanzo di formazione, perché Andrews non è diventato veramente adulto, tanto è vero che abbandona la donna, Francine, che lo ha accolto con amore al ritorno dal lungo viaggio. L'argomento del romanzo è l'estraniazione dal mondo: il non sentirsi parte di niente, uomo solo in un mondo incomprensibile, senza amicizie e senza valori. Se la grande conquista del West, il mito americano, fosse stato questo, che ne sarebbe dei valori di comunità e di libertà che tuttavia sorreggono la società statunitense ? Il romanzo non parla di questo, anche se sembrerebbe farlo; il racconto è all'interno della coscienza dell'autore, parla della ricerca di un equilibrio non riuscito tra individualità e socialità.

Il racconto è scritto molto bene. Lo stile è elegante, i periodi scorrono fluidi e piacevoli, l'elemento documentaristico ben si concilia con la trama e i personaggi. Si percepisce, tuttavia, un forte connotato intellettualistico, qualche cosa di artefatto, risultato di un indagine, non di un mondo vissuto, almeno nei suoi ideali. Si parla di natura selvaggia, di uomini che lottano in un ambiente ostile, ma se si confronta il romanzo con le opere di Jack London, ed in particolare con quel capolavoro che è Zanna Bianca, si capisce molto bene come John Williams sia semplicemente l'ennesimo intellettuale, che scrive di sé stesso e, perché mai ?, anche di uomini ed ambienti che conosce solo sui libri, perché li ha studiati.

Perché leggerlo ? Bella scrittura, ottime descrizioni dei luoghi, personaggi tratteggiati mirabilmente.



Apprezzamento Medio-Basso
Da non rileggere
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rikipedia.it Tue, 09 May 2017 00:00:00 +0100
<![CDATA[Il Calcio in giallo]]> http://www.rikipedia.it/recensioni/IlCalcioingiallo Il Calcio in giallo

Autori vari



Anno: 2016
Pagine: 337
Editore: Sellerio

Letto in italiano
Finito di leggere il 17.04.2017

Il libro raccoglie i racconti sul calcio di diversi scrittori di noir, alcuni noti, come Aykol, Giménez-Bartlett, Malvaldi e Manzini, altri meno conosciuti: Gian Mauro Costa, Francesco Recami e Gaetano Savatteri. Le trame, i personaggi e gli stili di scrittura sono differenti; c'è comunque un tratto comune: il calcio, anche quello dilettantistico o praticato nei campionati minori, è sempre una cosa sporca e violenta, che tira fuori il peggio dalle persone. Gli scrittori già famosi sono scontati: gli schemi narrativi sono quelli dei loro romanzi, disgraziatamente compressi all'interno della forma del racconto, per sua natura breve. Interessanti sono i contributi di Costa, Savatteri e Recami; i primi due hanno ambientato le loro storie a Palermo, mentre il contesto del terzo è Milano. Quello di Recami ( "Progresso - Audace 3-2") è il racconto migliore, sul quale vale la pena soffermarsi, per i temi trattati e l'abile narrazione. Siamo in una partita di ragazzi, con i genitori a tifare sugli spalti. Gianmarco ha undici anni, ha i tipici dubbi di un adolescente sul proprio orientamento sessuale, anche perché, gentile, sensibile ed educato, viene beffeggiato dai compagni con epiteti quali "Giorgi gay". E' un bravo giocatore, viene preso di mira da un ragazzo della squadra rivale, aizzato dal padre ( "stroncalo, buttalo giù, finiscilo, ammazzalo.."). L'uomo, "over fifty sovrappeso, immigrato pugliese di terza generazione, abbastanza panzuto", "in piena crisi estetica", insulta la madre di Gianmarco con parole impronunciabili, le tira una sberla e scatena l'ira delle mamme, che lo inseguono per picchiarlo. Si rifugia in un magazzino abbandonato, dove viene catturato da Oleg, un gigante, chiaramente un criminale proveniente da chi sa quale paese dell'Est Europa. E qui la vicenda cambia di segno per il nostro panzuto prepotente: da gradasso diviene un agnellino, così fifone da cagarsi addosso (letteralmente) e da non essere capace di difendere la propria famiglia dalle minacce e dalle violenze di Oleg. Sarà, invece, sua moglie a proteggere i figli e la casa, disponibile a sacrificarsi per questo; ma come ? proprio una donna, appartenente a quel genere, che il panzuto apostrofava abitualmente con termini quali: "troia di merda....". Nel frattempo Gianmarco fa una scoperta incredibile: un giocatore famoso, "uno dei suoi idoli, un duro, uno che si faceva rispettare", aveva dichiarato di essere gay. Come era possibile ? "Non ti devi meravigliare proprio per niente" gli disse il bidello Sciacca dall'alto della sua saggezza, "nel mondo del calcio sono tutti froci. (...) Senza dubbio fu la lezione di educazione sessuale più intensa che Gianmarco aveva mai avuto e avrebbe mai ricevuto in tutta la sua vita. Rifletteva. Eccolo il principio, ecco la verità, ecco perché alla Juventus sono tutti froci, Allora se io sono gay vuol dire che sono più virile della mammolette che vanno con le donne ?" Interviene la bidella. "Che fai Sciacca, racconti le solite storielle sporche ai ragazzi ? Ma che vai dicendo, parlavamo di calcio."

La forma del racconto non si presta al noir: è troppo breve per rendere possibile quello sviluppo e quella suspense che costituiscono il cuore di un giallo. E' come vedere un telefilm della "Signora in giallo": ad un certo punto deve concludersi e quindi la storia precipita in un finale scontato o rimane sospesa, lasciando insoddisfatto il lettore. Di maggior pregio sono le ambientazioni, i personaggi e soprattutto la scrittura: quest'ultima è talvolta una bella sorpresa.

Perché leggerlo ? Si scoprono scrittori meno noti, ma di valore.



Apprezzamento Medio
Da non rileggere
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rikipedia.it Mon, 17 Apr 2017 00:00:00 +0100
<![CDATA[The Grass Harp (l'arpa d'erba)]]> http://www.rikipedia.it/recensioni/TheGrassHarplarpaderba The Grass Harp (l'arpa d'erba)

Capote Truman



Anno: 1945
Pagine: 120
Editore: Vintage Int. Edition

Letto in italiano
Finito di leggere il 02.04.2017

"L'arpa d'erba" è un romanzo di formazione, ma va letto come una assonanza di immagini meravigliose e suoni straordinari, "un'arpa di voci che raccontano una storia" E a noi non resta che ascoltare. Come già si è visto nel "Giorno del Giudizio" di Salvatore Satta, la rimembranza non è un succedersi di eventi, una sequenza di situazioni e personaggi; è invece come chiudere gli occhi "per fissare la loro immagine, (...) una serie di ricircoli, anelli che non evolvono con la libertà di una spirale: per me passare dall'uno all'altro è stato un salto, non un cambiamento graduale". In questo caso a ricordare è un adolescente: Collin. Orfano di entrambi i genitori viene accolto nella casa delle zie, in una piccola cittadina di campagna. Verena, la più giovane delle due sorelle, è una donna autoritaria, esperta negli affari, sempre pronta ad imporre regole e restrizioni. Dolly, l'altra sorella, è bizzarra, con gli occhi di "una persona dotata di un naturale talento, gentili, trasparenti occhi, di un colore verde luminoso, come una crema alla menta". E poi c'è l'unica amica di Dolly, Catherine. "Erano sempre insieme ed ogni cosa che dovevano dire lo dicevano l'una all'altra: appoggiando l' orecchio ad una trave potevo ascoltare l'affascinante tremore delle loro voci che fluivano come un ronzio tra i vecchi tramezzi di legno. (...) Lo so: Dolly, dicevano, era la croce di Verena. (...) Forse era così. Ma quelli furono anni felici. (...) Se qualche folletto volesse farmi un regalo, mi dovrebbe dare una bottiglia colma delle voci di quella cucina, gli ha ha ha e i bisbigli del fuoco, una bottiglia strapiena degli odori di forno, di burro e di dolci, anche se Catherine puzzava come una scrofa in calore". Verena, sempre avida di guadagni, vorrebbe che la sorella accettasse di mettere in commercio le ricette di erbe naturali, delle quali Dolly è famosa, ma anche giustamente gelosa. Per la prima volta le due sorelle si scontrano e Dolly, così fragile e docile, mostra tutta la sua caparbietà: decide di andarsene, porta con sé Collin e Catherine e sceglie come dimora un albero: "spazioso, robusto, (...) era come un battello fluttuante su un mare di rami, (...) Dolly sapeva, e faceva in modo che io sapessi, che era una nave, che starci era veleggiare lungo le coste nuvolose di ogni sogno, (...) noi le appartenevamo, come le appartenevano i rami illuminati dal sole, nido di uccelli notturni." E' un scandalo, è chiaramente una rivolta, verso Verena e contro l'intera città. Ed infatti più volte lo sceriffo, il reverendo, i compaesani vanno sotto l'albero per convincere Dolly a scendere. La situazione diviene ancora più imbarazzante quando un vecchio giudice in pensione si aggiunge ai "rivoluzionari", i quali a loro volta permettono che si accampi vicino all'albero una strana e numerosa famiglia di vagabondi. L'ordinata vita cittadina è sconvolta. Si arriva allo scontro fisico, all'azione di forza, Catherine viene arrestata. Alla fine sarà Dolly a decidere: la sua saggezza, e l'affetto per la sorella, per Collin e Catherine, la convincono a scendere, anche perché Varena ha compreso di aver sbagliato. Il racconto si conclude con la lunga malattia di Dolly e con la sua morte. E' tempo per Collin di andarsene.

Che cosa simboleggia l'albero ? Tante cose: la libertà, il sogno,la natura, e in particolare un legame così forte da sopravvivere alla morte: quello tra Collin e Dolly. "Avrei inventato qualcuno, una storia per ritrovarla, poiché lei sembrava andare avanti verso il futuro, mentre io ero incapace di seguirla nella mia monotona immobilità". Ma come andavo avanti nello scrivere "noi fluivamo insieme di nuovo come una corrente d'acqua che per un istante un'isola ha diviso". Come si era già visto nel Grande Gatsby l'occhio del giovane narratore, un adolescente, illumina con l'immaginazione la figura di una modesta donna di provincia e di una banale casa sull'albero, costruita da altri ragazzi per gioco. La fantasia è il mezzo più potente (il solo ?) per trasfigurare la realtà, e renderci felici.

Il primo capitolo è splendido; poi il racconto procede lento, senza ritmo, con troppe divagazioni e con l'ingresso di un numero eccessivo e ridondante di personaggi. Insomma lo scrittore ha tirato un po' per le lunghe, non riuscendo a sviluppare l'idea geniale della casa sull'albero come rifugio e luogo di sogno e libertà. Forse ha nuociuto aver voluto creare una trama, e non lasciarsi, invece, immergere nell' atmosfera misteriosa del bosco: troppa prosa, poca poesia !

Perché leggerlo ? Vale la pena leggerlo solo per il primo capitolo.



Apprezzamento Medio
Da non rileggere
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rikipedia.it Sun, 02 Apr 2017 00:00:00 +0100
<![CDATA[Probabilmente mi sono persa]]> http://www.rikipedia.it/recensioni/Probabilmentemisonopersa Probabilmente mi sono persa

Salar Sara



Anno: 2008
Pagine: 116
Editore: Ponte 33

Letto in italiano
Finito di leggere il 24.03.2017

La protagonista è una giovane donna: vive a Tehran con un bambino, è separata, è in cura da uno psicologo, ha una amica: Gandom. La storia si sviluppa nell'arco di poche ore. Si è svegliata confusa allo squillo del telefono dell'ex marito, si ritrova piena di lividi e con un occhio contuso (è stata picchiata ?), si ricorda a mala pena di aver mandato il bambino all'asilo con il taxi; inizia subito un dialogo immaginario con Gandom. "Perché non le ho mai detto che a volte i sogni accompagnati dalle paure, dalle ansie e dalle preoccupazioni sono più belli della realtà e, a volte, addirittura più reali della realtà ..." Erano amiche d'infanzia, sono cresciute nella stessa città di provincia e insieme l'hanno lasciata per andare a studiare a Tehran, si sono innamorate dello stesso uomo, ma poi la protagonista ha sposato quello prescelto dalla famiglia. Esce di casa, il traffico è intenso e rumoroso, la radio invade l'abitacolo dell'auto con messaggi pubblicitari, notizie infarcite di propaganda politica, richiami religiosi: "Cick, Cick, Cick ...il cioccolato per grandi e piccini, (...) I problemi economici sono un complotto del nemico, (...) Le donne e gli uomini sono essenzialmente diversi. Se una donna devia dalla strada della purezza, provoca il disonore del marito ma se l'uomo..., (...) Quando deve nascere un bambino, viene un angelo da parte di Dio (...). L'angelo lo spinge in questo mondo e se ne prende cura per tutta la vita ..." Continua a parlare con Gandom, così veniamo sapere che le sono morti il padre e i fratelli, è cresciuta in una famiglia rovinata dai debiti, con una madre fredda e severa. "Da quando, da quando mi sono coperta con questo chador nero e pesante ?(...) Forse ho lasciato qualcosa in un qualche posto, nel passato. (...) Ah, se fosse possibile con un solo respiro profondo inghiottire il passato e mandarlo giù per sempre...." Ben diversa è Gandom, piena di vita, gioiosa, sicura, con un padre affettuoso, una nonna gentile e tanti soldi da spendere nello shopping. Sono inseparabili, con l'amica sempre pronta ad affermare la propria superiorità, conoscendola meglio di quanto lei stessa si conosca. "Gandom mi doveva umiliare sempre, sia quando mi rinfacciava le mie paure, sia quando non me le rinfacciava. Tutta la mia vita è andata in merda con questa persona, una persona che sembrava sapesse tutto di me, come se conoscesse i miei angoli nascosti, come se fosse più vicina a me di me ... tutta la mia vita... mi viene da ridere ...". Non la vede da molti anni, la deve trovare perché non può vivere senza di lei, la cerca presso l'uomo che entrambe hanno amato. "Ho trentacinque anni. Domani porterò Samiar all'asilo e, quando uscirò dal portone, vedrò una donna di trentacinque anni ferma lì, in piedi, che mi fissa sorridendo. Questa volta, dopo tutti questi anni, la riconosco, con quegli occhi lucenti neri, con quella pelle liscia, ambrata, con tutti quei capelli che fuoriescono qui e là dal foulard e le incorniciano il viso... con quel sorriso che le fa venire due fossette sul viso... le vado incontro e le stringo forte le mani nelle mie. Dice: come sono calde. Vorrei dirle che non sono le mie mani che sono calde... non dico nulla... soltanto le stringo forte nelle mie e sorrido ... dopo tutti questi anni, so che anche a me, quando sorrido, vengono le fossette sul viso".

E' la storia di una scissione della personalità. Oppressa dagli incubi del passato, ai quali ha tentato invano di sfuggire trasferendosi nella grande città, per ritrovarsi ancora più sola e disperata, la protagonista è scivolata nella schizofrenia. "Misi la mano sulla sua. Il suo essere sempre presente era meglio del suo non esserci. La sua presenza, con tutta la sofferenza che mi provocava, e forse con tutta la sofferenza che mi provocavo...(...) E' come se mi fossi persa anni fa, persa in quel cielo pieno di stelle di Zahedan". Per ritrovare sé stessa dovrebbe tornare all'infanzia, molti indietro nel passato, e non è possibile. La salverà l'amore materno ? "Piango... Piango a voce alta, (...) Samiar mi accarezza i capelli e io sprofondo nel suo abbraccio... ".

Il racconto è costruito su diversi livelli: la vicenda reale, insignificante; i dialoghi serrati con Gandom, ovviamente dei soliloqui; le visite dallo psicologo, brevi ed inutili ai fini della comprensione della protagonista; e l'Iran contemporaneo, tra modernità e Islam tradizionalista. Ne deriva una narrazione frammentaria e confusa, anche per l'uso esasperato dei punti di sospensione, vorrebbero dare il senso del flusso della coscienza, in realtà è un banale espediente letterario per non approfondire il dramma esistenziale della protagonista. Si resta perplessi, si rimane insoddisfatti, con l'impressione di un racconto superficiale, artefatto, intellettualistico, e non realmente vissuto.

Perché non leggerlo ? Inconcludente e inutile.



Apprezzamento Basso
Da non rileggere
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rikipedia.it Fri, 24 Mar 2017 00:00:00 +0100
<![CDATA[To kill a mockingbird (Il buio oltre la siepe)]]> http://www.rikipedia.it/recensioni/TokillamockingbirdIlbuiooltrelasiepe To kill a mockingbird (Il buio oltre la siepe)

Lee Harper



Anno: 1960
Editore: Lippincott Company

Letto in inglese
Finito di leggere il 11.03.2017

"Mentre tornavo a casa, pensavo che Jem ed io saremo diventati grandi, ma non c'era molto altro per noi da imparare, tranne l'algebra". Con questo giudizio Scout, la piccola narratrice del romanzo, sintetizza le vicende del libro. Ma che cosa ha imparato realmente la bambina ? Maycomb è una citta del sud degli Stati Uniti: "una vecchia e stanca città. (...) Nella stagione delle piogge le strade si trasformavano in una rossa fanghiglia; l'erba cresceva sui marciapiedi, il tribunale affondava nella piazza. (...) C'era in realtà un sistema di caste in Maycomb, ma per me lavorava in questo modo: i vecchi cittadini, l'attuale generazione di famiglie che erano vissute accanto per anni ed anni, erano totalmente prevedibili gli uni agli altri: essi davano per scontato atteggiamenti, cambiamenti di carattere, perfino gesti, poiché si erano ripetuti in ogni generazione e fissati nel tempo." Scout è una bambina vivace, indipendente, irrequieta. Il suo "eroe" è Jem, il fratellino maggiore, il suo riferimento ideale è il padre. Atticus, viene chiamato per nome dai figli, è uno stimato avvocato e rappresentante della città nel parlamento dello stato; vedovo, educa i figli nel rispetto degli altri e della comunità, ma soprattutto secondo valori autentici, di giustizia e libertà. "Tutti hanno il diritto al pieno rispetto delle proprie opinioni, ma prima che io sappia vivere con le altre persone, devo vivere con me stesso. L'unica cosa che non si attiene alla regola della maggioranza è la coscienza personale". Scout e Jem trascorrono le lunghe e calde estati nella continua esplorazione del cortile accanto. In particolare li attira una casa, dove vive nascosta una persona, avvolta nel mistero. Chi è ? E' un essere mostruoso e pericoloso ? Perché vive senza mai uscire ? I ragazzi cercano in qualche modo di scoprire questo tenebroso segreto. Ed ancora una volta, come in tanti episodi del romanzo, emerge la serena saggezza di Atticus: ciascuno ha il diritto di vivere come crede; "ciò che fa Mr. Radley (l'oscuro personaggio) ci potrebbe sembrare strano, ma ciò che fa non è strano per lui" E poi, è giusto, chiede Atticus, "mettere la storia della sua vita in pubblico così che sia alla mercé dei chiacchiericci dei vicini" ? Atticus tratta i figli alla pari, dando loro consigli ma anche accettandoli: "che cosa farei, si chiede Scout, se Atticus non sentisse la necessità della mia presenza, aiuto e consiglio"? La storia potrebbe proseguire secondo i toni e i ritmi di un racconto d'infanzia, quando irrompe una vicenda tipicamente di stampo razzista. Un negro viene accusato di aver stuprato e picchiato una ragazza bianca; Atticus é l' avvocato d'ufficio, incarico che accetta pur sapendo che si metterà in contrasto con la comunità. "Se non l'avessi fatto, (dice alla figlia), non avrei potuto andare in città a testa alta, non avrei potuto rappresentare la contea in parlamento, e soprattutto non avrei potuto dire a te e a Jem cosa non fare". Ciò che si svolge nell'aula del tribunale conferma la grande abilità di Atticus, come avvocato e uomo. La sua arringa finale è la sintesi di che cosa è la democrazia. "Thomas Jefferson una volta disse che tutti gli uomini sono stati creati uguali. (...) Noi sappiamo (...) che alcuni sono più intelligenti di altri, alcuni hanno più opportunità perché sono nati privilegiati, alcuni uomini fanno più denaro di altri ...(...) Ma c'è una cosa in questo paese nella quale tutti gli uomini sono stati creati uguali.(...) Questa istituzione è il sistema giudiziario". La Giustizia è un ideale, esiste comunque la giustizia perché per la legge tutti gli uomini sono uguali. Atticus si illude: il ragazzo nero, pur chiaramente innocente, viene condannato in quanto negro; poi viene ucciso durante la fuga dal carcere. E' una doppia sconfitta: il sistema giudiziario non è imparziale, il ragazzo non ha creduto nella giustizia della legge.Il padre della ragazza bianca decide di vendicarsi in quanto durante il processo il suo "onore" sarebbe stato infangato da Atticus; tutti hanno capito che è stato lui a picchiare la figlia. Durante la notte di Halloween Scout e Jem sono aggrediti dall'uomo. Jem cerca di salvare la sorella e nella colluttazione l'aggressore si accoltella e si uccide (o viene ucciso dal ragazzo ?). Jem, incosciente e ferito, è portato al sicuro proprio da Mr. Radley, il mostro della porta accanto. La storia potrebbe avere un lieto fine, se non fosse che Atticus è convinto che sia stato il figlio ad uccidere l'uomo e vuole che lo sceriffo proceda contro Jem. "Se questa cosa venisse messa a tacere sarebbe semplicemente negare di fronte a Jem il modo con il quale ho cercato di educarlo. Talvolta penso che io sia un totale fallimento come genitore, ma io sono tutto ciò che hanno. (...) Se io convivessi con tutto ciò, non potrei francamente guardarlo negli occhi, e il giorno in cui non potessi farlo saprò di averlo perso. Non voglio perdere lui e Scout, perché essi sono tutto ciò che ho." Lo sceriffo rifiuta di procedere, forte della sua autorità, concludendo in modo sconcertante: "lasciamo che il morto seppellisca il morto", ossia che giustizia sia fatta, con la morte di chi è stata la causa della condanna e dell'uccisione di un uomo innocente. negro.

Ed allora che cosa ha imparato Scout ? Ha appreso che non esiste la Giustizia, non c'è un sistema giudiziario imparziale; ciò che giusto e ciò che non è giusto, il bene e il male sono fissati dalla comunità in cui si vive: essa decide, secondo valori ancestrali e radicati, quando intervenire, quando condannare un uomo innocente, perché non si metta in dubbio la distinzione tra le classi e le razze, e quando invece nascondere le colpe con l'omertà, perché perseguirle significherebbe incrinare i presupposti di convivenza e di rispetto reciproco. Una frase enigmatica conclude il romanzo. Atticus si rivolge alla figlia e le chiede se anche lei è convinta che l'uomo si sia ucciso. Scout lo rassicura dicendo: "bene: sarebbe come uccidere un usignolo, non è vero ?" La mia interpretazione è la seguente: l'usignolo è l'innocenza, che crede ancora nella Giustizia, fingere di credere che l'uomo si sia ucciso è come riconoscere che non esiste la giustizia con la G maiuscola, prevalgono solo e saldamente i legami familiari e i valori della comunità. Scout è pronta a diventare una piccola donna. "Dopo tutto, se la zia può essere una signora in un tempo come questo, potrei esserlo anch'io". Scout si è omologata, è uscita dall'infanzia.

Accanto al grande tema etico, quello della Giustizia, il romanzo dà una splendida rappresentazione della società del Sud, del suo ambiente e dei suoi meccanismi sociali: una narrazione da parte di una bambina, con gli occhi sbalorditi dell'infanzia. Ad arricchire l'affresco è la scrittura: essa attinge alle parole e alle costruzioni sintattiche del della tipica lingua del Sud, dando in tal modo freschezza al racconto e privandolo di una possibile pesantezza, che avrebbe potuto derivare dai suoi connotati moralistici. La lettura in lingua originale non è ovviamente agevole, anche perché un normale dizionario non aiuta la comprensione delle parole e dei modi di dire. Le lunghe digressioni sulla vita della città sono interessanti, tuttavia rallentano il ritmo narrativo, non sempre incalzante.

Perché leggerlo ? Non ci può fare a meno di innamorare di Atticus e dei suoi figli.



Apprezzamento Medio-Alto
Da non rileggere
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rikipedia.it Sat, 11 Mar 2017 00:00:00 +0100
<![CDATA[Io sono un gatto]]> http://www.rikipedia.it/recensioni/Iosonoungatto Io sono un gatto

Soseki Natsume



Anno: 1905
Pagine: 479
Editore: Neri Pozza Editore

Letto in italiano
Finito di leggere il 28.02.2017

Il protagonista e narratore di questo romanzo è un gatto: un randagio, accolto in casa di un professore, non amato ma sopportato per inerzia. Così si definisce il nostro eroe: "io non ingrasso perché leccornie non ne mangio, ma sono in condizioni passabili e tiro avanti giorno dopo giorno senza zoppicare". Come tutta la sua specie, la fissità e la pigrizia del nostro gatto nascondono una grande saggezza, una profonda capacità di riflessione su quanto avviene nel mondo degli umani. Ed per questo che chi leggesse "il libro distrattamente, convinto che si trattasse di un'opera di poco valore, di colpo capirà di trovarsi davanti a qualcosa di molto diverso, qualcosa che sembra facile ma è profondo come la dottrina di Buddha, e non si permetterà più di leggerlo sdraiato sul tatami con le gambe scomposte, saltando le righe". Siamo in Giappone all'inizio del novecento, durante la guerra con la Russia, che si concluderà con la clamorosa vittoria del nascente impero nipponico. E' una lunga fase di transizione, dalla cultura tradizionale e chiusa degli shogun all'apertura al mondo occidentale, alla sua letteratura e alla sua scienza. In casa del professore si riuniscono, in chiacchere senza fine e costrutto, diversi intellettuali: lo scettico, arguto e superficiale, il giovane fisico, perso in ricerche scientifiche delle quali non si capisce il senso, il filosofo zen, vagheggiante una spiritualità non più sentita, ed infine il giovane uomo d'affari, bramoso di arricchirsi. Al centro c'è il professore: misantropo, chiuso come "un'ostrica", egoista, trascorre tutto il suo tempo nello studio, ufficialmente a leggere gli innumerevoli libri che acquista dilapidando il modesto reddito da insegnante "Ma cosa sta facendo, sdraiato bocconi su questa coperta dal lungo passato, il mento appoggiato sulle mani, una sigaretta fra le dita ? Niente, se ne sta lì in ozio. E' possibile che nella sua testa cosparsa di forfora riflessioni sui massimi sistemi si rigirino come una ruota di fuoco, ma a osservarlo da fuori non si direbbe." Eppure, il gatto è immensamente grato al professore, perché gli permette di assistere ad uno spaccato emblematico della società umana; è vero, una riunione di affabulatori, ma che fornisce al nostro eroe "mille esperienze", e a noi lettori pillole di saggezza. Per esempio, il gatto va a visitare un bagno pubblico, dove gli uomini sembrano tutti uguali nella loro nudità, ed all'improvviso emerge un "un gigante. Il superuomo di Nietzsche. Il re dei demoni, Il comandante in capo dei bruti. (...) E strada facendo rifletto. Fra quegli uomini nudi come vermi, che nello sforzo di diventare tutti uguali si sono tolti braghe, haori e hakama, è emerso un eroe altrettanto nudo che ha imposto agli altri la propria autorità. Ne deduco che gli esseri umani si possono denudare quanto vogliono, non raggiungeranno mai l'uguaglianza". E che dire del narcisismo ? Osservando il professore che si guarda allo specchio e si lamenta della sua faccia, così sgradevole, il gatto riflette che "quando si è scontenti di sé, quando si è in preda allo scoraggiamento, non c' è rimedio più efficace che guardarsi allo specchio. Si ha un'immediata e chiara percezione del bello e del brutto. Ci si meraviglia di aver vissuto fino a quel momento mostrando al mondo una tale faccia. E quest' improvvisa consapevolezza è un momento prezioso nella vita di una persona. Nulla è più utile all'essere umano che la percezione della propria stupidità". Tutti sappiamo che i gatti sono molto pazienti; ma ogni cosa ha un limite ! Dinanzi al chiacchiericcio senza senso, dinanzi alla vacuità delle parole, alla povertà dei sentimenti, ad un rumore di fondo nel quale si dissolvono le filosofie tradizionali (il buddismo e il confucianesimo), così come il pensiero occidentale, anche un micio non ne può più; e così si ubriaca e si lascia morire. "Ora basta, vada come vuole. Sono stufo di lottare... (...) A poco a poco mi sento meglio. (...) Dove sia. cosa stia facendo, mi è del tutto indifferente. So solo che mi sento bene. (...) Spazzo via sole e luna, polverizzo cielo e terra ed entro nel mistero della pace eterna, Sto morendo, E morendo raggiungo la pace. (...) Rendo grazie. Rendo grazie".

Ad un certo punto di questo lungo romanzo sorge un dubbio, affascinante ed inquietante ad un tempo: che il gatto e il professore siano le parti di una stessa persona ? Il saggio e l'ottuso ? Il partecipe e l indifferente ? E che questo racconto, scritto poco prima della morte, sia il testamento spirituale di Soseki ? Se così fosse il libro assume una veste estremamente moderna, quasi psicoanalitica, affresco della complessità e dell'ambivalenza dell'animo umano, precursore di quei tratti ambigui ed evanescenti che accompagneranno la grande letteratura giapponese.

Il libro è decisamente noioso. Non esiste una trama; i personaggi sono stereotipi, i dialoghi sono lunghi e sono solo espedienti per meditazioni, le disgressioni del gatto sono più interessanti, ma per essere colte nella loro pienezza richiederebbero una conoscenza approfondita della storia e della cultura giapponese. Di grande livello è la traduzione, la quale esalta la scrittura, l'unico lato pregevole del romanzo; le note esplicative sono curate ed esaurienti, contribuiscono ad arricchire la nostra conoscenza della società nipponica e ci invitano a studiarla.

Perché non leggerlo ? E' noioso.



Apprezzamento Basso
Da non rileggere
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rikipedia.it Tue, 28 Feb 2017 00:00:00 +0100
<![CDATA[God help the child (Prima i bambini)]]> http://www.rikipedia.it/recensioni/Godhelpthechild God help the child (Prima i bambini)

Morrison Toni



Anno: 2015
Editore: Chatto & Windus

Letto in italiano
Finito di leggere il 01.02.2017

Per molti di noi l'infanzia è stata fonte di sofferenze. "E ciascuno riscriverà questa storia per sempre, conoscendo il dolore, immaginando la trama, inventando il suo significato e dimenticando la sua origine". Poi un giorno scopriamo che "hai accettato come una bestia da fatica il peso di una maledizione incomprensibile e la minaccia ingiustificata che ti lega alle ferite e ti lascia con un destino; e tu spendi la vita negando benché quell'odiosa parola sia solo una fragile linea disegnata su uno scoglio, rapidamente dissolta in qualsiasi momento dalla forza del mare". Ma qual' è questa forza ? L'autrice sembra dire che possa essere l'amore, testimoniato dalla nascita di un bambino. Due giovani s'incontrano per caso, portando con sé un segreto. Bride è nata con una pelle di un "terribile colore": il nero. Faceva talmente ribrezzo alla madre, che questa non la toccava mai, anche se non era certo colpa della bambina, ma del venti per cento di sangue negro della sua famiglia. Ancora piccola, per farsi accettare Bride compie un atto terribile: con la sua testimonianza manda in carcere una donna, accusandola di molestie sessuali, pur sapendo che è innocente. Booker è un giovane brillante e un buon musicista; la sua vita è stata travolta dalla morte del fratello, violentato e torturato da un maniaco sessuale. Vorrebbe vivere nel ricordo ed è fuggito di casa, dinanzi al rifiuto della famiglia di continuare in una perenne commiserazione. Vivono sei mesi intensi, di travolgente passione ed anche di forte identità di intenti e sentimenti; entrambi, tuttavia, si tengono nascosto il doloroso segreto. Ed ecco che un giorno Booker se ne va, semplicemente dicendo: "non sei la donna". Lo ha fatto, forse, perché è nera, benché affascinante e ricca ? Neanche la bellezza e il successo possono vincere il razzismo ? E' ancora l' antica colpa, di essere nata con quel colore della pelle ? Bride vuole saperlo; si mette alla ricerca di Booker, per trovarlo presso una vecchia zia. Mentre lo cerca le succede uno strano fenomeno: ritorna bambina, quasi che la vita ricominciasse dall'inizio: "un bambino. Nuova vita, Immune al diavolo o malattia, protetto da rapimento, violenze, stupro, razzismo, insulto, ferita, auto disgusto, abbandono, Libero da errori, Tutta bontà. Senza collera. Così credono". Con questa inspiegabile trasformazione Bride si libera dalla colpa ed è pronta a confessare la terribile verità, così come ad accettare la sofferenza di Booker: comprende che lui l'ha lasciata perché l'ama, "per non farla travolgere da un dolore così profondo che le avrebbe distrutto il cuore": "Adesso è incinta. Buona fortuna. (...) Ascoltami, Stai per scoprire che cosa ci vuole, come è il mondo, come funziona e come cambia quando tu sei un genitore. Buona fortuna e Dio aiuti il bambino".

E' difficile comprendere la linea narrativa di questo romanzo; troppi sono i temi che si sovrappongono: la violenza sui bambini, il razzismo, la liberazione dalla sofferenza e, forse, altri ancora. La trama è confusa, e non aiuta certo il cambio continuo di narratore (la madre, Bride, l'amica, il racconto in terza persona), anzi spiazza il lettore in quanto costringe a riprendere il filo complessivo senza peraltro aggiungere nulla alla comprensione della storia e dei personaggi. Ciò che salva il romanzo è la scrittura: anche se stanca rispetto ad altre opere dell'autrice riesce ancora ad affascinare con la sua elegante e soffusa costruzione sintattica, con le parole così evocative da creare aspettative di significati, che tuttavia sfuggono e restano sospesi. Insomma, si rimane un po' delusi.

Perché leggerlo ? E' intenso.



Apprezzamento Medio-Basso
Da non rileggere
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rikipedia.it Wed, 01 Feb 2017 00:00:00 +0100
<![CDATA[Canne al vento]]> http://www.rikipedia.it/recensioni/Cannealvento Canne al vento

Deledda Grazia



Anno: 1913
Pagine: 226
Editore: Mondadori

Letto in italiano
Finito di leggere il 24.01.2017

E' stata una singolare vicenda quella di Grazia Deledda: unico Premio Nobel italiano insignito come scrittore (Montale e Quasimodo erano poeti, Pirandello e Dario Fo di fatto autori di teatro), l'opera di Deledda ha sconvolto la nostra critica letteraria, la quale si è chiesta per lungo tempo quali fossero le ragioni del premio. Come già avvenne per Matilde Serao, si è cercato di rinchiudere Deledda all'interno di scuole letterarie, non riconoscendole autonomia e originalità: verista mancata, la stessa accusa rivolta a Serao ? Corollario di Verga e di D'Annunzio ? Di Federico Tozzi, al quale era legata da profonda amicizia ? Lirica - visionaria e simbolista ? Sarebbe bastato leggerla senza pregiudizi per scoprire come Deledda sia unica nella letteratura italiana: autrice ancestrale, parla del dolore come destino, della vita come cammino verso una meta inafferrabile di quiete (la morte ?), di una natura vivente, magica e indecifrabile, indifferente alle sofferenze degli uomini. "La luce rossa del crepuscolo, vinta verso l'altare dal chiaror dei ceri, copriva la folla come di un velo di sangue, ma a poco a poco il velo si fece nero, rischiarato appena dall'oro dei ceri. La folla non si decideva ad uscire. (...) Era come il mormorio lontano del mare, il muoversi della foresta al vespero; era tutto un popolo antico che andava, andava, cantando le preghiere ingenue dei primi cristiani, andava, andava per una strada tenebrosa, ebbro di dolore e di speranza, verso un luogo di luce, ma lontano, irraggiungibile". Se ci limitiamo alla trama non si può non condividere il giudizio di Benedetto Croce, per il quale i romanzi di Deledda erano "tutto del pari plausibili, e nessuno così fatto da imprimersi profondamente nel cuore e nelle fantasie dei lettori". Per cogliere la forza emotiva e spirituale di "Canne al vento" bisogna lasciarsi andare, farsi trasportare dalla sua scrittura, al di là della storia. Il protagonista del romanzo è Efix, il vecchio servo di tre donne, un tempo agiate possidenti ed oggi ridotte a vivere dei prodotti di un "poderetto", curato dall'uomo. Il racconto inizia proprio in questo angolo di mondo. "La luna saliva davanti a lui, e le voci della sera avvertivano l'uomo che la sua giornata era finita. Era il grido cadenzato del cuculo, dei grilli precoci, qualche gemito d'uccello; era il sospiro delle canne e la voce sempre più chiara del fiume: ma era soprattutto un soffio, un ansito misterioso che pareva uscire dalla terra stessa; sì, la giornata dell'uomo lavoratore era finita, ma cominciava la vita fantastica dei folletti, delle fate, degli spiriti erranti. (...) Efix sentiva il rumore che le panas (donne morte di parto) facevano nel lavar i loro panni giù al fiume, (...) e credeva di intravedere l'ammattadore, folletto con sette berretti entro i quali conserva un tesoro, balzar di qua' e di là sotto il bosco di mandorli, inseguito dai vampiri con la coda di acciaio." La natura abitata da spiriti maligni rispecchia ed alimenta il terribile segreto che Efix porta con sé: ha ucciso il padre delle sue padrone, un uomo autoritario e violento; lo ha fatto per permettere all'altra figlia di fuggire, di trovare la libertà nel continente. Pure per questo che Efix ha dedicato la propria vita alle tre donne, con le quali ha un legame profondo, di servo, di amico, di paladino. Vorrebbe che stessero bene, ha paura di morire prima di vederle in salvo, fuori dalla povertà e con un altro uomo a proteggerle. Quando si presenta Giacinto, il figlio della sorella fuggita in continente, Efix spera che sia lui la persona giusta, che possa ridare prosperità e serenità alle sue padrone. Si inganna: Giacinto è un mascalzoncello, che amoreggia con una ragazza del paese e lusinga Noemi, la più giovane ed orgogliosa delle donne. Non solo, Giacinto perde al gioco somme rilevanti, dando in garanzia il "poderetto", unica fonte di reddito. Efix non è stato capace di difenderle, di proteggerle, ed allora scappa, abbandona il paese, intraprende un lungo vagabondaggio per il Nuorese, accompagnandosi a mendicanti e chiedendo l'elemosina alle numerose feste dei villaggi. E' un cammino che non porta a nulla. "Un usignolo cantò sull'albero solitario ancora soffuso di fumo. Tutta la frescura della sera, tutta l'armonia delle lontananze serene, e il sorriso delle stelle ai fiori e il sorriso dei fiori alle stelle, e la letizia fiera dei bei giovani pastori e la passione chiusa delle donne dai corsetti rossi, e tutta la malinconia dei poveri che vivono aspettando l'avanzo della mensa dei ricchi, e i dolori lontani e le speranze di là, e il passato, la patria perduta, l'amore, il delitto, il rimorso, (...) il riso e il pianto del mondo, tremavano e vibravano nelle note dell'usignolo sopra l'albero solitario che pareva più alto dei monti, con la cima rasente al cielo e la punta dell'ultima foglia ficcata dentro una stella. Ed Efix cominciò a piangere, Non sapeva perché, ma piangeva. Gli pareva di essere solo nel mondo, con l'usignolo per compagno.(...) Tutti i folletti e i mostri s'erano scossi e danzavano nell'ombra, inseguendolo e circondandolo".

Efix tornerà a casa e morirà sereno, perché Noemi ha accettato di sposare un suo cugino, ricco possidente. La storia a lieto fine, intrisa di religiosità, fa perdere tensione al romanzo: è un tentativo maldestro e affettato per dare un senso alla vita di Efix, per offrirci una speranza. Ma non è così. Come i genitori dolenti in "Caduto fuori dal tempo..." di David Grossman, tutti noi camminiamo in una processione sacra verso quel luogo misterioso che è l'aldilà. Ma la nostra marcia si ferma davanti ad un muro. Tutto è silenzio. "Un punto giallo brillava dietro un castello (...). Piano piano la sua luce illuminava tutto il paesaggio misterioso e come al tocco di un dito magico tutto spariva; un lago azzurro inondava l'orizzonte (...) Nel silenzio il torrente palpitava come il sangue della valle addormentata. Ed Efix sentiva avvicinarsi la morte, piano piano, come salisse tacita dal sentiero accompagnata da un corteggio di spiriti erranti, dal batter dei panni delle panas giù al fiume, dal lieve svolazzare delle anime innocenti tramutate in foglie, in fiori....

Perché leggerlo ? Nessuno nella nostra letteratura ha cantato la natura vivente con tanta profondità.



Apprezzamento Alto
Da non rileggere
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rikipedia.it Tue, 24 Jan 2017 00:00:00 +0100
<![CDATA[La Ciociara]]> http://www.rikipedia.it/recensioni/LaCiociara La Ciociara

Moravia Alberto



Anno: 1957
Pagine: 314
Editore: Bompiani

Letto in italiano
Finito di leggere il 09.01.2017

Per Moravia La Ciociara "era il suo omaggio di romanziere alla Resistenza come fatto collettivo". L'ambiente è la Ciociaria, a sud - est di Roma, il contesto storico è il periodo tra l'ottobre 1943 e il giugno 1944, quando questo territorio fu sconvolto dal lungo stallo nell'avanzata degli alleati, a causa delle linee di fortificazioni di Cassino e del fallimento dello sbarco di Anzio, nel gennaio del 1944. La narratrice e protagonista del romanzo è Cesira: cresciuta in Ciociaria, ha sposato un bottegaio romano, un uomo che la disprezza, chiamandola "la burina". Ed infatti Cesira è rozza, plebea e contadina, ma forte e concreta, grande ed esperta lavoratrice. La sua vita ruota intorno alla casa, al negozio, e alla figlia Rosetta. Così la descrive la madre all'inizio del racconto: "aveva un viso come una pecorella, con gli occhi grandi, di espressione dolce e quasi struggente"; in seguito dovrà ammettere "che questa perfezione era fragile e quasi artificiale, come quella di un fiore cresciuto in una serra calda". Per Cesira la guerra è lontana ("sti figli di mignotte, si scannino tra di loro finché vogliono, che ce ne importa a noi della loro guerra ?"). E come dirà un altro personaggio, "la guerra è brutta soltanto per i fessi. (...) Vengano i tedeschi, vengano gli inglesi, vengano i russi, quello che per noialtri negozianti deve contare soprattutto è pur sempre il negozio e se il negozio va bene, tutto va bene". Così la pensa anche Cesira, si arricchisce infatti con la borsa nera per tutti gli anni della guerra. Dopo l'8 settembre Cesira si ritrova piena di denaro ma senza provviste, costretta a fare la fame. Decide di lasciare Roma e andare in Ciociaria, presso i genitori. Il treno porta le due donne sino a Fondi, dove la linea si interrompe. Trovano alloggio presso una losca famiglia, che abbandonano in fretta perché Rosetta ha subito le proposte indecenti di un piccolo gerarca fascista. Scappano, quindi, in montagna, in un misero villaggio di pastori, dove hanno trovato rifugio numerose famiglie, fuggite da Fondi. Nelle lunghe pagine dedicate alla vita comune degli sfollati e dei contadini, Moravia parla di una sua esperienza personale, al punto che avvenimenti e protagonisti sono i medesimi del suo diario di quei giorni terribili, quando fu costretto con Elsa Morante a ripararsi in Ciociaria. La narrazione, scorrevole ma prolissa, è portata avanti abilmente, procede bene nel contrasto tra i fatti terribili della guerra (desolazioni, bombardamenti, rastrellamenti, violenze) e la splendida indifferenza della natura, che segue, immutabile e cinica, l'eterno ciclo delle stagioni. Il racconto sembra sospeso, in attesa dell'arrivo degli alleati, che dovrebbero portare "l'abbondanza". Compare Michele. un giovane intellettuale, fermo nelle idee e coraggioso nei comportamenti. A differenza di Rosetta, che deve la sua innocenza all'ignoranza, Michele è ben consapevole di ciò che accade, dell'oppressione nazi- fascista, che non riguarda solo il piccolo mondo degli sfollati, ma tutta l'Italia, condotta ad un generale disastro materiale e morale. Figura positiva, è come imprigionato nella vita degli sfollati, nella misera e ignavia quotidianità dell'attesa, solo attenta a sopravvivere in qualche modo. Finalmente arrivano gli alleati; dovrebbe essere la liberazione, ed invece la situazione precipita. Alcuni tedeschi prelevano Michele, che poi uccidono, quando il giovane si schiera in difesa di una famiglia di contadini: Michele muore da eroe. Le due donne sono sorprese, sole ed isolate, da un gruppo di soldati alleati, i quali violentano Rosetta. Lo stupro cambia la ragazza; lei così innocente dichiara alla madre stupefatta: "lui o un altro per me fa lo stesso. (...) Voglio fare l'amore perché è la sola cosa che mi piaccia e mi sento di fare. E d'ora in poi sarò sempre così". Lo stupro, la morte di Michele, la guerra cambiano profondamente anche Cesira: era una donna sicura, diviene incerta, tormentata, tanto che i suoi sonni sono attraversati da incubi, quasi che solo il mondo onirico le permetta di ritrovare l'originaria solidità; in uno di questi sogni immagina che Rosetta si sia sposata e che "si sbottonava il corpetto e dava la mammella al pupo", ma era Rosetta o quella povera pazza che aveva incontrato vagare nella campagna, in mezzo alle desolazioni della guerra ?

Quali che fossero le intenzioni, l'autore non riesce ad esprimere la tragicità della guerra ai civili, e ciò per due motivi. Innanzitutto prevale un forte pessimismo sulla natura degli uomini, che conduce all'accettazione di quanto avviene, a non ribellarsi, a subire; atteggiamento che non viene certo riscattato dall'ultimo capitolo, nel quale il dolore sembrerebbe ridare prospettiva a Rosetta e a Cesira. E' una appendice ipocrita e dolciastra, utile ad evitare un finale troppo cinico per trovare accoglienza presso i lettori. In secondo luogo, la metamorfosi di Rosetta, da brava ragazza a "mignotta", è inverosimile (si supera così facilmente uno stupro ?), sa di morboso e rispecchia l'idea tipicamente maschile sulla natura sensuale della donna. Insomma, la violenza sessuale di gruppo sarebbe stata una iniziazione, un modo brusco per conoscere "le cose brutte" del mondo. D'altra parte "lei adesso ci aveva preso gusto a quello che i marocchini le avevano imposto con la forza". Da momento catartico lo stupro diviene l'inesorabile destino di tutte le donne. Non si può essere accusati di essere politicamente corretti se si dice che questa visione di Cesira - Moravia è insopportabile, oltre a far perdere tensione all' intera storia.

La trama è costruita mirabilmente, i personaggi sono ben disegnati, la scrittura è fluida, agevole e perfetta con il suo arioso periodare. Il lettore viene condotto per mano sino allo stupro, preannunciato lungo tutta la narrazione da lievi accenni e da fugaci episodi; quando accade appare inevitabile. Moravia conferma le sue grandi doti di scrittore.

Perché leggerlo ? Cesira è una vittima e la sua storia è emblematica di quanto accade ai civili in tutte le guerre.



Apprezzamento Medio
Da non rileggere
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rikipedia.it Mon, 09 Jan 2017 00:00:00 +0100
<![CDATA[The Great Gatsby]]> http://www.rikipedia.it/recensioni/TheGreatGatsby The Great Gatsby

Fitzgerald F. Scott



Anno: 1926
Pagine: 172
Editore: Pinguin

Letto in inglese
Finito di leggere il 27.12.2016

Accingendomi a leggere questo romanzo la mente è corsa subito ad un altro grande libro: "Reading Lolita in Tehran" di Nafisi Azar. La scrittrice immagina che il "Grande Gatsby" venga sottoposto a processo; è accusato di essere l'espressione emblematica della società borghese, di un mondo vacuo e amorale, nel quale ciò che conta è realizzare sé stessi. Nel corso dell'immaginario dibattimento si capisce come il tema del romanzo di Fitzgerald sia ben altro: parla del fallimento di un sogno. Scrive Nafisi: "sogni.... sono perfetti, ideali, completi in se stessi. Come puoi imporli ad una realtà costantemente in cambiamento, imperfetta ed incompleta. (...) Gatsby voleva realizzare un sogno ripercorrendo il passato, e alla fine scoprì che il passato era morto, il presente una vergogna e non c'era futuro. Ciò non era simile alla nostra rivoluzione, che si era imposta in nome del nostro passato collettivo e aveva distrutto le nostre vite nel nome di un sogno?"Sono considerazioni che ci porterebbero lontano; è meglio affidarsi al racconto. Nella rampante società newyorchese degli anni' 20 compare misteriosamente un giovane: apparentemente ricco, vive in una splendida villa dove offre ricevimenti magnificenti e affollati, la sua conversazione e i suoi modi sono squisiti e formali, tanto che si pensa che abbia studiato ad Oxford. Chi è ? Da dove viene ? Qual'è la fonte di tanto denaro ? Su di lui si diffondono le voci più disparate, le più fantasiose, tutte intrise di un sospettoso fascino per il suo passato. Solo il giovane Nick, il narratore delle vicende del grande Gatsby, si affeziona all'uomo, perché "era uno straordinario dono per la speranza, una prontezza per l'amore, che non avevo mai trovato in nessun'altra persona e probabilmente non troverò mai". Alla conoscenza di Gatsby si arriva con calma, durante un party, che per il complesso degli elementi che lo compongono (ritmo narrativo, dialoghi, situazioni, personaggi) ricorda il volume "I Guermantes" del capolavoro di Proust, "Alla ricerca del tempo perduto"; ma quando d'improvviso incontriamo Gatsby, all'istante svanisce la generale mediocrità. "Sorrise con comprensione. (...) Era uno di quei rari sorrisi che hanno la qualità di eterna rassicurazione. (...) Si confrontava, o sembrava farlo, con l'intero mondo eterno per un istante, e poi si concentrava su di te con una benevolenza irresistibile nei tuoi confronti. Ti capiva come tu volevi essere compreso, credeva in te come tu avresti voluto credere in te stesso." Non è che il vero tema del romanzo sia una grande amicizia, quella tra Nick e Gatsby ? Lentamente la storia si dipana. Gatsby ha avuto una relazione d'amore con Daisy; l'ha lasciata per andare a combattere nella grande guerra, ed anche perché era povero e sapeva di non poter ambire ad una giovane ricca. E' tornato dopo cinque anni, deciso a ritrovare il vecchio amore; è convinto di poterla conquistare di nuovo, anche perché ormai ha i soldi per farlo. "Non c'è quantità di fuoco o di ghiaccio che può sfidare ciò che un uomo ha tenuto nascosto nei misteri del proprio cuore". Le parole di Nick, filtrate dall'affetto e dall'immaginazione, ci conducono all'incontro tra Gatsby e Daisy. "Egli sapeva che quando avesse baciato questa ragazza, e per sempre avesse legato le sue incrollabili visioni al respiro caduco di Daisy, l' anima non avrebbe mai più vacillato come la mente di Dio. Così aspettò, (...) poi la baciò. Al tocco delle sue labbra ella fremette per lui come un fiore e l'unione fu completa. (...) Ricordavo qualcosa, un ritmo elusivo, un frammento di bisbigli, che udii da qualche parte tanto tempo fa. Per un momento una frase cercò di prendere forma e le mie labbra si divisero come quelle di un muto, come se in loro non ci fosse più forza di quella di uno spaventato sospiro d'aria. Ma non fecero nessun suono, e ciò che quasi ricordo era incomunicabile per sempre". Tanto amore romantico non può avere un lieto fine ! Daisy è una ragazza superficiale; dopo aver visitato il vasto guardaroba di Gatsby, comincia a piangere a dirotto: "ci sono camicie così splendide, (...) non ne ho mai viste di così belle prima". Gatsby deve pagare "un alto prezzo per aver vissuto troppo a lungo con un singolo sogno". Viene ucciso nel suo giardino: "un nuovo mondo, materiale senza essere reale, dove poveri fantasmi, respirando sogni come aria, si muovevano senza scopo intorno ... come quelle bianche, fantastiche figure che scivolavano verso di lui attraverso alberi senza forma".

Per comprendere il grande Gatsby bisogna partire dal narratore. Nei suoi "anni più vulnerabili" il giovane Nick ricevette dal padre questo consiglio: "ogni qual volta ti senti di criticare qualcuno, ricordati che non tutti hanno avuto i vantaggi che tu hai avuto". Nick interpretò questa indicazione nel senso di evitare di dare giudizi, di essere solo uno spettatore; ed è invece un giovane passionale, alla ricerca di un ideale; e dunque il grande Gatsby è la personificazione del sogno di un ragazzo, riservato nel carattere, immaginifico nel cuore. Con il grande Gatsby si eleva dalla mediocrità, si impegna fino in fondo in un legame con qualcuno e con qualcosa. Il grande Gatsby è un mito, è il futuro, è ciò che vorremmo essere.

Se il grande Gatsby è frutto dell'immaginazione di Nick, è giusto che la narrazione non sia una cronaca, ma si appoggi ad una scrittura evanescente, irreale, evocativa. La trama è banale, i dialoghi sono eleganti ma spesso scontati, i personaggi sono stereotipi, funzionali solo a mettere in risalto Gatsby. Ed allora perché tanto fascino ? A rapirci nella lettura, a condurci nei misteri del nostro cuore, a farci sognare, sono lo stile narrativo, le parole, la costruzione delle frasi: un capolavoro letterario.

Perché leggerlo ? Splendido !



Apprezzamento Alto
Da non rileggere
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rikipedia.it Tue, 27 Dec 2016 00:00:00 +0100
<![CDATA[Il giorno del giudizio]]> http://www.rikipedia.it/recensioni/Ilgiornodelgiudizio Il giorno del giudizio

Satta Salvatore



Anno: 1979
Pagine: 288
Editore: Adelphi

Letto in italiano
Finito di leggere il 16.12.2016

Pochi anni prima di morire, un illustre giurista ripercorre la propria infanzia, in una Nuoro senza tempo; e "come in un negativo che si sviluppa, volti remoti ricompaiono, (...) e forse mentre penso alla loro vita, perché scrivo la loro vita, mi sentono come un ridicolo dio, che li ha chiamati a raccolta nel giorno del giudizio, per liberarli in eterno della loro memoria". Potrebbe essere una banale autobiografia, interessante perché racconta di una Sardegna (tra l'Ottocento e il Novecento), dove ancora c'era "un senso magico delle cose, per cui ogni atto era un rito, ogni parola l'eco di un'altra parola, ogni fatto un mistero", e l'unica speranza era quella di "crearsi fantasmi, ai quali aggrapparsi". Se fosse solo questo, il libro potrebbe riposare per sempre negli scaffali polverosi, dove mettere le troppe storie familiari e descrizioni, nostalgiche e spesso folcloristiche, di una società, che non c'è più e non potrà mai più tornare. Il romanzo vive, invece, al di là del contesto, perché parla di un altro argomento: la morte come dissolvimento della memoria. Poiché "ognuno di noi, anche se si limita a guardare in se stesso, si vede nella fissità di un ritratto, non nella successione dell'esistenza", così il romanzo è composto da personaggi ed episodi, a prima vista isolati e ripetitivi; il lettore ne ricava una sensazione di frammentarietà e incompletezza, di confusa e superficiale narrazione. Si vorrebbe di più, soprattutto quando l' autore parla del nucleo principale del racconto: il padre patriarca, autoritario ed assente, la madre, apparentemente ai margini ma centrale nella cura della casa e dei figli, i numerosi fratelli, i tanti libri che raccolgono con amore e con i quali "la fantasia entrava nella casa austera (...) e operava silenziosamente, toccando con la bacchetta magica uomini e cose". Vorremmo sapere di più del piccolo Sebastiano (dietro il quale si nasconde l'autore), del suo legame, gioioso ed infelice, con il fratello Peppino, della loro comune passione per la rilegatura dei libri, di "un'industria infantile", priva di senso forse, eppure espressione della "fantasia del gratuito". Ed invece restiamo delusi, perché le tante storie e i tanti personaggi devono convergere su un solo obiettivo, narrativo ed esistenziale: il giorno del giudizio, l'estinzione della memoria e con essa dell'esistenza stessa. Sebastiano è in procinto di partire da Nuoro per andare a studiare a Sassari. L'autore tratta questo episodio di sfuggita, quasi volesse dimenticarlo. Donna Vincenza, la madre dei numerosi figli, "gli preparò il viatico con le buone bistecche impanate, e le frittelle spolverate di zucchero. Sebastiano lasciò tutto lì, vergognoso di sua madre, (...) e partì nel buio della notte, come uno ansioso di appartenere agli altri". E che dire di Pietro Catte, che era andato in continente ad arricchirsi, e che un giorno scese dalla corriera, "tra ghigni e sberleffi", e "come un autonoma si mise in corteo", seguendo il richiamo del guidatore, "il diavolo in persona, con le corna e la barba aguzza e la coda ritorta", che lo condusse ad impiccarsi ad una grande quercia. E Gonaria, che parlava con Dio, e fu tradita perché Dio lasciò morire il fratello canonico; ed allora, la povera donna chiuse per sempre la stanza del fratello, per aprirla dopo venticinque anni e scoprire che era diventata un nido di topi, i tarli avevano divorato i mobili e dal soffitto pendevano grappoli di ragnatele. "Se non si muore si vive. E questa verità, che sembra ovvia, è invece gravida di conseguenze, perché la vita trasforma tutto, non c'è nulla che resista alla sua implacabile verità. (...) Per conoscersi bisogna svolgere la propria vita fino in fondo, fino al momento in cui si cala nella fossa. E anche allora bisogna che ci sia uno che ti raccolga, ti risusciti, ti racconti a te stesso e agli altri come in un giudizio finale".

Non è un libro facile: numerosi personaggi e tante storie si susseguono senza un ordine evidente. Spesso bisogna riprendere il filo del racconto; se ci si lascia andare invece, la mente va a sé stessi, alla propria vita, al ricordo di chi l'ha vissuta con noi, e di come questa memoria si è dissolta nel tempo, perché "se non si muore si vive". Ed allora ci si accorge che non è tanto importante fare una "cronaca" dell'esistenza, quanto vagare nella rimembranza, perché, come dice l'autore, non si tratta dell'altrui destino, ma del nostro; e c'è un momento in cui anche noi abbiamo il nostro giudizio finale.

A rendere agevole la lettura aiuta una scrittura raffinata, semplice ed elegante: si intravede il linguaggio giuridico; lungi dall'essere un difetto dà lentezza e ponderatezza alla narrazione; è cio che ci si aspetta ed evita di banalizzare i ritratti, i loro personaggi e le loro storie. Bisogna lasciarsi invischiare nel racconto, così come la nostra memoria, ottenebrata dal tempo, corre lungo la nostra vita. Perché ricordare veramente il passato, non è meglio farsi guidare dall'immaginazione ? Solo il mito apre i nostri cuori al mistero.

Perché leggerlo ? Piacevole e profondo.



Apprezzamento Medio-Alto
Da non rileggere
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rikipedia.it Fri, 16 Dec 2016 00:00:00 +0100
<![CDATA[La Mennulara]]> http://www.rikipedia.it/recensioni/LaMennulara La Mennulara

Agnello Hornby Simonetta



Anno: 2002
Pagine: 208
Editore: Feltrinelli

Letto in italiano
Finito di leggere il 07.12.2016

"Sappiamo poco e niente su di lei, e così è. Il fatto è che era brava nel suo lavoro e le piaceva comandare, e da lì sono nati i problemi di tutti. Ai padroni piace avere gli impiegati bravi, ma non piace essere comandati. Se l'avessero sentita, sarebbero ancora più ricchi assai, ma noi rimaniamo sempre poveri e offesi anche da morti". Così sintetizza Don Paolino, già autista della famiglia Alfallipe, il destino di Maria Rosalia Inzerillo, detta la Mennulara, deceduta all'età di 55 anni. Il romanzo si apre con la morte della donna e dipana lentamente il mistero di questa "criata" (serva): nata da una famiglia poverissima, fu costretta fin da bambina a lavorare alla raccolta delle mandorle (da qui il soprannome); presa al servizio in casa Alfallipe, divenne accorta amministratrice di un patrimonio in dissesto; assunse, infine, la direzione della famiglia, garantendone il sostentamento economico. Così la descrive Orazio Alfallipe, ricordando il giorno in cui si innamorò perdutamente di lei. "La vidi, sottile e minuta. (...) Indossava una sottoveste chiara, bagnata dagli schizzi d'acqua. Le puntai addosso il binocolo, ammaliato dal ritmico movimento del corpo, dai seni piccoli e pizzuti e dalle giovani braccia armoniose. Era bella. (...) Mi osservava circospetta, ma senza timore. Cos'è ?, disse, indicando il binocolo. (...) Insegnami come si guarda, disse. (...) Mi cresceva in petto un senso di meraviglia che mi annientava..." La morte della Mennulara sconvolge la cittadina di Roccacolomba, in una Sicilia senza tempo: la gente commenta, spesso con giudizi fortemente critici, la vita della donna, spettegola sul funerale ed in particolare sul comportamento degli Alfallipe. Questi sono convinti che la Mennulara tenesse nascosto una notevole disponibilità finanziaria; si aspettano una ricca eredità, ma non trovano disposizioni testamentarie in questo senso. Sempre più indispettiti, non si attengono alle direttive della donna in merito al necrologio e al funerale. Ma anche nella tomba, la donna continua a dirigere la famiglia, costringendola a fare come dice lei; in particolare, dà istruzioni precise per recuperare antiche ceramiche greche e farle valutare da un esperto. Poiché questi manufatti erano stati acquistati da tombaroli, e pertanto non potevano essere messi in commercio, la Mennulara ne aveva fatto fare delle copie, ed erano queste oggetto della perizia, così da avere un attestato che certificasse la falsità delle ceramiche e quindi permettesse di portarle all'estero, per essere vendute. Nella loro avidità e dabbenaggine gli Alfallipe non immaginano un espediente così abile; il disprezzo per la Mennulara, una "criata", li porta a intravedere chi sa quale inganno. Ma se gli aveva serviti per tutta la vita, salvando il loro patrimonio ? Era comunque una serva. Quando leggono la perizia, pensano di essere stati beffati, sono sopraffatti dalla rabbia e dall'odio per la donna,con furia distruggono le copie false ed anche gli originali autentici. Dinanzi al paese sbalordito e divertito, si privano dell' eredità tanto attesa e dissipano gli ultimi rimasugli di onorabilità. Con la devastazione delle ceramiche annientano pure "il muto testimone" della relazione tra Orazio e la Mennulara, e della loro comune passione per l'arte e la storia. Si devono rispettare i sentimenti di una "criata" in una Sicilia senza tempo ? No di certo.

La domanda è se la Mennulara sia una figura positiva, trainante del cambiamento sociale, o la sua storia sia, una volta ancora, la testimonianza di una sconfitta, l'accettazione di un destino inevitabile ed immutabile. Ebbene, la Mennulara ha creduto di potersi elevare ("si era estraniata dalla gente sua pari") senza cambiare le gerarchie sociali; ha rinunziato a tutto, ha subìto una relazione nascosta con il padrone, ha sopportato il disprezzo degli Anfallipe, dei quali era il fondamentale sostegno, alla fine non è riuscita a preservare il suo lascito spirituale, la collezione di ceramiche, la testimonianza di un'esistenza. La Mennulara è una sconfitta. Ma lo sono pure i tanti personaggi di Roccacolomba: spettegolano, talvolta sembrano ribellarsi, altre volte esprimono sagge e benevoli riflessioni, ma sempre si piegano al potere e all'immobilità sociale. Questo è il senso profondo del romanzo, così come della figura della Mennulara: non c'è futuro civile per la Sicilia.

Il romanzo é pressoché perfetto sino a pagina 152, fino alla scena della distruzione delle ceramiche. Poi, non si sa bene per quale ragione, l'autrice ha sentito il bisogno di svelare la vita della Mennulara, ricorrendo, tra l'altro, a lunghe spiegazioni e non alla trama e al sistema dei personaggi. E' stato inutile, dannoso per il ritmo complessivo della narrazione. E' stato un peccato, perché ha fatto perdere tensione al racconto.

Perché leggerlo ? E' piacevole, interessante, "un divertimento maestoso" (Aldo Busi)



Apprezzamento Medio-Alto
Da non rileggere
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rikipedia.it Wed, 07 Dec 2016 00:00:00 +0100
<![CDATA[The Long Good-bye]]> http://www.rikipedia.it/recensioni/TheLongGoodbye The Long Good-bye

Raymond Chandler



Anno: 1953
Editore: Penguin Books

Letto in inglese
Finito di leggere il 28.11.2016

Il contesto è quello tipico del "giallo americano": personaggi (Terry e Sylvia Lennox, Roger e Eileen Wade) apparentemente estranei ma con storie intrecciate, il potere invisibile e sovrastante, la criminalità organizzata, la polizia corrotta, alcool in abbondanza; ed ancora "una città non peggiore di altre, una città ricca e vitale e piena di orgoglio, una città persa e sconfitta e vuota". La trama si dipana secondo uno schema convenzionale. Terry Lennox viene accusato dell'omicidio della moglie, fugge in Messico dove si uccide confessando il delitto. Il caso è chiuso. Philip Marlowe, un detective privato, viene accusato di aver favorito la fuga di Lennox. Rilasciato, continua ad indagare perché è convinto che l'uomo sia innocente e non si sia affatto ucciso. Diversi personaggi lo invitano ad abbandonare la ricerca: boss criminali, il potente padre di Sylvia e la polizia stessa. Marlowe assume l'incarico di proteggere un noto scrittore, Roger Wade, alcolizzato e violento. Veniamo a sapere che Eileen è la vedova, almeno lei crede, di Terry Lennox, il quale ha combattuto sotto altro nome in Inghilterra, dove sarebbe stato dato per deceduto. La storia si sbroglia: il passato di Terry è ben diverso da quello che appariva. In un susseguirsi di colpi di scena Roger viene assassinato da Eileen, la quale poi si uccide. E Marlowe ? E' presente nel momento dell'omicidio di Roger, ma è distratto dal rumore di una barca; intuisce che Eileen potrebbe commettere un gesto insano; ma non interviene. "It just kind of grew up around me", una frase letteralmente intraducibile; potrebbe essere interpretata nel senso che tutto avviene intorno a lui senza che lui lo voglia: una visione rassegnata di un destino contro il quale è inutile lottare. D' altra parte è così per tutti: "venti ore al giorno qualcuno sta correndo, qualcun'altro sta cercando di prenderlo. Là fuori nella notte la gente sta morendo di un migliaio di crimini. (...) La gente è picchiata, derubata, strangolata, violentata, e uccisa. La gente è affamata, malata, annoiata, disperata perché sola o piena di rimorso e di paura, arrabbiata, crudele, eccitata e scossa dalla disperazione".

Il romanzo si conclude con una sorpresa, che purtroppo va detta perché in caso contrario non si renderebbe il senso dell'intero libro. Prima di farlo bisogna parlare di Philip Marlowe; la sua figura, infatti, rende il racconto qualcosa di ben diverso da un "giallo" tradizionale. "Sarei potuto essere persino un uomo ricco (pensa Marlowe), un ricco di provincia, una casa di otto stanze, due auto nel garage, pollo ogni domenica, (...) ed io con un cervello come un sacco di cemento. E' per te amico, io prenderò la grande, sordida, sporca, disonesta città". Non è per fare l'eroe; Marlowe è profondamente pessimista, quasi cinico. "Così sono gli esseri umani. (...) Che cosa ti aspetti, farfalle d'oro svolazzanti su un cespuglio di rose?" Eppure quest'uomo, apparentemente disilluso, incontra un altro uomo, Terry Lennox, e, chi sa perché ?, lo aiuta, testardamente cerca di dimostrarne l'innocenza. "Pensavo di essere un duro, ma c'era qualcosa in quell'uomo che mi conquistò. Non sapevo che cosa fosse, a meno che fossero i capelli bianchi e la faccia sfregiata e la voce pulita e la gentilezza". "Quanto ingenuo può essere un uomo, Marlowe?" gli dice un poliziotto. Ed infatti, alla fine del romanzo, Marlowe scopre di essere stato ingannato. Terry Lennox è vivo, ha voluto soltanto scomparire. Ed allora il cinico e generoso detective ammette che un tempo Terry valeva qualcosa per lui, oggi neanche un arrivederci. "Non ti sto giudicando. Non lo feci mai. E' soltanto che tu non sei più qui. Da tempo te ne sei andato. Hai bei vestiti e profumi e sei elegante come una puttana da cinquanta dollari".

Erede del grande Dashiell Hammett, forse il più grande giallista di tutti i tempi, come dice Jeffery Deaver, Chandler ha portato il romanzo criminale verso nuove frontiere, aprendolo al grande racconto: e ciò è merito della figura di Marlowe, ma anche di una particolare scrittura, elegante e difficile, fatta di neologismi, di nuove costruzioni sintattiche, e soprattutto orientata a creare un clima di sospensione, di estraniamento rispetto alla narrazione. Il romanzo è troppo lungo, eccessivamente tortuoso, con dialoghi serrati e spesso ridondanti. Non è quindi perfetto, è faticoso, si percepisce l'insoddisfazione di Chandler di non riuscire pienamente a investigare "i reali nemici: le aspettative, il tradimento, il desiderio per il potere e la ricchezza" (Deaver).

Perché leggerlo ? E' una lettura faticosa ma vale la pena se si vuole approfondire l'animo umano.



Apprezzamento Medio
Da non rileggere
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rikipedia.it Mon, 28 Nov 2016 00:00:00 +0100
<![CDATA[Le avventure di Pinocchio]]> http://www.rikipedia.it/recensioni/LeavventurediPinocchio Le avventure di Pinocchio

Collodi Carlo



Anno: 1883
Pagine: 170
Editore: Edizioni L'Unità

Letto in italiano
Finito di leggere il 01.11.2016

Appena si inizia a leggere il libro di Collodi la mente va subito ad un capolavoro: "le avventure di Cipollino" di Gianni Rodari. Per la nostra sensibilità il racconto di Pinocchio è moraleggiante, con un tema di fondo così distante da noi: "oggi (ma troppo tardi !) mi sono dovuto persuadere che per mettere insieme onestamente pochi soldi bisogna saperseli guadagnare o col lavoro delle proprie mani o coll'ingegno della propria testa", cosi dice il Pappagallo a Pinocchio nel Campo dei Miracoli. Quanto è più divertente ed ammaliante il romanzo di Rodari, che parla di libertà, di lotta ai potenti, di ardita immaginazione ! Eppure, se si guarda con maggiore attenzione ci si accorge come "le avventure di Pinocchio" e quelle di Cipollino trattino lo stesso argomento: il mondo è rovesciato e bisogna metterlo in piedi, sulla strada giusta. E' chiaro come il racconto di Collodi sia un romanzo di formazione: un bambino, tanto zuccone da essere un burattino, impara dalla vita a divenire adulto, a capire il bene e il male. Ma tutti i personaggi sono ben particolari, cominciando da Geppetto, il padre generoso e premuroso. il quale vuole fabbricarsi un "bel burattino" per "girarsi il mondo, per buscarmi un tozzo di pane e un bicchier di vino", e giustamente "la vocina" nascosta commenta: " Bravo Polendina !". E che dire della Fatina "dai capelli turchini", la mamma amorosa e dolente ! Perché non aiuta Pinocchio e lo lascia invece nel bosco oscuro, in balia degli assassini ? Pinocchio affronta da solo le peripezie, che lui stesso provoca non volendo rispettare le regole sociali: invece di andare a scuola va con il burattinaio, si lascia ingannare per avidità dalla Volpe e dal Gatto, dimentica Geppetto in miseria, promette di essere diligente e poi se ne dimentica per correre con gli altri monelli, e così va in prigione, rischia di essere fritto in padella, sino a lasciarsi abbindolare ed andare nel Paese dei Balocchi, e divenire un somarello. Che cos' è che lo redime ? Le buone azioni. Quando il cagnaccio Alidoro, che lo aveva inseguito per mangiarselo, rischia di affogare, dopo un momento di esitazione Pinocchio lo salva: ed infatti, "il suo babbo gli aveva detto tante volte che a fare una buona azione non ci si scapita mai". Ed allora, per incanto, i vari personaggi, gli stessi animali, si rivelano generosi e disponibili. Quando Pinocchio, alla ricerca di Geppetto, è ingoiato dal terribile Pesce- cane, e lì in fondo all'enorme stomaco trova il suo "babbino", è un Tonno che li aiuta ad uscire dalla bocca del grande animale: e "Pinocchio (...) gli posò un affettuosissimo bacio in bocca. A questo tratto di spontanea e vivissima tenerezza, il povero Tonno, che non c'era avvezzo, si sentì talmente commosso, che (...) ricacciò il capo sott'acqua e sparì".

Come capitò che Carlo Lorenzini, il vero Collodi, "un provinciale implacabile, miticamente pigro, lunatico ed imprevedibile", abbia deciso di scrivere "le avventura di Pinocchio" è una questione che lasciamo agli studiosi. Forse perché, come scrisse nel bozzetto "Una lettera al Fanfulla", "il nascer toscano è una disgrazia che può accader a tutti". Ed è proprio la toscanità provinciale che rende vivo e moderno un romanzo, diversamente perbenista e noioso. Lontano dall'italiano aulico, la lingua riesce a dare vigore e brio al racconto: Pinocchio è un discolo e ricorda tutti i bambini del mondo, la loro voglia di giocare e divertirsi, la loro ingenua apertura agli altri, il loro desiderio ad non essere rinchiusi nelle barbose regole sociali degli adulti. Tutto questo rende eterno il racconto di Pinocchio, al di là del suo contesto ottocentesco.

Perché leggerlo ? E' il racconto del bambino, che eravamo.



Apprezzamento Medio
Da non rileggere
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rikipedia.it Tue, 01 Nov 2016 00:00:00 +0100
<![CDATA[La deriva dei continenti]]> http://www.rikipedia.it/recensioni/Laderivadeicontinenti La deriva dei continenti

Banks Russell



Anno: 1985
Editore: Einaudi

Letto in italiano
Finito di leggere il 25.10.2016

Questo romanzo è un vortice d'acqua, che risucchia l'intero racconto in un unico incomparabile episodio, tragico ed intenso, dopo il quale niente è come prima. Il problema è che questo mulinello è una "sabbia mobile", così lento e vischioso da sfinire il lettore. Ma andiamo con ordine. Bob è un giovane di trent'anni, padre di due bambini, sposato con una donna che lo ama; ha un posto fisso e un'amante. Non c'è nulla di apparentemente sbagliato nella sua vita, eppure Bob la odia: in parte per il solito sogno americano (la vecchia metafora dell'America alla quale tutti sembrano crederci), ed in parte perché Bob "ha lasciato nel mondo reale un uomo irreale, inventato, che fa il suo dovere, prudente, responsabile, fedele ed equilibrato, mentre nel mondo invisibile (...) Bob è inconcludente, avventato, irresponsabile, infedele, irrazionale, (...) l'uomo che è un bambino". Questo lato invisibile prende il sopravvento e lo spinge ad abbandonare una vita prosaica ma sicura, per cercare qualcosa che lui stesso non sa cosa sia. Lascia la casa di proprietà e il posto fisso, e trascina la famiglia in Florida a vivere in un caravan, a lavorare prima con il fratello (uno smargiasso truffatore) e poi con un amico (un altro mascalzone). E' una deriva inesorabile: non solo è un fallimento economico, è pure una discesa psicologica e morale. Bob uccide un uomo, anche se per difendersi, si disinteressa della famiglia, è coinvolto nel suicidio del fratello, fa finta di non accorgersi dei loschi affari dell'amico, finisce a fare traffico illegale di clandestini. Accanto al racconto di Bob si sviluppa la storia degli immigrati haitiani, in particolare di una donna con il suo bambino. E' inutile soffermarsi su questo filone narrativo, che avrebbe potuto dare molto se non fosse stato infarcito di riti vudu, del fascino dell'esoterico, di visioni stucchevoli del "buon selvaggio". Caro Banks le sofferenze dell'immigrazione sono troppo gravi e serie per essere l'occasione di artefatti e folcloristici racconti ! I due filoni narrativi (le vicende di Bob e quelle degli haitiani) convergono in un evento drammatico ed ad un tempo emblematico di una condizione universale. Bob trasporta con la sua barca un gruppo di haitiani, determinati ad arrivare in tutti i modi in America. Lo fa per soldi, ma il suo atteggiamento è di empatia per questa povera gente: li porta dell'acqua, offre delle sigarette, sembra volersi far coinvolgere. Quando però vengono avvistati dalla guardia costiera e dunque c'è il rischio di essere arrestati, Bob non esita a buttare a mare gli haitiani (uomini, donne e bambini), condannandoli ad una morte certa per annegamento. "E' caduto in un luogo oscuro e freddo, dove le pareti sono perpendicolari e scivolose e tutte le uscite sono state sigillate. E' solo. (...) Ecco come un uomo perde la sua bontà. (...) Dalla bocca all'inguine, Bob percepisce il proprio corpo come una fredda barra d'acciaio, braccia e gambe si induriscono come ghisa, la testa, occhi bocca naso orecchie, sembra chiudersi al mondo a poco a poco".

Il capitolo "Per mare" narra la terribile vicenda dell'assassinio dei clandestini, lasciati annegare per un pugno di soldi: è di una potenza evocativa straordinaria, anche alla luce di ciò che avviene giornalmente nel nostro mediterraneo. L'autore mostra una grande abilità stilistica, nella costruzione della trama e nell'uso delle parole. Sino all'ultimo il lettore spera che ci sia un diverso finale, nel quale Bob palesi la sua bontà, una effettiva compassione verso gli haitiani, "così fragili, delicati e sensibili". Ed invece, lui, "un tipo gentile e socievole", commette un delitto orrendo, una strage. E ci fanno ancora più ribrezzo le sue banali giustificazioni, come "nulla gratis nella terra della libertà", o la sua auto commiserazione: "e infatti eccomi qui. Peccato che non sono più io". E' facile, tuttavia, scandalizzarci per il comportamento di Bob; in realtà le sue azioni e i suoi pensieri esprimono molto bene la distanza tra ciò che proclamiamo e ciò che facciamo, quell'ipocrita perbenismo, la nostra falsa coscienza.

Ed allora perché rovinare tanta bravura stilistica in banali disgressioni di carattere filosofico e perché tante lungaggini sulla cultura haitiana ? Non era forse meglio focalizzarsi sui personaggi, o lavorare sulle reali condizioni degli immigrati, in viaggio verso il sogno americano ? E' un libro rovinato dalla presunzione dell'autore di essere in grado di trattare troppi temi, invece di concentrarsi su limitate ma efficaci chiavi di lettura.

Perché leggerlo ? Vale la pena leggerlo solo per il capitolo "Per mare".



Apprezzamento Medio-Basso
Da non rileggere
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rikipedia.it Tue, 25 Oct 2016 00:00:00 +0100
<![CDATA[Le quattro casalinghe di Tokyo]]> http://www.rikipedia.it/recensioni/LequattrocasalinghediTokyo Le quattro casalinghe di Tokyo

Natsuo Kirino



Anno: 1997
Pagine: 652
Editore: Neri Pozza

Letto in italiano
Finito di leggere il 05.10.2016

Masako, Kuniko, Yoshie e Yayoi sono quattro casalinghe; lavorano di notte in uno stabilimento, che impacchetta cibo. E' proprio lì che ci vengono introdotte, lungo le varie fasi della produzione, dall' ingresso in fabbrica, sempre nel buio con la paura di essere aggredite, sino alla catena di montaggio, attente al ritmo del confezionamento e ai rimbrotti del sorvegliante. Si crea una consuetudine, la quale è anche solidarietà, se non amicizia. Le quattro donne sono molto diverse: Masako, dura e inaccessibile, è un ex impiegata di uno istituto di credito, licenziata perché voleva fare carriera, soffre di una profonda solitudine perché orami respinta dal marito e dal figlio; Kuniko è piena di debiti a causa della sua frenesia di spendere; Yoshie è una vedova, costretta ad accudire la vecchia suocera, che peraltro la odia; Yayoi, delicata e gentile, è sconvolta dalla rivelazione del marito di aver dissipato i pochi soldi in banca nel gioco d'azzardo e con le prostitute. Una sera, cacciato dal proprietario del locale dove era solito divertirsi, l'uomo picchia la moglie. Yayoi inaspettatamente reagisce strangolandolo. "Quando ripensò alla faccia del marito, il collo stretto nella cintura, proprio lì nell'ingresso, si sentì di nuovo favolosamente, assolutamente diabolica. Ti ho beccato, ben ti sta !, pensò". Yayoi non sa cosa fare, si rivolge a Masako, la quale lucidamente decide di fare a pezzi il corpo dell'uomo per meglio abbandonarlo nei cassonetti dei rifiuti. All'operazione, che si svolge nel bagno di Masako, partecipano anche Kuniko e Yoshie, un po' per solidarietà e molto per soldi. Un bel modo per farla pagare ai maschi violenti ! Ma perché Masako aiuta Yayoi ? Non certo per soldi. Per amicizia ? O perché sente "un desiderio quasi selvaggio di fare pulizia nelle sue relazioni con gli altri" ? C'è un lato oscuro nella sua personalità, che lei stessa non conosce ? Sembra un delitto perfetto, se nonché un piccolo usuraio scopre quanto è successo; glielo ha confessato Kuniko per liberarsi dei debiti. Invece di denunciare le quattro donne, l'uomo propone a Masako di mettersi in affari, ossia far scomparire, facendoli a pezzi, i corpi delle vittime della yukuza, la potente mafia giapponese. Masako accetta. Se il romanzo avesse sviluppato questo filone narrativo ci saremmo trovati dinanzi ad una storia originale e divertente: in che modo semplici casalinghe fanno business con i cadaveri, generalmente di maschi; insomma, un rovesciamento delle parti, una vendetta di genere, anche se macabra. Ed invece l'autrice rientra in una trama tradizionale. Nelle sue indagini la polizia si era concentrata sulla persona che aveva cacciato il marito di Yayoi: Satake, un maniaco che aveva scontato lunghi anni di carcere avendo pugnalato a morte una donna mentre la stava violentando. Satake si era rifatto una vita, ma l'inchiesta della polizia lo rovina, anche perché riporta in luce il vecchio fatto di sangue. L'uomo decide di vendicarsi. Scopre agevolmente quanto è stato fatto dalle quattro casalinghe e comincia a perseguitarle. E' intrigato in particolare dalla personalità di Masako, dalla sua freddezza e dalle sue capacità, ma anche perché comprende che sono simili. Vorrebbe ripetere con lei l'orrendo amplesso. Inizia un duello tra Satake e Masako, nel quale la donna si muove con estrema abilità, riuscendo persino a mettere la yukuza contro l'uomo. Ma una notte viene aggredita e trascinata da Satake in un capannone abbandonato. E' la fine per Masako ? Non diciamo come termina il racconto per non rovinare la sorpresa, possiamo solo dire che Masako conosce se stessa, finalmente. "Così come lei era disposta a farsi uccidere da lui, lui voleva essere annientato da lei. All'improvviso Masako capì Satake .... e lo amò. (...) I loro sguardi si incontrarono, i loro corpi divennero uno solo. Ora negli occhi di Satake poteva vedere solo l'immagine riflessa di se stessa. Un'onda di estasi incredibile stava per travolgerla".

L'avvio è promettente, le prime trecento pagine hanno un ritmo incalzante, con episodi e personaggi che sorprendono sempre il lettore. Una sottile ironia serpeggia nel racconto; le quattro donne sono studiate nella loro ambiguità: in fondo brave donne, criminali per necessità. La personalità di Masako è dominante, un capo inflessibile ed autoritario di un gruppo di femmine spaventate, le quali prendono coraggio dalla determinazione della donna. Rivalità, soggezione, invidia, timore si susseguono nelle amiche, sconcertate dalla mancanza di empatia di Masako. Poi il romanzo si piega verso un racconto convenzionale: perde di mordente, diviene lento, oppressivo, scontato. Si arriva stanchi alla conclusione.

Perché leggerlo ? E' intrigante, ma lo si può abbandonare senza finirlo.



Apprezzamento Medio-Basso
Da non rileggere
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rikipedia.it Wed, 05 Oct 2016 00:00:00 +0100
<![CDATA[Il Clandestino]]> http://www.rikipedia.it/recensioni/IlClandestino Il Clandestino

Tobino Mario



Anno: 1962
Pagine: 406
Editore: Mondadori

Letto in italiano
Finito di leggere il 19.09.2016

Nella Resistenza (la guerra di liberazione tra il 1943 e il 1945) la scelta di prendere le armi contro il nazifascismo nacque raramente da una maturazione meditata; il più delle volte fu un atto di inconsapevole spavalderia, incosciente dei rischi che si andava a correre. Come scrisse Luigi Meneghello in "I Piccoli Maestri", fu "un urlo, (...) un sentimento collettivo (...) inebriante: si avvertiva la strapotenza delle cose che partono dal basso, le cose spontanee". Anche Mario Tobino approfondisce la scelta della lotta partigiana, e lo fa con il suo stile, di chi "studia gli uomini e li ama". Anselmo è un giovane ufficiale medico, di recente tornato dalla Libia. "Era ancora imbambolato dalla guerra, aveva nelle orecchie i lamenti dei soldati, era stato spettatore di azioni crudeli." Come il protagonista del romanzo di Cesare Pavese (La casa in collina), vorrebbe "un letargo, un anestetico", per "riscoprire la bontà, la tenerezza che nel mondo, al di là di ogni brutta violenza, ci dovevano essere ancora". Un giorno, dopo l'8 settembre, una donna lo ferma per strada. "L'aspettavo, volevo domandarlo a lei che ha fatto la guerra. (...) Chi è stato ? Ora con chi siamo ? Cosa ci hanno fatto credere ? Di chi è la colpa ? E tutti quelli che sono morti, poverini ? (...) Li ho visti morire, è stato inutile ..." risponde Anselmo e "sentì che era stupidamente per piangere". Per il giovane è uno scossone, un risveglio, deve uscire dal torpore, mettersi in azione. Nella sua città, Viareggio (nel romanzo chiamata Medusa), un gruppo di giovani ha creato un'organizzazione clandestina: si definiscono marxisti - leninisti, si dicono comunisti, anche se non hanno mai letto Marx e Lenin e non hanno ancora avuto contatti con il risorto partito comunista (lo desiderano ardentemente). C'è poi un vecchio ammiraglio, il quale vorrebbe agire; è stato messo a riposo dalla Regia Marina per le sue posizioni anti fasciste. ma è animato da una fanciullesca voglia di lottare, di fargliela vedere ai fascisti e ai tedeschi. Anselmo diviene ben presto l'ufficiale di collegamento tra " i clandestini" e l'ammiraglio, gli vengono affidate missioni delicate e difficili, che riesce ad assolvere sempre molto bene, per le sue doti di equilibrio e di fine tessitore delle relazioni umane. Tobino ci conduce attraverso i primi passi della lotta partigiana, come si trattasse di un romanzo di evasione; situazioni pericolose però narrate in modo esilarante ed ironico si sovrappongono al racconto del crescente legame che si crea tra i giovani clandestini, giovani non ancora adulti, caratteri profondamente diversi, differenti le condizioni sociali e il livello di istruzione, ma sempre animati dalla voglia di vivere e da una comprensione reciproca, che supera i difetti e le varie attitudini: l'azione porta all'amicizia e quest'ultima all'unità. I clandestini così come l'ammiraglio vivono sull'orlo del burrone, come se fosse un gioco, certo rischioso ma senza dubbio a lieto fine. IL volto crudele della guerra emerge, al di là del nostro desiderio di serena avventura: non siamo al cinema, come fantastica uno dei protagonisti del libro ! Cominciano le perquisizioni, i rastrellamenti, gli arresti. Anselmo partecipa all'uccisione di un fascista a La Spezia, lui stesso uccide uno squadrista, che ha assassinato crudelmente l'ammiraglio. Devono lasciare Viareggio e andare sulle montagne, a combattere la guerra partigiana, dove Anselmo troverà la morte. "Chiuse gli occhi (...) e subito sognò di essere in un bosco densissimo di fronde, lui era sdraiato, uccelli di nido gli volavano intorno, gli mettevano il becco vicino, l'aprivano come ridessero, uguali a bambini soddisfatti di aver mangiato".

Chi si aspetta il Partigiano Johnny di Fenoglio non può che restare deluso: qui non ci sono eroi solitari. Il romanzo è costruito linearmente, senza enfasi, una cronaca aperta, ricca di infinite possibilità, la quale riesce a scherzare perché lucida, trasparente, ed eppure amorevole verso i protagonisti, persino nei confronti dei fascisti. "Ma i fascisti perché fanno questo ? si domandò Anselmo in un mormorio". La determinazione dei "clandestini" prende corpo dagli avvenimenti, sono loro a farli adulti, a maturarli politicamente, a renderli dei combattenti, convinti comunque che come le navi possono navigare nel mare calmo come in quello agitato, anche tra gli alberi, dove "mugolava la morte, (...) purtuttavia c'era felicità, letizia, di fronte alla presente solitudine".

Perché leggerlo ? Splendido libro di un autore purtroppo dimenticato.



Apprezzamento Alto
Da non rileggere
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rikipedia.it Mon, 19 Sep 2016 00:00:00 +0100
<![CDATA[Harry Potter & the Philosopher's Stone]]> http://www.rikipedia.it/recensioni/HarryPotterathePhilosophersStone Harry Potter & the Philosopher's Stone

Rowling J.K.



Anno: 1997
Pagine: 223
Editore: Bloomsbury

Letto in inglese
Finito di leggere il 05.09.2016

Harry Potter vive presso gli zii, una prosaica famiglia borghese, la quale odia soprattutto che "si parli di qualcosa che non dovrebbe essere, non importa se sia in un sogno o persino in un cartone animato, (...) potrebbe essere una idea pericolosa". Come nella favola di Cenerentola Harry è trattato malissimo dagli zii, è oggetto degli scherzi stupidi e brutali del cugino, insomma è una vittima perché rimasto orfano di genitori considerati eccentrici e dei quali è meglio non parlare. Iniziano ad arrivare strane lettere: invitano Harry ad un college per streghe e stregoni. Lo zio distrugge la posta, ma essa continua ad arrivare; allora fugge con la famiglia in luoghi irraggiungibili; tutto è inutile, misteriosamente la posta arriva ovunque. Deve accettare che il nipote sia stato ammesso in una scuola dove si insegna "ciò che non dovrebbe essere"; deve persino accompagnarlo al marciapiede "nove e tre quarti", il binario che non c'è. La prima parte del libro è tutta giocata sul paradosso, tra ciò che è reale e ciò che potrebbe essere, che spesso noi vorremmo che fosse e lo viviamo con la fantasia. E' la parte migliore del romanzo. Da quel momento in poi seguiamo Harry nella sua particolare scuola, dove si insegnano le arti magiche, i segreti delle streghe, dove però operano i meccanismi di ogni collegio: le rivalità, le amicizie, la disciplina e come infrangerla, gli insegnanti severi, quelli indulgenti, i simpatici e gli antipatici. Il collegio, un tenebroso castello, nasconde un mistero: un cane a tre teste difende una Pietra Filosofale, il possesso della quale dà l'immortalità e fornisce poteri tali da conquistare il mondo. Harry sospetta che un insegnante se ne voglia impossessare per darla a Voldemort, il signore del Male, il cui nome nessuno osa pronunciare, tanta è la paura. Avventure, pericoli, atti di coraggio mettono a dura prova Harry e il suo gruppo di amici; alla fine ci sarà un colpo di scena, con uno scontro diretto tra Harry e Voldemort. Come ha fatto il ragazzo a resistere alla forza del male ? "Se c'è una cosa che Voldemort non può comprendere, è l'amore. Non capì che l'amore, potente quale era quello di tua madre per te, avrebbe lasciato il suo proprio segno", ha dato a Harry una protezione per sempre. Ed ancora, "soltanto uno che voleva trovare la Pietra, trovarla, ma non usarla, sarebbe stato capace di prenderla".

L'autrice mescola abilmente gli elementi magici e quelli avventurosi con un ambiente familiare agli adolescenti, qual' è la scuola. Il ritmo narrativo non è così intenso e sorprendente come ci si aspetterebbe, anche perché si è consapevoli che il pericolo è solo apparente e si risolverà sempre per il meglio. Il ruolo salvifico del super mago Dumbledore appiattisce l'autonomia di Harry, aiutato eccessivamente da forze e da personaggi al di sopra di lui. Il libro non riesce ad essere fino in fondo un romanzo di formazione, in quanto il giovane protagonista non diviene totalmente adulto. Se si confronta "Harry Potter" con, " L' Isola del Tesoro", colpisce la differenza tra Jim ed Harry: il contesto è sempre eccezionale, ma il primo ne esce uomo, il secondo resta un adolescente, subalterno ai grandi. Forse per questo che i ragazzi leggono Harry Potter e non il grande libro di Stevenson ? Perché possono illudersi che ci sia qualcuno o qualcosa che li aiuterà sempre nella vita ?

Il pregio principale del romanzo di Rowling è la scrittura: elegante, chiara, efficace, grammaticalmente perfetta. Il libro potrebbe essere usato tranquillamente per insegnare le forme più difficili della lingua inglese.

Perché leggerlo ? Un bellissimo inglese



Apprezzamento Medio
Da non rileggere
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rikipedia.it Mon, 05 Sep 2016 00:00:00 +0100
<![CDATA[3012]]> http://www.rikipedia.it/recensioni/tremiladodici 3012

Vassalli Sebastiano



Anno: 1995
Pagine: 233
Editore: Einaudi

Letto in italiano
Finito di leggere il 26.08.2016

Nel 1795 Immanuel Kant elaborò un "progetto di pace perpetua", che estirpasse per sempre la guerra. Per il filosofo tedesco, così come per tutti noi, solo la pace assicura il benessere e la felicità. E se così non fosse ? Se fosse la guerra la condizione ideale per l'umanità ? Nel 3012 dopo Cristo gli uomini vivono da secoli in pace; eppure si sono dissolti i sentimenti di solidarietà, lealtà e amicizia, sostituiti da un diffuso e gigantesco odio, che per essere contenuto richiede una spietata macchina repressiva. L'autore immagina che dopo venti secoli un ricercatore scopra un manoscritto di un anonimo, il quale narra l'avvento del Profeta, colui il quale predicò "la guerra perpetua". Secondo l'anonimo (il dubbio è necessario perché leggenda e realtà storica si mescolano) il Profeta era un giovane vitellone, di nome Antalo, che viveva a Fellinia facendo la porno star. Si innamorò di una splendida donna, che lo convinse a seguirlo nella "Capitale del Mondo", una megalopoli di cinquanta milioni di abitanti. Era una trappola: il suo corpo doveva servire a ringiovanire vecchi ricchi, bramosi di ritornare alla vigoria di un tempo. Antalo riuscì a fuggire e sarà protagonista di numerose avventure, alcune divertenti, altre agghiaccianti, tutte sorprendenti e spesso metafora del mondo d' oggi, in particolare dell'Italia. Ad un concorso per scrittori (Antalo fu autore di incomprensibili poesie, oggetto di continue e discordanti interpretazioni) il futuro Profeta conobbe una ragazza, che si era presentata con romanzi di guerra e gli fece conoscere un poema del 1300, il quale descriveva scontri cavallereschi, trucidamenti, corpi squartati, ed inneggiava alla guerra, al coraggio bellico, alla concordia tra i combattenti e alla magnanimità verso i vinti. Fu una rivelazione. "Posò il libro. Si prese la testa tra le mani e una Voce parlò dentro di lui, gli disse: vai e annuncia al mondo che la maledetta età della pace è conclusa. (...) Le tenebre si squarceranno, le virtù che si credevano perdute torneranno a risplendere e le più luminose tra quelle virtù saranno la generosità, l'amore per la giustizia e la pietà verso i deboli". Ma quali saranno le regole di questa nuova epoca di guerra ? i costumi cavallereschi e il rispetto della natura. Ed infatti nei "detti memorabili", con il quali il Profeta tracciò la sua visione, è detto: "la guerra che Dio vuole è giusta e santa, finché si fa contro i veri nemici. Ma se un nemico, per sfuggirmi, si arrampica su un albero, io non posso abbattere l'albero per farlo scendere, perché l'albero non è un mio nemico". Il curatore ci informa che si aprì una nuova era, ma della guerra "bella, giusta, santa e necessaria", poco rimase. Gli uomini "incominciarono a sgozzarsi con tanto entusiasmo, che nessuna forza naturale o soprannaturale avrebbe più potuto fermarli. La razza umana, allora, visse una stagione irripetibile di violenza e di sangue, ma non fu più infelice di quanto fosse stata in passato. Al contrario fu quasi felice". E quindi è giusto come concluse l'anonimo, "e così tutto è destinato a passare su questa Terra ciò che è nato dall'uomo. (...) Amen".

E' bene chiarire che il libro non è un saggio, ma un vero e proprio romanzo, ambientato in un futuro fantastico, benché non improbabile. E' un susseguirsi di vicende, nel corso delle quali il povero Antalo, un ingenuo ragazzo, si trova, suo malgrado, ad essere vittima di forze misteriose ed incomprensibili, ma tutte violente e crudeli. Anche quando uccide, lo fa perché è costretto, rifiutando di diventare un cacciatore di uomini (uno dei divertimenti nell'era della pace), pur sapendo che questa scelta gli salverebbe la vita. Così non accetta la corruzione dilagante e vorrebbe amare, non soltanto avere incontri sessuali. E , insomma, "un pesce fuor d'acqua" nella "Grande Capitale del Mondo; ed è proprio questa innocenza che lo rende visionario, capace di dare una prospettiva all'umanità e al mondo. Con un romanzo apparentemente ironico e cinico, Vassalli ci vuole dire che l'utopia è necessaria, ma essa richiede spiriti liberi e ingenui.

La scrittura è molto distante da quella della Chimera, ma così deve essere perché si tratta di un resoconto, finalizzato a riportare l'essenzialità della storia del Profeta. Il limite del racconto sta negli eccessivi riferimenti all'Italia di oggi, dapprima divertenti ma poi noiosi e scontati: sembra quasi che l'autore abbia voluto togliersi "tanti sassolini".

Perché leggerlo ? E' sorprendente.



Apprezzamento Medio
Da non rileggere
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rikipedia.it Fri, 26 Aug 2016 00:00:00 +0100
<![CDATA[7-7-2007]]> http://www.rikipedia.it/recensioni/ManziniAntonio 7-7-2007

Manzini Antonio



Anno: 2016
Pagine: 367
Editore: Sellerio

Letto in italiano
Finito di leggere il 15.08.2016

In quattro anni, dal 2013 ad oggi, l'autore ha pubblicato 6 romanzi, tutti con la figura di Rocco Schiavone come protagonista. Forse, la fretta non ha favorito la cura necessaria: la narrazione è confusa, intreccia il genere noir con storie di vita e ricostruzioni di contesti sociali senza arrivare ad una sintesi efficace. Siamo ad Aosta, una donna è stata uccisa nell' appartamento del protagonista. Nel lungo interrogatorio che ne segue il vice questore Rocco chiarisce gli antefatti, anche se non del tutto. A Roma ha condotto un'indagine su un brutale omicidio di due ragazzi. C'è di mezzo la droga, ma non entreremo nei dettagli per lasciare che sia il lettore a scoprire come Rocco riesca a dipanare la vicenda. Accanto alla storia principale si aprono numerose finestre narrative, le principali delle quali sono la tormentata storia d'amore con la moglie e la stretta amicizia con tre compagni d'infanzia. Marina "era bella. Con gli occhi concentrati, i denti che mordevano appena il labbro superiore, i capelli raccolti in una crocchia tenuta da una matita, o era una bacchetta cinese ? Bella, col camice bianco immacolato che rifletteva la luce della lampada e le creava un alone tutt'intorno. I capelli parevano più biondi e i pochi granelli di polvere che danzavano intorno al viso sembravano stelle e comete". Marina è andata via da casa quando ha saputo che Rocco è un disonesto: ha approfittato del suo ruolo di vice questore per arricchirsi. Responsabili di questi piccoli traffici sono gli amici d'infanzia: una sorta di tre moschettieri, simpatici, grandi mangiatori e bevitori, sempre pronti ad aiutare l'amico, ma veri e propri furfanti, una cattiva compagnia per un poliziotto. Sarà Marina a tornare a casa, perché ama Rocco e lo accetta così com'è. La conciliazione tra i due è una delle tante delusioni del romanzo. Leggiamo questo dialogo: "Marina gli carezzò il petto. Veramente per tornare a casa hai dovuto chiudere gli occhi ? ( Rocco) Un po'. Ora ce li ho belli aperti e vedo accanto a me l'uomo che amo e che con molta probabilità amerò sempre (Marina). Ho un'erezione (Rocco). Potresti per una volta pensare ad altro ? (Marina) Tipo ? (Rocco)". Insomma, per Rocco era tutta una questione di sesso ! Perché condurci in una storia d'amore se tutto si riduce nella banale e rassegnata accettazione da parte della donna ? Rocco riesce a trovare i colpevoli; dietro agli omicidi c'è una potente organizzazione malavitosa, la quale, cerca di assassinare Rocco, uccidendo invece Marina. Quel luglio del 2007 "erano stati giorni strani. Giorni di caldo e improvvisi acquazzoni, di ansia e soprattutto di puzza. Puzza di scantinato, puzza di morti violente, di gente schifosa, acquattata nelle fogne, pronta a colpire..."

Un romanzo noir richiede un intenso ritmo narrativo; il lettore deve essere avvinto dalla trama, partecipare all'investigazione o farsi travolgere dagli eventi, dalla loro tensione. Tutto ciò manca nel libro: lento, spesso scontato, ricco di personaggi e vicende inutili, il racconto è banale e noioso. Inutilmente i "tre moschettieri" fanno da spalla al protagonista: Rocco, diciamo la verità, è un Marlowe non riuscito, un personaggio che non regge il ruolo affidato, quello del poliziotto corrotto ma buono, giustiziere per conto suo. Al fallimento del romanzo contribuisce anche la scrittura; l'uso eccessivo del punto e il frequente ricorso ai dialoghi spezzettano la narrazione, rendendola più simile ad una sceneggiatura che al periodare di un racconto, nel quale è necessario allargarsi in descrizioni e in approfondimenti psicologici. Come è possibile che questo romanzo sia da settimane in testa alle classifiche dei libri italiani più venduti ?

Perché non leggerlo ? E' noioso e banale.



Apprezzamento Basso
Da non rileggere
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rikipedia.it Mon, 15 Aug 2016 00:00:00 +0100
<![CDATA[Canada]]> http://www.rikipedia.it/recensioni/Canada Canada

Ford Richard



Anno: 2012
Editore: Harper Collins

Letto in inglese
Finito di leggere il 29.07.2016

Un insegnante alla fine della carriera, sposato senza figli, con una moglie contabile di professione, decide di narrare due fatti fondamentali della sua adolescenza. Se fosse stato, che ne so ?, un astronauta, un avventuriero della Silicon Valley o più semplicemente una persona sensibile, e quindi fragile, ci avrebbe dato un racconto meno prosaico ed intellettualistico, ma ricco di emozioni e sentimenti; ed invece il lungo romanzo vuole dimostrare come "la migliore cosa da fare nella vita, per sopravvivere, è di sopportare bene le perdite. (...) al mondo che cambia intorno a noi non importa come io mi sento". Il romanzo è diviso in due parti. Nella prima l'ambiente è una piccola città del Montana: una famiglia normale, marito e moglie, due gemelli quindicenni, una ragazza ed un ragazzo (il nostro insegnante narrante). Il padre è aitante, divertente, il classico piacione: ex ufficiale dell'esercito, dopo aver abbandonato le forze armate ha inseguito inverosimili progetti, finendo per fare piccoli traffici anche al limite della legalità; la madre è esile, timida, introversa e sognatrice. "La strana unione delle loro caratteristiche fisiche così male assortite è sempre nella mia mente come una delle ragioni della loro tragica fine: essi erano senza dubbio semplicemente sbagliati l'uno per l'altro e non si sarebbero dovuti sposare". Ai ragazzi la casa sembra normale, quando i genitori compiono un atto incredibile ed imprevedibile: una rapina in banca, a seguito della quale vengono arrestati, condannati a molti anni di prigione. Perché lo hanno fatto, che cosa li ha spinti a fare un gesto così assurdo ? Vada per il padre, superficiale e irrimediabilmente ottimista, ma perché lo ha fatto la madre, così assennata e sul procinto di separarsi dal marito ? "Ella potrebbe avere sentito non disperazione o terrore o una più grande alienazione (che sarebbe stato normale). Ma libertà. Da tutte le forze che la opprimevano. Potrebbe aver concluso che questa sensazione senza controllo venisse direttamente dalle stesse qualità che la isolavano. (...) Questo la potrebbe aver fatto sentir meglio di quanto le accadeva da lungo tempo." La madre è senza dubbio il personaggio più interessante del romanzo e sarebbe stato utile investigarlo meglio per capire fino in fondo le ragioni del suo folle gesto, che la porterà al suicidio. Ma "i miei genitori cominciarono a recedere nella mia visione, come quando sei malato e la febbre rimpicciolisce il mondo e allunga le distanze. I miei genitori diventarono sempre più piccoli fino a che io ero da solo nella cucina male illuminata, ed essi erano sul punto di svanire, quasi scomparire". Ed infatti nella seconda parte del romanzo l'ambiente e le circostanze sono molto lontane dal mondo ancora adolescenziale della prima parte. Per sfuggire alle grinfie dell'autorità pubblica un'amica della madre porta il ragazzo in Canada, in una cittadina dove il fratello Arthur gestisce un albergo. Qui il racconto assume connotati artificiosi, tipici di una costruzione letteraria a tavolino. Il ragazzo diviene adulto in poco tempo (romanzo di formazione ?) ed è attratto dalla figura di Arthur: un mancato rivoluzionario colto e violento che pare voler assumere il ruolo di mentore del protagonista: una sorta di Grande Gatsby, di super eroe misterioso, di intellettuale mancato e comunque arrogante. L'amicizia tra Arthur e il ragazzo si interrompe brutalmente, quando il giovane viene coinvolto in un omicidio. Arthur uccide due persone e il ragazzo viene usato, a sua insaputa, per creare un diversivo e ingannare le vittime. Ed allora il protagonista comprende come l'unica possibilità sia mantenere la vita in uno stato complessivamente accettabile, senza riguardo alle frontiere che si attraversano: come un puzzle, come una sinfonia, come "il gioco degli scacchi, nei quali i singoli concorrenti sono parte di una lunga ed unica impresa, che persegue una condizione non di avversità o conflitto, o sconfitta o persino vittoria, ma di un 'equilibrio sottostante al tutto". E' una conclusione cinica e pessimista, secondo la quale per sopravvivere, per non farsi travolgere e distruggere, bisogna non farsi coinvolgere, ossia bisogna non vivere.

E' un pessimo romanzo, non solo per la sua lunghezza spropositata, ma soprattutto perché è privo di tensione, di ritmo e di effettivo approfondimento psicologico; i personaggi sono stereotipi, mere occasioni per riflessioni filosofiche, peraltro spesso incomprensibili. Sarebbe stata uno buono spunto l'idea, sulla quale si appoggia la prima parte: un evento incomprensibile sconvolge la vita di tutti, i genitori possono compiere gesti che cambiano la vita dei propri figli, radicalmente e in peggio. Quante volte l'abbiamo visto accadere ! Ma lo svolgimento dell'idea delude per la mancanza di emozioni, di reali sofferenze. La seconda parte è una serie di luoghi comuni, di personaggi e contesti che rimandano alla letteratura e non alla vita reale. Che cos' è il Canada per il protagonista narratore ? Una fuga, un paese irreale, il luogo della maturazione, non lo sapremo mai perché troppe sono le divagazioni inutili.

Perché non leggerlo ? E' lungo, prolisso, noioso e artificioso.



Apprezzamento Basso
Da non rileggere
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rikipedia.it Fri, 29 Jul 2016 00:00:00 +0100
<![CDATA[In culo al mondo]]> http://www.rikipedia.it/recensioni/Inculoalmondo In culo al mondo

Antunes Lobo Antonio



Anno: 1083
Pagine: 192
Editore: Einaudi

Letto in italiano
Finito di leggere il 04.07.2016

Sono passati otto anni dalla fine della guerra coloniale portoghese, che devastò l'Angola tra il 1961 e il 1975: da un lato il Portogallo di Salazar e dall'altro i movimenti di liberazione angolana. Il protagonista, ed io narrante, incontra una donna in un locale, come tante altre volte, "quando il bar è un Titanic che fa naufragio, (...) un galeone spagnolo sommerso, popolato dai cadaveri alla deriva della ciurma illuminati di sbieco da un chiarore sottolunare, cadaveri che fluttuano senza aderire alle sedie, fra due acque, e dimenano le braccia prive di ossa in una calma di alghe". Sappiamo poco di questa donna, ma senza dubbio sa ascoltare, perché il nostro protagonista comincia a raccontare i suoi ventisette mesi di guerra,in "culo al mondo", a morire "non della morte della guerra, che ci priva all'improvviso delle cervella con uno scoppio fulmineo e lascia intorno a sé un deserto disarticolato di gemiti e una confusione di panico e di spari, ma della lenta, afflitta, torturante agonia dell'attesa, l'attesa dei mesi, l'attesa delle mine sulla pista, l'attesa del paludismo, (...) l'attesa della jeep della Polizia politica che ogni settimana passava, (...) portando con sé tre o quattro prigionieri che scavavano la loro fossa, vi si rattrappivano, chiudevano gli occhi e si afflosciavano sotto le pallottole come un soufflé si affloscia sul forno, con un fiore rosso i cui petali si schiudevano sulla fronte"; una guerra che faceva vomitare e rispondere con "una voce dolce di bambino Non perdere tempo con me perché io sono così stanco di questa guerra che neanche con le bombe mi toglierete di qui"; una guerra che non si può dimenticare, tanto che "nel momento in cui le sue ginocchia si divaricheranno dolcemente, i suoi gomiti mi stringeranno le costole e il suo pube rossiccio schiuderà i suoi petali carnosi con l'umida consegna di valve calde e morbide, entrerò in lei, capisce ?, come un umile e tignoso cagnetto insonnolito in un vano di scala, alla ricerca di un conforto impossibile sul legno duro degli scalini, perché il soldato di Mangando e tutti i soldati di Mangando e Marimbanguengo e Cessa e Musuma e Ninda e Chiume balzeranno in piedi dentro di me nelle loro bare di piombo, avvolti in bende sanguinanti che svolazzano, per esigere da me, con i rassegnati lamenti dei morti, ciò che per paura non ho dato loro: il grido di rivolta ..." Il protagonista narra, quindi, la sua esperienza, ma non dobbiamo aspettarci un resoconto o una denuncia: la crudele e vigliacca devastazione della guerra disvela la povertà del nostro animo, la sua pavidità, il suo vuoto ideale e sentimentale, ma nel contempo rivela l'inutilità della tante parole, di chi non ha mai provato sulla pelle "la furiosa e pungente paura di morire", di chi si può permettere di "essere competente, serio, saggio, socialdemocratico, sardonico, trasportando con i libri nella valigia la furbizia facile dell'ultima verità di carta". L'esperienza di guerra è una cesura tra il prima e il dopo, è una discesa nella profondità dell'animo, è una morte spirituale, che ci toglie la possibilità di amare. Non restano che fugaci momenti di tenerezza, con i quali due esseri soli si inventano "una diafana pace di infanzia".

Per essere apprezzato sino in fondo questo libro andrebbe letto ad alta voce, come un lungo poema. Se si avesse la pazienza di farlo si scoprirebbero l'abile scansione delle parole e le loro capacità evocative, e ci si troverebbe in un mondo onirico, anche se terribilmente reale, nel quale sensualità, nostalgia, disperazione e morte si mescolano insieme, riportando alla luce i mostri della nostra infanzia, e la nostra solitudine esistenziale. "Se fossimo, per esempio, dei formichieri, lei e io, (...) forse ci potremmo capire in una complicità di proboscidi inquiete che annusano insieme sul cemento nostalgie di insetti inesistenti; forse ci uniremmo, col favore del buio, in coiti tristi come le notti di Lisbona. (...) Forse, dopo essermi palpato, scoprirò di essere all'improvviso un unicorno, forse l'abbraccerò, e forse lei agiterà le sue braccia attonite di farfalla conficcata in uno spillo, pastosa di tenerezza. (...) E avremmo recuperato in questo modo qualcosa dell'infanzia che non appartiene a nessuno di noi e insiste a scendere lungo lo scivolo in un riso del quale giunge fino a noi, ogni tanto, e in una specie di rabbia, l'eco attutita".

Perché leggerlo ? E' un grande libro, sulla guerra e sulla solitudine umana.



Apprezzamento Alto
Da rileggere
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rikipedia.it Mon, 04 Jul 2016 00:00:00 +0100
<![CDATA[Oltre il fiume]]> http://www.rikipedia.it/recensioni/Oltreilfiume Oltre il fiume

Moehringer J.R.



Anno: 1999
Editore: Piemme Voci

Letto in italiano
Finito di leggere il 18.06.2016

Gee's Bend è un braccio di terra, bagnato su tre lati dal fiume Alabama, laddove l'acqua forma una sorta di grande e inarcuato tornante. Per raggiungere la più vicina cittadina i "benders" devono percorrere un tragitto di un ora e mezzo di macchina o di un quarto d'ora di traghetto, se questo non fosse stato abolito negli anni'60 dallo sceriffo della contea, con la seguente ineccepibile motivazione: "non abbiamo chiuso il traghetto perché erano neri, (...) l'abbiamo chiuso perchè se l'erano dimenticati, che erano neri". Gee's Bend è un enclave unico: tutti i residenti discendono dai sedici schiavi che si insediarono in questa striscia di terra nel 1816; l'isolamento geografico e la scarsa attrattività del suolo hanno permesso alla piccola comunità di non essere alterata dai grandi sconvolgimenti sociali e politici che hanno interessato la storia americana: la guerra civile, le segregazioni razziali, la grande depressione, il movimento di liberazione di Martin Luther King. Anche quando quest'ultimo li coinvolse, assumendoli come paradigma dello sfruttamento del popolo afroamericano, i "benders" andarono "oltre il fiume", come li invitò il grande leader nero, combatterono per lui e soffrirono per la sua morte, ma poi tornarono alla loro terra, perché "per una donna di colore, che discende dagli schiavi, (...) il fiume supplica che lo si attraversi, e al tempo stesso sbarra la strada". Ma oggi la piccola comunità, ridotta ormai a qualche centinaio di sopravvissuti, rischia di scomparire. Il progetto di un nuovo traghetto romperà definitivamente l'isolamento. Moehringer coglie abilmente questo momento narrandolo con gli occhi e la mente di una piccola donna di Gee's Bend. "Mary è tutta fatta di cerchi. Il suo corpo è tondo, la sua faccia è tonda, il suo fiume è tondo. Nel mondo di Mary Lee ogni cosa è tonda, perché è soltanto alla fine di qualcosa, di un secolo, di una storia, di una frase, che se ne capisce veramente l'inizio. (...) Ha passato l'intera vita in questo luogo senza tempo. Come ha fatto l'età a scovarla ?" Tramite Mary Lee Moehringer ripercorre la storia di Gee's Bend, intrecciando vicende sociali con episodi della vita della donna. E' una dolce e malinconica narrazione: ci sono momenti di rivolta, c'è tanta sopportazione, ma il tutto è intriso di rassegnata benevolenza; e questo non solo perché Mary Lee "è una persona gentile (... se non posso ridere e scherzare con te, se non posso essere carina e amichevole, meglio che lasciamo stare)", ma perché "una vita fa Mary Lee contava sul fiume per proteggerla da quelli che amichevoli non lo erano affatto. (...) Il suo fiume è un forte Dio bruno, (...) Eterno, Silenzioso, Dà la vita, e la prende senza esitare. E' la forza che ha plasmato il mondo di Mary Lee. (...) Ci sono persone che passano la vita a opporsi a ciò che le limita. Mary Lee ce l'hanno battezzata nell'acqua che la limita. Per lei è un dono, e per ciò che le è dato rende grazie."

Questo lungo racconto riporta alla mente un grande romanzo italiano: Il Mulino del Po. Come nel libro di Riccardo Bacchelli, anche qui si parla degli umili, delle vittime, e lo si fa come lo fece il conservatore e cattolico Bacchelli, con nostalgia, quasi per dire: la vita era migliore allora, quando si era isolati, non si poteva andare a scuola, si era poveri e si subivano le prepotenze dei bianchi, ma almeno si viveva protetti dal grande fiume (qui l'Alabama, là il Po), in una vita tranquilla, senza tempo. Ma la storia avanza, caro Moehringer, e lo sfruttamento dei neri, dei contadini, dei "dannati della terra" non può essere la banale occasione per fare del folclore, per vincere, immeritatamente, un premio Pulitzer con un racconto hollywoodiano.

Perché non leggerlo ? Banale, meglio il Mulino del Po.



Apprezzamento Basso
Da non rileggere
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rikipedia.it Sat, 18 Jun 2016 00:00:00 +0100
<![CDATA[L'uomo dell'istante]]> http://www.rikipedia.it/recensioni/Luomodellistante L'uomo dell'istante

Dalager Stig



Anno: 2013
Pagine: 398
Editore: Iperborea

Letto in italiano
Finito di leggere il 11.06.2016

"La mia malattia è mortale e la morte è necessaria alla causa cui da tempo dedico tutte le risorse spirituali, per il quale io solo potevo combattere e io solo sono stato designato". Dalager immagina che con questa frase Soren Kierkegaard sintetizzi la diagnosi del suo male, e il suo destino, nel momento in cui si fa ricoverare in ospedale a Copenaghen, nel 1855. E' un uomo finito: solo, ridotto in miseria, disprezzato e deriso dai concittadini, perseguitato dalla chiesa luterana, che lo considera un pazzo ed un eretico. Nella sua breve vita, era nato nel 1813, Kierkegaard ha prodotto una mole enorme di scritti, i quali ruotano intorno ad un concetto rivoluzionario, per allora e pure per oggi: l'essenza dell'uomo sta nella scelta e nell' "ardore di libertà" che la sottintende. "Se un uomo potesse mantenersi sempre sul culmine dell'attimo della scelta, se potesse cessare di essere un uomo, se nel suo essere più profondo fosse solo un aereo pensiero, (...) sarebbe una stoltezza dire che per un uomo può essere troppo tardi per scegliere, perché, nel senso più profondo, non si potrebbe parlare di una scelta". Tuttavia l'uomo "corre costantemente in avanti e pone ora in un modo ora nell'altro i termini della scelta, sì che la scelta nell'attimo seguente diventa più difficile, (...) perché quando la scelta si rimanda, la personalità sceglie incoscientemente, e decidono in essa le oscure potenze". Per evitare di essere trascinati occorre scegliere sé stessi, "come spirito libero (...) nato dal principio fondamentale della contraddizione, nato per il fatto di aver scelto se stesso. (...) Questo lo preoccupa eppure deve essere così: infatti quando l'ardore della libertà si è risvegliato in lui,(...), egli sceglie se stesso e la lotta per questo possesso come per la propria suprema salvezza, e questa è la sua suprema salvezza". (Aut - Aut pagine 39, 40 e 93 Ed. Mondadori 1956). Non era facile romanzare la vita di un filosofo apparentemente estraneo al suo tempo, quasi fuori della realtà, che si interessa di un altro mondo, la coscienza. Dalager ci riesce brillantemente perché Kierkegaard è colto in una situazione di estrema debolezza, nei giorni che precedono la morte, quando il coraggio di vivere è ormai solo legato al ricordo, non all'istante. "Per lui il ricordo è estremamente giovane, come acqua che scorre serpeggiando attraverso il deserto della vita, racconta sempre la stessa cosa e lenisce le sue pene, (...) ma il suo rammentare non è quello dei vecchi, quello delle cose lontane nel tempo. Per me (scrive Kierkegaard alla sua amata, Regine) ogni contatto armonico tra l'idea e la vita si trasfigura istantaneamente nel ricordo. (...) Nel ricordo (aggiunge Dalager) c'è qualcosa di lontano che ha perso il bruciore della pena e mantenuto la dolcezza della malinconia". Ormai moribondo, debole, costretto a subire umiliazioni come tutti i malati terminali, ridotto alla sua fragile natura corporale, con la mente Kierkegaard ripercorre le tappe fondamentali della vita: il padre severo ed autoritario, una madre affettuosa che morirà troppo presto, i tanti fratelli e sorelle che non arriveranno ai trent'anni; gli studi promettenti ma che già indicano un allievo indipendente e troppo brillante; il fidanzamento con Regine e la decisione di romperlo (l'episodio centrale della sua vita e al quale tornerà continuamente con il ricordo); il soggiorno a Berlino, ufficialmente per seguire delle lezioni di filosofia tedesca, ma in realtà per scrivere disperatamente e in solitudine; ed infine l'ultimo periodo di vita, sempre più intriso di spiritualità e di fede, ma sempre più critico verso le autorità ecclesiastiche e la religione ufficiale. Alle lunghe digressioni biografiche, spesso sostenute da testi delle opere di Kierkegaard, si alternano scorci della vita di ospedale, che ci riportano alla condizione di malato terminale e sofferente. "Nel buio sente una mano che lo soccorre e lo aiuta a sollevare il suo corpo gracile quel tanto che basta, (...) per un attimo pensa di nuovo di essere prossimo alla morte. Invece cede ad un sonno profondo che lo conduce in una recondita stanza dell'anima, simile alla camera della sua infanzia (...) ma diversa, perché lungo le pareti ci sono i letti di tutti i suoi fratelli e le sue sorelle (...) voci e risate si confondono. finché all'improvviso appare la madre che canta loro qualcosa per addormentarli. (...) Dove stai andando ? gli chiede la madre. Verso la mia morte. E già qui, risponde lei, sei nell'eternità."

Il racconto è scritto molto bene ed è questo il suo pregio fondamentale. Il suo difetto consiste nella natura spuria dell'opera: non è una biografia, perché c'è troppo di romanzato, cominciando dal brillante espediente letterario di Kierkegaard morente; non è una sintesi del pensiero del filosofo danese, anche se spesso Dalager si inoltra nell'illustrazione dei principali scritti, e ciò rende il racconto prolisso e complesso; non è un romanzo, perché è carente l'analisi psicologica del protagonista e i personaggi sono appiattiti nella loro dimensione storica. In particolare non è approfondito un tema di grande interesse: dalla narrazione emerge come Kierkegaard rimpianga le scelte compiute, in particolare la rottura del fidanzamento con Regine. Voler scegliere crea angoscia ed è meglio farsi trascinare dagli avvenimenti, ciò è parte del pensiero del filosofo danese. Ma perché Kierkegaard ha compiuto certe scelte, che poi in qualche modo percepisce come sbagliate per la sua felicità ? Che cosa gli ha impedito di dare concretezza all'amore per Regine ? Gli era sufficiente fantasticare e scriverne, come fece nel Diario del Seduttore, peraltro senza alcun rispetto per Regine ? Non c'è in Kierkegaard un narcisistico desiderio di manipolazione e di compiaciuta superiorità che lo rende più simile ad un cinico seduttore che alla nobile figura morale che pretenderebbe di essere ? Sarebbe stato interessante indagare questi aspetti del carattere e della vita di Kierkegaard, perché ne sarebbe risultata una personalità ben più complessa di quella che emerge da questo romanzo.

Perché non leggerlo ? Non è un' introduzione a Kierkegaard, è una via di mezzo che lascia insoddisfatti.



Apprezzamento Medio
Da non rileggere
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rikipedia.it Sat, 11 Jun 2016 00:00:00 +0100
<![CDATA[Nemesis]]> http://www.rikipedia.it/recensioni/Nemesis Nemesis

Roth Philip



Anno: 2010
Pagine: 280
Editore: Jonathan Cape London

Letto in inglese
Finito di leggere il 26.05.2016

Nella mitologia greca Nemesis è la dea della giusta e fatale vendetta per colpe rimaste impunite.Quante volte abbiamo pensato che malattie, incidenti, disgrazie fossero fatalità che dovessero avere origine in una colpa ? Dobbiamo trovare comunque un responsabile in una tragedia, non possiamo accettare che ciò che accade non sia una necessità, non abbia una ragione; non ammettiamo che Dio "è l'eco di tutto il nostro vano gridare. (...) Colui che conosce il prima e il dopo e le ragioni del tutto e però purtroppo non può dircele per quest'unico motivo, così futile !: che non esiste" (Sebastiano Vassalli La Chimera). Philip Roth parla di questo e lo fa raccontando dell'epidemia di polio che travolse una cittadina degli Stati Uniti nel 1944, in piena seconda guerra mondiale. "Perché anche questa era una guerra reale, una guerra di massacri, rovine, perdite e sventure, guerra con i danni di una guerra, guerra sui bambini di Newark". Bucky Cantor è un giovanissimo istruttore sportivo, campione di giavellotto, un ragazzo solido e forte; ha evitato di andare in guerra per un grave difetto alla vista. Orfano di madre, abbandonato dal padre, è stato educato dal nonno materno alla dedizione al lavoro, ai valori morali, ad uno spropositato senso di responsabilità. E' un supervisore estivo. Chiuse le scuole, il suo compito è di gestire i ragazzi e le ragazze del quartiere ebraico della città di Newark, e lo fa con grande impegno, addestrandoli allo sport, educandoli ai giochi di squadra e insegnando lealtà e determinazione. Le sue qualità gli sono riconosciute dagli alunni così come dalle famiglie. Un'epidemia di polio, allora incurabile e senza vaccino, si sta diffondendo nei vari quartieri e inizia a colpire anche i ragazzi affidati alla supervisione di Bucky. I casi di polio, alcuni gravi e mortali, si intensificano e il giovane non riesce a capire le ragioni della calamità: è stravolto, è convinto di non fare abbastanza, ma cerca comunque di mantenere la calma e di trasmetterla ai ragazzi. La fidanzata sta trascorrendo l'estate in un campo estivo, ai bordi di un lago. Gli ha trovato un posto di istruttore di nuoto, disciplina nella quale Bucky eccelle. Perché non lasciare una città ammorbata dalla polio e trascorrere invece l'estate in un luogo sicuro e meraviglioso, insieme con la ragazza ? Bucky è incerto, si sente già in colpa per non essere stato arruolato, non vorrebbe abbandonare i suoi ragazzi, ma poi accetta. Ma non può sfuggire alla colpa (quale ?). Dopo pochi giorni dal suo arrivo si verificano i primi casi di polio nel campeggio; è quindi lui l'untore ? E' sua la responsabilità dei ragazzi morti o gravemente resi disabili, che gli furono affidati a Newark ? E' lui che ha portato la terribile pestilenza nel campeggio ? Deve scontare la giusta punizione; e lo farà con ottusa volontà, senza perdonarsi nulla: si ammala anche lui di polio, resta disabile per tutta la vita, rifiuta le profferte della fidanzata, la quale lo ama comunque, si condanna a vivere da solo. "Sorrise (...) con un sorriso molto simile ad una smorfia dolorosa, che indicava stanchezza e non gioia. Non c'era luce in lui. Ciò che mancava era l'energia e la capacità che un tempo erano al centro del suo carattere. E di certo la sua componente atletica era completamente svanita. Non erano soltanto un braccio ed una gamba ad essere inutili. La sua personalità originale, tutta quella vitale determinazione che ti avrebbe colpito nel momento in cui lo avessi incontrato sembrava essa stessa strappata via."

E' un racconto che si legge di un fiato: la scrittura è fluida, il ritmo narrativo è incalzante malgrado le divagazioni di carattere filosofico. Roth riesce abilmente a descrivere il percorso del protagonista: tutto è già scritto nel suo destino, nelle colpe del padre, ed eppure per il lettore è una sorpresa rendersi conto di quanto sia inutile combattere e come non valga la virtù se una mano invisibile, un Dio crudele, conduce i fili della nostra vita. Ma allora non siamo liberi ? Roth cerca di recuperare nell'ultimo capitolo, con il confronto da Bucky e un altro giovane anch'esso reso disabile dalla polio, il quale, tuttavia, è stato capace di avere un'esistenza normale e felice. Purtroppo, è un capitolo un po' appiccicato, ridondante e prolisso: una caduta nella narrazione, un voler comunque offrire una conclusione non totalmente negativa. Il romanzo si chiude con un' affascinante descrizione del lancio del giavellotto da parte di Bucky, una esaltazione della bellezza del movimento di un atleta, ma anche il melanconico riconoscimento di un gesto non più possibile: una chicca stilistica che toglie il respiro.

Perché leggerlo ? Si legge molto bene e apre riflessioni sul bene e sul male.



Apprezzamento Medio
Da non rileggere
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rikipedia.it Thu, 26 May 2016 00:00:00 +0100
<![CDATA[Le Tigri di Mompracem]]> http://www.rikipedia.it/recensioni/LeTigridiMompracem Le Tigri di Mompracem

Salgari Emilio



Anno: 1883
Pagine: 240
Editore: Fabbri Editori

Letto in italiano
Finito di leggere il 14.05.2016

Sandokan "ha la fronte ampia, ombreggiata da stupende sopracciglia dall'ardita arcata, una bocca piccola, che mostra dei denti acuminati come quelli delle fiere e scintillanti come perle; due occhi nerissimi, d'un fulgore che affascina, che brucia, che fa chinare qualsiasi altro sguardo". E' la "Tigre della Malesia", "capo dei feroci pirati di Mompracem", acerrimo nemico degli inglesi, vendicatore dei popoli oppressi, ma anche assassino, crudele, feroce, tremendo. E così sarebbe rimasto se non gli fosse giunta voce di una donna bellissima, chiamata la perla di Labuan. Una "forza irresistibile" lo spinge verso questa fanciulla. Parte con alcune navi e si imbatte in un incrociatore inglese; la sua flotta viene distrutta, i suoi uomini vengono uccisi o periscono annegati, lui stesso, gravemente ferito, riesce a salvarsi a stento. "Guarirò (...) e pronunziò quella parola con tanta energia da credere che egli fosse l'arbitro assoluto della propria esistenza", poi la paura (" le tenebre (...) Io non voglio morire!...) ed infine la pazzia. "Completamente fuori di sé, si precipitava innanzi all'impazzata. (...) Credeva di vedere nemici dappertutto. (...) Degli esseri umani sorgevano dal suolo gementi, urlanti, chi colle teste sanguinanti, chi colle membra tronche e coi fianchi squarciati. Tutti ridevano, sghignazzavano, come se si beffassero dell'impotenza della terribile Tigre della Malesia". Il delirio di Sandokan è il prodotto della febbre e dello sfinimento fisico; gli incubi nascono pure dal riemergere nella coscienza tutto il male che ha fatto, la sua spietatezza, i tanti morti della sua esistenza. A impedirgli di discendere "negli abissi della terra" è l'amore. Dopo aver perso i sensi, torna in sé nella casa di Lord James, dove viene curato da Marianna, la perla di Labuan, della quale si innamora perdutamente: una passione subito corrisposta. Il romanzo, che sembrava scivolare su una china di ricerca interiore, riprende il ritmo tipico dei grandi libri di Salgari: scoperto, Sandokan fugge, per tornare poi a liberare Marianna e portarla con sé; ci riesce per merito dell'amico Yanez, il quale convince con l'inganno Lord James a mettersi in viaggio, esponendosi quindi all'assalto dei pirati. Finalmente insieme, Sandokan e Marianna si rifugiano a Mompracem; per riprendersi la giovane il potente Lord James mette insieme una flotta poderosa, che assale e conquista la roccaforte dei pirati, dopo una grande battaglia. E' vero, che "per quella creatura celeste, per lei dovrò perdere tutto, tutto, perfino questo mare che chiamavo mio e consideravo come sangue delle mie vene. (...) Tutto è morto o sta per morire qui". Marianna chiede a Sandokan se rimpiange la sua passata potenza e se lei stessa debba impugnare "la scimitarra", il pirata le risponde nettamente: "Tu ! tu !, esclamò egli, No, non voglio che tu diventi una donna simile. Sarebbe una mostruosità". Bisogna scegliere, anche perché "due felicità (Marianna e Mompracem) sarebbero troppo e non le voglio, (...) e quell'uomo, che non aveva mai pianto in vita sua, scoppiò in singhiozzi mormorando: La Tigre è morta e per sempre !"

Il libro ha avuto cinque versioni, dalla prima edizione del 1883 all'ultima del 1891, a dimostrare una stesura tormentata: l'autore non riusciva a trovare il registro giusto per un pubblico in buona parte costituito da ragazzi. In particolare mancano quegli espedienti narrativi che danno ritmo e sorpresa ai racconti di Salgari. Ci sono alcuni episodi divertenti (per esempio, quando Sandokan e Yanez si nascondono in una grande stufa e per pura fortuna non vengono scoperti), altri sembrano un po' appiccicati e inverosimili, come lo scontro tra uno scimmione ed una pantera, altri ancora riportano alle intense battaglie navali di Salgari senza quelle tensioni e quei colpi di scena che le contraddistinguono. L'autore non riesce a coinvolgere il lettore perché il racconto si focalizza troppo sulla figura di Sandokan, affascinante di certo, ma rigida e costruita con l'accetta; essa, tra l'altro, non è alleggerita da altri personaggi, come avverrà in seguito, quando Yanez assumerà un ruolo più ampio, quasi da protagonista. La tecnica salgariana non è ancora a punto e per farlo l'autore dovrà nascondere maggiormente le proprie angosce esistenziali, per muoversi solo in un mondo più superficiale ma più attraente: quello dell' avventura.

Perché leggerlo ? Malgrado i suoi limiti, l'eroe Sandokan ha una grande attrattiva.



Apprezzamento Medio
Da non rileggere
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rikipedia.it Sat, 14 May 2016 00:00:00 +0100
<![CDATA[Sunset Park]]> http://www.rikipedia.it/recensioni/SunsetPark Sunset Park

Auster Paul



Anno: 2010
Pagine: 308
Editore: Faber and Faber

Letto in inglese
Finito di leggere il 28.04.2016

Moris Heller, il padre del protagonista, è in aereo e guarda un vecchio film hollywoodiano ("I migliori anni delle nostre vite"), il quale parla del ritorno a casa dei soldati dalla seconda guerra mondiale, delle loro vite che si devono ricomporre; e gli viene in mente quanto gli ha detto un vecchio amico, un noto scrittore: "l'idea con la quale sto giocherellando è di scrivere un saggio sulle cose che non succedono, sulle vite non vissute, le guerre non combattute, il mondo oscuro che corre parallelo al mondo che noi pretendiamo che sia reale, il non detto e il non fatto, il non ricordato. Un territorio rischioso, forse, ma potrebbe valere la pena esplorarlo". Miles Heller, figlio di Moris, ha la passione di fotografare le cose abbandonate da chi deve lasciare in fretta la propria casa, a seguito di un ingiunzione di sfratto. Non ha progetti, non ha speranze, "pezzo per pezzo" ha ridotto i desideri al minimo. Perché un giovane ventenne, un tempo brillante studente, conduce una vita così vuota ? Fugge dal senso di colpa, da un male di vivere che non riesce a confessare: è convinto di avere ucciso il fratellastro spingendolo sotto una macchina. A indurlo a scomparire è stato quanto ha origliato in una conversazione fra il padre e la matrigna. "E' un ragazzo brillante, lo ammetto. Ma freddo, fragile, disperato, ho i brividi se penso al suo futuro. (...) Lo stavano tagliando a pezzi. Sezionandolo con incisioni calme ed efficienti come patologhi in un'autopsia, parlando di lui come se fosse già un morto che cammina. (...) Forse la cosa migliore per tutti è di rimuovere se stesso dalle loro vite, di scomparire". La sofferenza è così profonda che non riesce neanche ad aprirsi con una giovane ragazza, della quale si è fortemente innamorato. L'ha conosciuta casualmente perché leggevano tutte e due "Il Grande Gastby", il romanzo emblematico di una forte personalità. Per alcune pagine speriamo che Miles possa trovare nell'amore la soluzione alle sue angosce, ritrovare la serenità ed essere felice. Ma è costretto a lasciare la Florida in fretta e furia e ritornare a New York, perché potrebbe essere accusato di aver abusato di una minorenne, la fidanzata, infatti, non ha ancora compiuto la maggior età. Accetta l'invito di un amico (Bing Natham), il quale ripara oggetti di tutti i tipi in una sorta di "Ospedale delle cose rotte", ed è andato a vivere in una casa abbandonata, insieme con due ragazze: Ellen ed Alice. Il racconto si concentra, quindi, sulle storie degli altri personaggi, così come ripercorre le vite dei genitori di Miles, del padre, della matrigna e della madre. Scopriamo che tutti hanno una sofferenza interiore, un non detto e un non ricordato: qualcosa che non sono capaci di esprimere, di riconoscere, di ammettere. Andando avanti nel racconto sembra che si aprano squarci di luce, prospettive di speranza: Miles prende contatto con i genitori e finalmente confessa i motivi della fuga, liberandosi in apparenza dei sensi di colpa. Poi tutto precipita indietro. Durante lo sgombero dell'appartamento da parte delle forze dell'ordine Miles reagisce colpendo un poliziotto. Rischia il carcere, potrebbe consegnarsi ma preferisce la fuga. "Si chiede se vale la pena sperare in un futuro se non c'è nessun futuro, e da adesso in poi, dice a sé stesso, egli smetterà di sperare in qualche cosa, e vivrà soltanto per l'oggi, questo momento, questo attimo che passa, l'oggi che è qui e che non è qui, l'adesso che se n'è andato per sempre". Perché ? Forse non riusciremo mai a liberarci dall'angoscia che è dentro di noi, è possibile sopportare l'esistenza solo se ci rinchiudiamo nella quotidianità della vita.

Come in gran parte dei romanzi di Auster prevale una impronta intellettualistica; dietro la fine psicologia dei personaggi emerge un senso di artificioso, quasi che essi siano figuranti di un ragionamento astratto, chiuso nella mente dell'autore, poco attento ai meccanismi reali della vita. Di fatto Miles, Bing, Ellen, Alice e così via non sono il vero oggetto del racconto: sullo sfondo c'è New York, l'ambiente colto e raffinato degli intellettuali, un recinto fuori dal quale c'è il mondo reale, quello del quale Auster non può o non vuole parlare.

Lo stile narrativo è caratterizzato da lunghi periodi, nei quali la virgola separa frasi in sé stesse compiute. E' come un fiume in piena, un susseguirsi di parole e di strutture sintattiche; dapprima affascinano e mettono in risalto l'indiscussa abilità dell'autore, ma poi lentamente annoiano trasformando il racconto in un lungo soliloquio: è Auster che parla ? E' un saggio o un romanzo ?

Perché non leggerlo ? Bello dapprima poi diviene noioso..



Apprezzamento Basso
Da non rileggere
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rikipedia.it Thu, 28 Apr 2016 00:00:00 +0100
<![CDATA[I piccoli maestri]]> http://www.rikipedia.it/recensioni/Ipiccolimaestri I piccoli maestri

Meneghello Luigi



Anno: 1976
Pagine: 289
Editore: Rizzoli

Letto in italiano
Finito di leggere il 20.04.2016

Questo racconto autobiografico sulla Resistenza ha lo stesso avvio di altri romanzi, che hanno narrato gli anni di guerra partigiana tra il 1943 e il 1945: come in "Primavera di Bellezza" di Fenoglio o "A conquistare la rossa primavera" di Lajolo il protagonista è un giovane ufficiale, in attesa di chi sa che cosa. "Forse ci spegneremo così, poi quando saremo spenti, si spegnerà un po' alla volta anche la guerra". Ed invece arriva l'armistizio, "come un urlo", e si ritorna a casa, a piedi, in mezzo a colonne di tedeschi. Si torna a frequentare gli amici dell'università, a Vicenza, si riprendono le vecchie discussioni, si partecipa ad un "sentimento collettivo (...) inebriante; si avvertiva la strapotenza delle cose che partono dal basso, le cose spontanee; si provava il calore, la sicurezza di trovarsi immersi in questa onda della volontà generale". Si entra nella Resistenza, girando in città e per i paesi della pianura veneta, ma già a ottobre del 1943 si è costretti a salire in montagna, nel Bellunese e nell'Altipiano di Asiago, i luoghi dove è in gran parte ambientato il libro. A differenza di quanto accade in Fenoglio e Lajolo, il protagonista non diviene un lupo solitario, come il "Partigiano Johnny", né acquisisce una coscienza politica, che lo conduca a schierarsi, anche dopo la liberazione. L'autore scrive un racconto volutamente anti eroico, ma lo fa con timore, perché "ogni tanto avevo il senso di toccare un punto più pericoloso, quasi una breccia in un argine; e mi pareva che smuovendo sarebbe venuto giù un fiotto di caotiche affezioni personali, civili e letterarie che mi avrebbe portato via". E "alla fine si estinsero anche i sensi delle parole, aggettivi, nomi, quei vigliacchi dei verbi; (...) Da ultimo restammo soli io e il non io". La scansione del racconto segue le fasi tipiche della storia partigiana: la nascita delle bande, disorganizzate ed isolate, i rastrellamenti dell'autunno del 1943, il lungo inverno successivo e la crescita del movimento nella primavera del 1944 e quindi la nuova offensiva nazi fascista, che porta i partigiani a scendere in pianura. Il protagonista attraversa questi avvenimenti senza soffermarsi sulle azioni di guerra, le quali restano sempre sullo sfondo, ma concentrando l'attenzione sugli uomini e sul paesaggio. Incontra vecchi amici, se ne fa dei nuovi, li perde (perché vengono fucilati o muoiono in battaglia), lambisce alcuni amori, cerca disperatamente di parlare di letteratura e di filosofia, di portarsi con sé la sua cultura umanistica. Anche lui, come il Partigiano Johnny, si ritrova solo nel lungo inverno del 1944: in fuga, affamato, senza scarpe sopravvive a stento, ma il tutto sembra un sogno. "Camminavo, col paesaggio che veniva fuori a pezzi e bocconi e faceva l'effetto di muoversi. (...) Poi la luna fa un lungo salto a pesce nel cielo, la sua luce color mandarino si decanta; sono in piedi e sto in piedi, cammino sulla strada tra le case di Frizzòn, batto alla prima porta. (...) In questa casa non c'è nessuno. Sono tutti morti. Aprimi almeno tu ! Sono morta anch'io. (...) Aspetto la bara che venga a portarmi via". Pur abbandonato (sarà salvato dalla Rosina, una giovane contadina) il protagonista vive come in un lungo viaggio, reale ed ideale, per le montagne venete, al ciglio delle colline e delle pianure. E spesso lo sovrasta un sentimento di meraviglia, come quando vede dall'alto "i torrenti, le strade, i paesi riconoscibili a uno a uno in una specie di grande lago; tutto era di smalto e d'oro, (...) e per un po' mi venne una specie di emozione che non mi aspettavo, come se uno viaggiando in Cina si affacciasse a una valle remota, e gli apparisse, lì sotto Thiene, il fumo di Schio, e le montagnole sotto le quali c'è il suo paese, casa sua".

L'atmosfera soffusa e delicata è il pregio fondamentale del romanzo: essa è il frutto di uno stile narrativo e di un approccio, volutamente perseguito. Per quanto riguarda il primo aspetto, la scrittura è di impronta umanistica, tradizionale, colta ed elitaria; ma la retorica tipicamente italiana è ripulita dei suoi fronzoli, è resa frugale ed essenziale; in tal modo si esaltano la fluidità del periodo e la ricchezza dei vocaboli e delle espressioni. Il romanzo è una sorta di rimembranza e quindi giustamente l'autore non intende fare una cronaca degli avvenimenti, ma li vuole narrare con la lente della memoria, che dà forma a singoli pezzi, guardandoli dalla prospettiva di chi li vede ormai lontani, come in una nebbia. con un sentimento di tenerezza, ma anche di lieve distacco. Ed è questo il tratto peculiare del romanzo, che lo rende affascinante. Questa scelta, che dà più importanza alle sensazioni che agli avvenimenti, rende a tratti noioso il racconto, perché va a scapito del ritmo e dell'approfondimento dei personaggi.

Perché leggerlo ? E' bello perdersi nella sua atmosfera.



Apprezzamento Medio-Alto
Da non rileggere
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rikipedia.it Wed, 20 Apr 2016 00:00:00 +0100
<![CDATA[Unless (a meno che)]]> http://www.rikipedia.it/recensioni/Unlessamenoche Unless (a meno che)

Shields Carol



Anno: 2005
Pagine: 320
Editore: Harper Perennial

Letto in italiano
Finito di leggere il 26.03.2016

Reta, moglie di un medico e madre di tre figli, si trova con l'amica Danielle, della quale cura le traduzioni dal francese in inglese. "Sarebbe meglio (...) usare la parola mente al posto di cuore; (,,,) riferirsi al cuore come sede dei sentimenti non è più di moda, condannato dai critici perché evanescente. (...) Danielle meditò per un momento, poi mi sorrise con affetto ma in modo mordace, e mise la mano sul seno: ma qui è dove io sento pena, disse, e tenerezza". E' possibile affrontare razionalmente l'abbondono di una figlia, la profonda tristezza, che rende "falsi gioielli" le piccole abitudini della vita ?. "Nella nostra grande e vecchia casa (,,,) vivevamo la vita che abbiamo scelto molto tempo fa: abbondante, intensa, ma con intervalli di pace, circondati da mobili, libri, soffici cuscini sui quali stendersi, cibo nel frigo, ancora di più nel freezer". All'improvviso Norah, la figlia più grande, lascia l'università, va per strada a chiedere l'elemosina con un cartello che riporta la parola "Bontà". Come reagire ? Il malessere è così profondo, invade qualsiasi momento della vita e coinvolge tutta la famiglia, spingendo ciascuno a rinchiudersi in sé stesso, a cercare disperatamente di farsi una ragione, di dare un aiuto, di sopportare la pena continuando la quotidianità della vita. Ma non è possibile, la sofferenza è troppo grande. Reta si trova in una toilette di un ristorante e di impulso scrive sulla parete: "il mio cuore è rotto, l'avrei riconosciuto più tardi come un atto drammatico, infantile, indulgente, grandioso e pieno di forza. (...) Subito sentii un sollievo tra le costole. (...) Qualche cosa simile alla gioia mi invase, soltanto per un momento (...) come sotto un incantamento. Mi ero permessa di essere recettore e trasmettitore ad un tempo, non una morta cosa ma un vivo legame con tutto ciò che sarebbe diventato una insopportabile sofferenza. Credetti in quel momento al mio istinto, posi giù delle parole che rivelavano la verità, testimoniando la più privata ed allarmante delle visioni, invece del auto commiserevole e melodrammatico graffito quale era realmente." Reta reagisce impegnandosi a scrivere un romanzo, una fiction che vuole che sia leggera, superficiale e a lieto fine. Due fidanzati dovrebbero sposarsi ma lei non è convinta del matrimonio, non è veramente innamorata. Quanto della sofferenza di Reta si ritrova nel romanzo ? E quanto riflette il suo matrimonio ? Reta è a un bivio: dare al racconto una svolta drammatica, come vorrebbe l'editore per renderlo un'opera di spessore, o attenersi all'idea originale, ossia un libro "rosa", rivolta al grande pubblico invece che alla critica. Reta resta ancorata al proprio progetto perché è attaccata alla speranza, al desiderio di ritrovare la figlia. La protagonista non si sposa, sceglie la propria felicità; proprio quando si conclude la scrittura del romanzo ha termine anche la vicenda di Norah. Per una serie di favorevoli circostanze la figlia, gravemente malata, viene salvata in extremis e curata; ritorna in famiglia. In ospedale i medici si accorgono che Norah ha numerose bruciature; è stata infatti coinvolta in un incendio, una ragazza si è suicidata dandosi fuoco. In quel momento Norah si è accorta che il mondo non è buono, che anzi predominano le ingiustizie e la sofferenza esistenziale, fuori dalle pareti della casa e dell'università. Dio è morto ! Come Simone Weil, la quale vide nella propria consunzione fisica l'unico modo per far rinascere Dio, così Norah insegue la propria auto distruzione per gridare il desiderio di Dio, testimoniare la voglia di Bontà. E quindi anche il comportamento di Norah ha una sua spiegazione logica, un motivo comprensibile: è la mente e non il cuore la fonte del gesto di Norah.

E' un libro complesso e difficile. La scrittura è elegante e sapiente, la lettura scorre fluida, affascinata dalla bellezza della lingua. Troppi sono i temi trattati, da quelli di carattere filosofico alla condizione femminile sino alla funzione catartica dell'immaginazione del racconto; mancano invece gli approfondimenti psicologici, che chiarirebbero meglio le ragioni del comportamento di Norah e le reazioni di Reta, di suo marito e delle altre figlie. E come se la scrittrice sfuggisse dalla condizione umana per portarsi in una dimensione metafisica, politica e sociologica: approccio che fa svanire l'universalità della vicenda raccontata con tanta perizia e preziosità. D'altra parte l'uso di "a meno che non" (in inglese unless) presuppone la forma del terzo condizionale, già di per sé indicativo di un approccio volutamente sofisticato alla narrazione: forse una maggiore semplicità avrebbe dato maggiore vigore al racconto.

Perché non leggerlo ? E' difficile da capire, a tratti prolisso e noioso.



Apprezzamento Medio-Basso
Da non rileggere
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rikipedia.it Sat, 26 Mar 2016 00:00:00 +0100
<![CDATA[Adua]]> http://www.rikipedia.it/recensioni/Adua Adua

Scego Igiaba



Anno: 2015
Pagine: 177
Editore: Giunti

Letto in italiano
Finito di leggere il 11.03.2016

L'editore presenta il libro come un romanzo a due voci, "quella di un padre e di una figlia". Questa sintesi è sicuramente vera. Adua è scappata dalla Somalia per fuggire un padre autoritario e per realizzare un sogno: lavorare nel cinema e diventare un'attrice famosa. In realtà è riuscita a fare un solo film, porno. Dopo vent'anni si ritrova donna matura, "Vecchia Lira", come i nuovi immigranti chiamano "le donne della diaspora". Un po' per compassione e un po' per avere una compagnia, si sposa con un immigrante, che "bazzicava ubriaco molte zone di Roma (...). Ma è a piazza dei Cinquecento (...) in quella piazza che l'Italia aveva dedicato a dei soldati morti in Africa orientale, che io mi sono fabbricata un amore di cartapesta". Nata da una donna forte e coraggiosa, Asha la Temeraria, un'infanzia felice da nomade tra capre e cammelli, una triste adolescenza a Megalo e a Mogadiscio, una vita desolata e banale a Roma, che cosa n'è dei sogni di Adua ? "Volevo essere libera di correre nel vento. (...) Sentivo che la grande città si sarebbe mangiata tutta la mia purezza, tutti i miei sogni". L'autrice ci offre squarci della vita di Adua, ma di fatto parla sempre delle sue delusioni, della sua fatica per sopravvivere,comunque. Zoppe, il padre, vive in un'altra epoca, durante il fascismo e lo spietato colonialismo degli italiani. Collabora con quest'ultimi come traduttore, si rende servo, assiste alle trucidità, ai soprusi, ai comportamenti razzistici e sprezzanti dei nostri connazionali, in Italia come in Somalia. Anche in questo caso la narrazione è fatta di spicchi di esistenza, non tanto importanti per quello che dicono, quanto per ciò che resta sotteso: il disprezzo per sé stessi e nel contempo il fascino, tradito, per l'Italia e la sua lingua. Zoppe è tuttavia un tradizionalista, che non esita a far subire alle figlie l'infibulazione, perché "dopo ci sarà solo la felicità di essere pura, finalmente chiusa come Dio comanda". E' un padre autoritario, disapprova e disprezza le aspirazioni della figlia, cinicamente e crudelmente vuole recidere il ricordo della madre di Adua, morta dandole alla luce. "Ma ecco, smettila di nominarla. Quella donna non è niente, è solo un errore". Le due storie, di Adua e di Zoppe, vanno in gran parte in parallelo, come due rette che non s'incontrano mai, non perché le loro vite si svolgano in tempi e contesti differenti, ma perché padre e figlia non si parlano, sono troppo distanti, mancando ad entrambi la capacità di esprimere il loro amore.

"Mi piace Roma d'estate, soprattutto la sua luce di sera, sul far del tramonto, è calda, e anche i gabbiani diventano più buoni e viene voglia di abbracciarli. Sono i padroni delle piazze, ma qui ci sei tu, elefantino, e loro non si azzardano. Via, state lontano da piazza Santa Maria sopra Minerva ! Mi sento protetta vicino a te. Qui sono a Magalo, a casa". Le parole di Adua "si sciolgono e si perdono". Guarda la negra, parla da sola". E Zoppe cammina per la Roma fascista e "la visione era ancora lì a confortarlo (...) Gli alberi... la cupola di San Pietro... poi il glicine in fiore ... l'odore delle donne... i sorbetti da passeggio... il passo marziale dei soldati... il fruscio delle gonne arcobaleno.... le loro speranze dipinte di blu". Ecco ciò che lega padre e figlia: l'amore per Roma. Scego narra molto della Somalia, il lettore percepisce fortemente il desiderio di ritornare idealmente alla terra natale, di riappropriarsi della lingua, dei suoi suoni e delle sue immagini. Ma il romanzo parla soprattutto di un tradimento, di un' Italia, di una città, Roma, di una lingua e di una storia, le quali, come donne amate ma troppo belle per essere conquistate, rifiutano i corteggiamenti e gli approcci dei nuovi italiani.

Devo dire che ho avuto spesso la tentazione di abbandonare la lettura, e sono andato avanti, sino a conclusione, solo per simpatia e stima per l'autrice. E' difficile scrivere due storie in parallelo, ma lo è maggiormente se ci si affida ai "flash back", agli incisi onirici, a frasi sospese e poco chiare. Senza una trama, che dia ordine al tutto, emerge una grande confusione, un affollarsi di pensieri e di immagini, che rendono pesante la lettura. Scego perde in questo romanzo la lieve ironia e la sottile eleganza che contraddistinguono la sua scrittura. Forse, ha chiesto troppo alle sue capacità; un'occasione persa.

Perché non leggerlo ? E' confuso e alla fine noioso.



Apprezzamento Basso
Da non rileggere
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rikipedia.it Fri, 11 Mar 2016 00:00:00 +0100
<![CDATA[La chimera]]> http://www.rikipedia.it/recensioni/Lachimera La chimera

Vassalli Sebastiano



Anno: 1990
Pagine: 303
Editore: Einaudi

Letto in italiano
Finito di leggere il 09.03.2016

"Davanti a me, sul mio tavolo, mentre scrivo, c'è una fotografia a colori ... La fotografia di Antonia", o meglio di una delle tante Madonne, tutte simili, dipinte da un pittore ambulante nei primi anni del Seicento. "Quegli occhi neri come la notte, e luminosi come il giorno; quel neo sul labbro superiore; quelle labbra rosse e carnose e poi quel ricciolo ribelle che scappa fuori dal panneggio, sulla guancia sinistra ".... era una copia fedele del ritratto di Antonia, della strega quindicenne di Zardino. Possiamo supporre che sia stata questa fotografia, di una adolescente, "uno stato di grazia, prima ancora che un'età", a spingere Vassalli a narrare "una grande storia, d'una ragazza che visse tra il 1590 e il 1610...., e delle persone che furono vive insieme a lei, negli anni stessi in cui lei fu viva, e che lei conobbe; di quell'epoca e di quei luoghi". I luoghi sono Novara e un piccolo borgo, oggi scomparso. Zardino "fu un villaggio come quegli altri che si vedono laggiù, un po' a sinistra e un po' oltre il secondo cavalcavia; sotto la montagna più grande e più imponente di questa parte d' Europa, il Monte Rosa. (...) Una chimera ! Da lassù, dalla sommità della chimera" oggi si vede "una pianura vaporosa con qualche albero qua e là e un'autostrada che affiora dalla nebbia"; allora, nel Seicento, si contemplava "un paesaggio di vigneti e di boschi verso le paludi e gli argini del fiume; di prati e di baragie (terreni incolti, brughiere) (...); di campi di granoturco, di grano e di risaie" e un abitato il quale "tra le case era grigio, angusto, primitivo e però anche, nella buona stagione, tutto era fiorito di convolvoli e di rosine rampicanti". In questa epoca e in questi luoghi Antonia trascorse la sua breve vita: abbandonata alla nascita, sopravvissuta all'infanzia, adottata da una famiglia contadina di Zardino, la cui modesta agiatezza dava origine ad invidie e rancori, la ragazza era troppo bella, altera e indipendente per non essere al centro dei pettegolezzi e dell'astio delle comari: lei, "un'esposta", cosa pensava di essere, una piccola signora ! Forse sarebbe potuto diventare donna ,sposarsi e avere figli, se le circostanze non l'avessero trascinata verso una morte spietata. Si invaghisce di un "camminante", ossia di uno di quegli "anarchici della campagna", che vagavano in odio "ad ogni servitù". Innamorata proprio dello suo spirito libero, dei suoi racconti di viaggi e di città, Antonia compie l'imprudenza di incontrarlo di notte, al tramonto, sotto una vecchia quercia, che le leggende del villaggio vorrebbero luogo di spiriti maligni, dimora del Diavolo. Un giovane prete fanatico la denuncia al Sant'Uffizio, accusandola di stregoneria. Il caso vuole che sia in atto una lotta di potere tra il Tribunale dell'inquisizione e la Curia vescovile, e la povera Antonia è la vittima inconsapevole di questo scontro politico. Un caldo torrido, una lunga siccità e la paura di epidemie spingono a cercare un capro espiatorio: e chi meglio di una misera contadinella, troppo imprudente e vivace ? "Le fiamme crepitarono alte, la notte diventò chiara come il giorno, le lingue di fuoco si unirono in un'unica vampata. (...) Si videro i capelli della strega che svanivano nel nulla e la sua bocca che s'apriva in un grido senza suono. (...) Antonia non fu più. Esplose il giubilo della folla. (...) Allora, finalmente, incominciò la festa".

Nella premessa, intitolata "il nulla", Vassalli ci offre una interpretazione metafisica: "per cercare le chiavi del presente, e per capirlo, bisogna uscire dal rumore: andare in fondo alla notte, o in fondo al nulla". Se ci si allontana dal fragore e dalla passione del nostro tempo ci si accorge come la storia, e la nostra esistenza, non siano altro che un fluire senza scopo e senza senso, appunto il nulla. Perché Antonia è stata mandata al rogo ? Perché non le è stata concessa di vivere ? Per evitare che il tempo si chiuda su di noi, che il nulla ci riprenda, forse solo un Dio potrebbe intervenire, ma "è lui l'eco di tutto il nostro vano gridare. (...) Colui che conosce il prima e il dopo e le ragioni del tutto e però purtroppo non può dircele per quest'unico motivo, così futile !: che non esiste."

Con tutto il rispetto per l'autore dobbiamo dire come il fascino del romanzo non risieda nella sua filosofia della storia; ciò che avvince sono i personaggi e l'ambiente. Certo sono tutti scomparsi, ma a noi lettori ci appaiono ancora così profondamente vivi, nei loro sentimenti, nelle piccole e grandi motivazioni che li agitano e li spingono ad amare, a credere, a sopravvivere, anche soffrendo. E che dire di Antonia, figura del Seicento ma così moderna nelle sue ingenue aspirazioni e meraviglie ? Eccola che arriva a Zardino, ancora bambina. "L'esposta, rannicchiata tra due sacchi, la guardava (la campagna novarese) scorrere nei suoi occhi spalancati; e chissà mai le passava per la testa vedendo per la prima volta le montagne riflesse e frantumate negli specchi delle risaie, e le lunghe file dei salici con i rami tagliati, e tutto il resto. (...) Forse, anzi probabilmente, non pensava a niente; lasciandosi cullare dal dondolio del carro e lasciandosi distrarre dalle novità e dalla varietà delle immagini (...) un airone ritto in mezzo a una risaia, un volo d'anatre..." Altro che metafisica questo è vero amore per la propria protagonista !

Vassalli è un grande scrittore anche sotto il profilo stilistico. La sintassi è ricca ed articolata, con un uso sapiente della punteggiatura. Le descrizioni dettagliate del paesaggio, la rappresentazione dei personaggi, ricchi di sfumature, pure in quelli maggiormente odiosi, come il boia o il grande inquisitore, l'abile ricorso agli aggettivi sono tutti elementi che rendono fluido ed attrattivo il racconto. L'unico limite, forse, è l'eccessivo ricorso a citazioni di documenti storici, quasi a voler dare affidabilità alla narrazione.

Perché leggerlo ? Bello, piacevole, interessante e profondo.



Apprezzamento Alto
Da non rileggere
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rikipedia.it Wed, 09 Mar 2016 00:00:00 +0100
<![CDATA[Frankenstein a Baghdad]]> http://www.rikipedia.it/recensioni/FrankensteinaBaghdad Frankenstein a Baghdad

Saadawi Ahmed



Anno: 2013
Pagine: 347
Editore: Edizioni e/o

Letto in italiano
Finito di leggere il 21.02.2016

Un vecchio rigattiere, ubriacone e ciarlatano, compone un cadavere con pezzi di corpi dilaniati dalle bombe, così frequenti a Baghdad durante l'occupazione americana, negli anni 2005 e 2006. Una vecchina vive in contemplazione di un quadro di San Giorgio, che le ha promesso, secondo lei, il ritorno del figlio, scomparso da venticinque anni nella guerra tra l'Iraq e l'Iran. Hasib, un giovane addetto alla sicurezza di un albergo viene ucciso dall'esplosione provocata da un kamikaze di nazionalità sudanese. Non è possibile ricomporre il corpo e i familiari dovranno piangere una bara vuota, come avviene spesso a Baghdad, oggi. Ma l'anima del giovane si impossessa del cadavere ricostruito dal rigattiere e gli dà nuova vita. E' merito di San Giorgio, che in tal modo cerca di mantenere l'impegno preso con la vecchina, ingannandola a fin di bene ? O "ciascun membro della famiglia sognò qualcosa riguardo Hasib, e quei sogni, assemblati e intrecciati insieme, si contemplavano a vicenda, (...) dando vita al corpo onirico di Hasib. (...) E alcuni di loro esagerarono con i sogni, spingendo con le proprie mani l'aggrovigliata e compatta matassa onirica fino a molto lontano, più lontano di quanto potessero immaginare i familiari, gli amici, i parenti e i vicini di casa insieme, in un luogo che non sarebbe mai venuto loro in mente" ? Superstizione, immaginazione, menzogne non sono altro che facce della storia, alle quali si finisce di credere, "dimenticando che erano solo bugie divenute vere in un qualche momento del passato". Quel che sia, un nuovo essere, denominato "Comesichiama" prende vita, agisce in un quartiere di Baghdad; e noi lo seguiamo nella sua vicenda: dapprima un vendicatore, che vuole "impartire punizioni esemplari, (...) per gli innocenti che non hanno alcun sostegno, a parte la propria anima che cerca di difendersi dalla morte"; alla fine un assassino, che uccide per poter rimanere in vita, rimpiazzando i pezzi in decomposizione (una mano, un occhio, le dita dei piedi ...) con altre parti, ancora fresche. "Quella era la sua unica giustificazione, Non voleva decomporsi ed estinguersi. (...) Per questo si aggrappava alla vita, forse più degli altri, di quelli che gli concedevano le loro, di vita, e pezzi dei loro corpi, così, per paura". Comesichiama ha tanto da raccontare, ha i ricordi di tutti coloro che gli hanno dato pezzi di corpi, ma l'unica persona che lo ascolta è la vecchina che crede che lui sia il fantasma del figlio scomparso. Ma anche lei non riesce a comprenderlo, è stanca, è ora di andare a dormire. "Perché non ti riposi, figlio mio ? Vuoi che ti sistemi un materassino in cortile ? gli disse per porre fine al suo monologo lungo e ramificato. Lui sentì che avrebbe voluto davvero (...) distendersi sul sottile materasso di cotone a guardare il quadrato del cielo e contare le stelle fino ad addormentarsi. Ma quella vita non gli era concessa".

Così sintetizzato, il romanzo può sembrare una via di mezzo tra una storia macabra e un racconto metafisico, una rappresentazione dell'odierna condizione esistenziale, in Iraq come altrove: l'unico modo per ricomporre la propria frammentaria esistenza, individuale e collettiva, è depredare parti di altre, in un circolo vizioso che non ha fine, perché può sostenersi solo con un saccheggio continuo. Per fortuna, intorno al filone principale si sviluppano altre vicende, che non si capisce se siano di semplice contorno o se rappresentino invece il vero oggetto del libro: la vita di quartiere e i suoi abitanti; le traversie di un giovane e brillante giornalista, stritolato dagli ingranaggi del potere, delle donne e del facile guadagno; un oscuro dipartimento dei servizi segreti, che si affida ad astrologi e negromanti per fare previsioni riguardi agli attentati che insanguinano la città e scoprirne gli autori; ed infine lo scrittore stesso, casuale narratore della paura ormai diffusa, di "un'immagine che mutava e si moltiplicava in base al numero delle teste poggiate sui cuscini, nella notte, preoccupate e all'erta". Molti personaggi e tante situazioni si alternano e si sovrappongono, tutte narrate con tratti ironici e paradossali, rendendo di fatto l'intero romanzo una grande metafora del potere e di come "ci sono leggi che operano solo in circostanze precise, e quando accade qualcosa che obbedisce a queste leggi l'uomo si stupisce e sostiene che si tratti di una cosa assurda, una superstizione o, nel migliore dei casi, un miracolo".

Delicato, elegante, leggero ma non superficiale, intriso di nostalgia e di affetto per Baghdad, il romanzo è quasi perfetto; gli manca solo il ritmo narrativo. Il racconto si sviluppa lentamente, frammentandosi in troppi episodi e personaggi, confondendo il lettore, privandolo delle sorprese e nel contempo degli approfondimenti psicologici, che avrebbero dato spessore ai protagonisti.

Perché leggerlo ? E' una lettura piacevole pur affrontando una realtà terribile.



Apprezzamento Medio-Alto
Da non rileggere
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rikipedia.it Sun, 21 Feb 2016 00:00:00 +0100
<![CDATA[Dear Life (Uscirne vivi)]]> http://www.rikipedia.it/recensioni/DearLifeUscirnevivi Dear Life (Uscirne vivi)

Munro Alice



Anno: 2012
Editore: Chatto & Windus

Letto in inglese
Finito di leggere il 07.02.2016

Il libro raccoglie quindici racconti, dei quali gli ultimi quatto "formano una parte separata, autobiografica nei sentimenti, talvolta anche nella realtà". Per dare un senso complessivo a storie, che altrimenti potrebbero essere viste come episodi di una condizione femminile senza evoluzione e senza sbocchi ("troppo tardi per fare qualcos' altro. Quando potrebbe essere peggio, molto peggio"), bisogna forse partire dall'ultimo racconto, "Dear Life", che dà peraltro il titolo all'intera raccolta. "Vivevo quando ero giovane alla fine di una lunga strada, o una strada che a me sembrava lunga. Dietro di me, come io tornavo dalla scuola primaria, (...) c'era la reale città con le sue attività e i suoi marciapiedi e i suoi lampioni per quando veniva buio. (...) A marcare la fine della città c'erano due ponti ..... la strada si divideva, una parte di essa andando a sud verso una collina (...) per diventare una vera autostrada, e l'altra correva intorno ai vecchi campi abbandonati per volgere verso ovest. Questa strada ad ovest era la mia strada". Nel leggere questa efficace descrizione di un'infanzia tra città e campagna, in quel nulla urbano e sociale che contraddistingue ormai i nostri spazi, la mente non può che andare ad una poesia di Pasolini: "povero come un gatto del Colosseo, vivevo in una borgata tutta calce e polverone, lontano dalla città e dalla campagna...quel borgo nudo al vento, non romano, non meridionale, non operaio, era la vita nella sua luce più attuale.... osso dell'esistenza quotidiana, pura, per essere fin troppo prossima, assoluta per essere fin troppo miseramente umana" (Pier Paolo Pasolini Il pianto della scavatrice). Munro disegna un ritratto chiaro e vivido di come strana, pericolosa e importante possa essere la nostra vita, a noi così cara; tutto ciò, però, non in astratto né in una prevalente dimensione di genere (la sensibilità femminile contrapposta all'indifferenza maschile), ma nello specifico contesto sociale e quasi antropologico, nel quale noi tutti viviamo. Prendiamo ad esempio alcuni racconti. In "Amudsen" la protagonista arriva in un piccolo centro ad insegnare in un sanatorio per bambini ed adolescenti, malati di tubercolosi. "Il mondo oltre il lago e la foresta era svanito", si vive isolati dalla realtà esterna; prevalgono le piccole cose: il freddo delle case, la stretta strada che corre attraverso il bosco e vicino alla segheria, il bar frequentato da boscaioli in attesa di essere richiamati alle armi. La relazione tra la protagonista e il direttore del sanatorio è scontata e prosaica, si sviluppa senza clamore ed entusiasmo, in ambienti piatti, modesti, squallidamente piccoli borghesi, si conclude in modo ovvio, senza un vero perché. Ma sono proprio la banalità della vicenda e il contesto angusto della piccola città a far dire alla protagonista: "niente cambia realmente quando si tratta di amore". In "Corrie", nel tran tran di un matrimonio apparentemente solido irrompe una vecchia fiamma del marito. La protagonista reagisce con la fuga, prende la macchina e si rifugia nell'anonimato della grande città, in uno squallido motel, a mangiare e bere in un ristorante, dove si chiede se "qualche uomo, qualche vecchio, avrebbe pensato di abbordarla". Ritorna a casa per sentirsi dire dal marito: "non è tanto la persona. E' come una sorta di atmosfera.
E' un profumo", un desiderio di trasgressione. "Quale mix di rabbia e ammirazione potevo sentire, dinanzi alla sua volontà di farlo. Ebbe fine tutta la nostra vita insieme". Anche qui non si capirebbe tutta la vicenda se la storia non partisse da "una non vita, ma sopravvivenza (...) nel cui arcano orgasmo non ci sia altra passione che per l'operare quotidiano" (Pasolini Ceneri di Gramsci). Nel racconto "In vista del lago" una donna malata di Alzheimer va alla ricerca di uno specialista. Le è stato indicato un indirizzo in un piccolo centro; la donna, incerta, fragile, vaga per il paese, perdendosi e chiedendo a passanti a loro volta insicuri di dove possa essere lo studio medico. Arriva in una clinica, deserta e isolata: cerca di uscire, di scappare, ma la porta è diventata pesantissima. "Apre la bocca per chiamare aiuto ma sembra che nessun grido potrà esserci". D' improvviso è salva. E' la storia di una donna che sente di perdere la memoria, ma perché lo svanire della coscienza avviene in uno squallido paesaggio urbano, e non tra grattacieli scintillanti e pieni di vita o in un dolce e meraviglioso prato pieno di fiori ?

Scrittrice raffinata e elegante, Munro si perde purtroppo in storie esili e inconcludenti. I personaggi sono apparentemente descritti ma è pura tecnica letteraria, non c'è un reale approfondimento: tutto resta sospeso. Prevale un'impressione generale di stanchezza, di storie già scritte, riscritte con uno stile magistrale, ma senza passione, Solo negli ultimi racconti riemerge la forza narrativa, ma è troppo tardi.

Perché non leggerlo ? E' esile, inconcludente e noioso.



Apprezzamento Basso
Da non rileggere
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rikipedia.it Sun, 07 Feb 2016 00:00:00 +0100
<![CDATA[Enrico di Ofterdingen]]> http://www.rikipedia.it/recensioni/EnricodiOfterdingen Enrico di Ofterdingen

Novalis



Anno: 1802
Pagine: 172
Editore: Mondadori

Letto in italiano
Finito di leggere il 14.01.2016

"Quando numeri e figure non saranno più la chiave d'ogni creatura, quando quelli, che cantano o baciano, ne sapranno più dei dotti, quando il mondo tornerà alla vita libera, e tornerà nel mondo, quando poi luce e ombra s'uniranno di nuovo in autentico chiarore, e si conosceranno, in favole e poesie, le eterne storie del mondo, allora davanti a una sola parola segreta, sparirà l'esistenza assurda". Questi versi esprimono "nel modo più dolce lo spirito che anima" il libro di Novalis: un percorso spirituale, prima ancora che fisico, conduce un giovane a comprendere come solo la poesia sappia portare a sintesi le dicotomie che travagliano il mondo (bene e male, luce e ombra, pace e guerra, uomo e natura); a quel punto "irromperà la libertà", ma con essa avrà fine un'esistenza, che ha senso solo se è alla continua ricerca di un equilibrio con sé stessa e con il mondo. Contemporaneo di Goethe e di Kant, al culmine dell'illuminismo, Novalis è un animo irrequieto, che non si appaga delle vecchie e delle nuove verità. Per esprimere questo bisogno di qualcos'altro, l'autore immagina che nella Germania medioevale il giovane Enrico intraprenda un viaggio, dalla casa paterna a quella dei genitori della madre, dalla Tubingia fredda, industriosa e banale, alla Svevia, calda, piena di lusinghe e di passioni. In un sogno propiziatore Enrico si ritrova immerso in una natura magica, nella quale "nuove immagini, mai viste prima, (...) sembravano un dissolversi di affascinanti fanciulle. (...) Lo assalì un dolce torpore, (...) Ciò che però lo attrasse fu un fiore alto d'un azzurro luminoso, (...) questo iniziò a muoversi e a trasformarsi; le foglie si fecero più scintillanti, (...) il fiore si chinò verso di lui e i petali mostrarono un'ampia corolla azzurra in cui fluttuava un tenero viso". Che cosa rappresenta il fiore azzurro, irraggiungibile e tuttavia avvolgente ? Un'aspettativa, che si potrà specificare solo attraverso le diverse tappe del viaggio ed i suoi personaggi: i mercanti, che lo accompagnano prendendolo a tutela e raccontandogli storie fantastiche; i crociati con la loro esaltazione della guerra; la giovane schiava orientale e le ingiustizie subite; il minatore, che gli fa capire la complessità e la grandezza della natura; ed infine l'eremita, la cui saggezza dimostra come solo nella solitudine sia possibile conseguire la pace interiore. In ciascuno di questi episodi e personaggi c'è ancora una bivalenza di opposti sentimenti e contrastanti situazioni: lo spirito non si è ancora ricomposto in unità. Ciò avviene all'arrivo in Svevia, dove non solo Enrico incontra l'amore, la giovane Matilde, ma soprattutto ascolta una lunga fiaba. Ricca di spunti mitici e simbolici, di disgressioni oniriche e speculative, la fiaba parte dalla distruzione dell'armonia celeste ad opera dello scrivano del re, una sordida personificazione dell'intelletto. Lo scrivano ha conquistato il dominio del mondo, liberandosi di Sofia (la saggezza) e di Eros (l'amore). Spetterà a Favola, personificazione della poesia, riportare pace e ordine nel mondo, congiungendo Eros e Sofia, amore e saggezza. "Non tarderà a lungo il bello straniero. Il calore s'avvicina, l'eternità inizia. (...) La fredda notte lascerà questi luoghi solo quando Favola otterrà l'antico diritto. (...) Fondato è il regno dell'eternità, nell'amore e nella pace termina la lotta, trascorso è il lungo sogno di dolore. Sofia è, in eterno, sacerdotessa dei cuori".

L'opera non è poesia né prosa, ma si colloca al confine tra i due generi letterari; è un opera giovanile e incompiuta, in quanto Novalis è morto nel 1801 a solo trent' anni. Ha avuto una grande influenza nella letteratura tedesca, perché premonitrice del romanticismo, con il suo stile intenso ed evocativo e per la sua concezione quasi panteista della natura. Al di là di queste considerazioni, cosa resta di questa opera così particolare ? Proprio il messaggio di fondo, ossia l'idea che senza un sentimento forte non sia possibile dare armonia al Mondo. Per esempio, cosa manca oggi all'Unione Europea, una costruzione istituzionale complessa e pure di successo, visto che ha garantito la pace all'Europa ? Proprio la mancanza di una visione, di grandi aspirazioni, insomma della poesia. La solidarietà e la saggezza non sono sufficienti a rompere gli steccati nazionalistici se non sono sostenuti da una grande spinta ideale.

Ricca di disgressioni poetiche l'opera di Novalis si perde spesso in dialoghi e narrazioni a forte connotato filosofico; tutto ciò fa perdere ritmo all'intero racconto, il quale si riduce spesso a riflessioni sul mondo e sulla vita. Tanta è la voglia di dire e così forte il ricorso al mito, ai simboli, persino all'esoterico, che la lunga fiaba, perno centrale del libro, risulta di difficile comprensione in tutti i suoi risvolti narrativi ed espressivi.

Perché leggerlo ? E' breve, affascinante e dà molti spunti di meditazione.



Apprezzamento Medio-Basso
Da non rileggere
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rikipedia.it Thu, 14 Jan 2016 00:00:00 +0100
<![CDATA[The Tent (Microfiction)]]> http://www.rikipedia.it/recensioni/TheTentMicrofiction The Tent (Microfiction)

Atwood Margaret



Anno: 2006
Editore: Anchor Books

Letto in italiano
Finito di leggere il 06.01.2016

Il libro è una raccolta di storie minime: da qui proviene il titolo Microfiction dell'edizione italiana, il quale non dà tuttavia il senso complessivo dei racconti. Sin dall'inizio la scrittrice dichiara che "sta lavorando alla storia della sua vita, (ma chi) volesse una linea narrativa avrebbe dovuto chiederlo prima. (...) Prima che scoprissi le virtù delle forbici, le virtù del mettere insieme". Le storie minime sono frammenti di vita, sono l'espressione di una realtà che non può più essere ricomposta. Nel racconto "Versione di Orazio" Atwood prende le mosse dal dramma di Amleto per giungere ad una riflessione su se stessa come narratrice delle vicende umane. "Così andai indietro alle storie di singoli fatti. (...) La rivoluzione francese, il Terrore, il commercio degli schiavi, (...) Vietnam, il Medio Oriente, Cambogia, tu li nomini. Io ero là. Talvolta ero un venditore di mercanzie, talvolta una staffetta, talvolta uno spettatore, talvolta chi elargiva aiuti. (...) Ho parlato alle vittime della fame, agli orfani di guerra, a chi è sopravvissuto a massacri e stupri, a coloro che li hanno commessi, ogni sorta di gente, con le mani pulite e sporche. (...) Penso che sono pronta a parlare. Dire come le cose sono, adesso, in questo mondo. Finalmente, sono pronta ad iniziare". Ma cosa posso veramente dire ? " Così dovresti ascoltare di fatti corporei, sanguinosi, e innaturali; di giudizi casuali, massacri senza senso; di morti perpetrate con la forza e l'inganno; e, in sostanza, fini sbagliati, ideati dalle menti dei creatori. Tutto questo posso io veramente dare". Ma tutto ciò che avviene di terribile nel mondo non è altro che "uno specchio magico" della mente umana. "Guarda nel magico specchio, dolce lettore. Guarda nel profondo ed eterno desiderio del bene. Chiedi a te stesso." Ma Atwood, come l'intera umanità, è persa in una "impenetrabile foresta" , nella quale si può trovare rifugio solo in una tenda, metafora dello scrivere. "Perché tu immagini questo tuo scrivere, questa grafomania in una fragile cava, questo scribacchiare di qua e di là, su e giù tra le pareti di ciò che sta cominciando a sembrare una prigione, non in grado di proteggere nessuno ? E' un illusione, la convinzione che il tuo scarabocchiare sia una sorta di corazza, quasi seducente, perché nessuno conosce meglio di te quanto sia fragile il tuo rifugio".

Le storie minime non sono frammenti isolati, chicche stilistiche di una grande scrittrice, ma rappresentano una riflessione sul destino del genere umano e sulla funzione dell'intellettuale, dello scrittore. Possiamo ancora rappresentare la nostra epoca mediante una grande narrazione ? O, come i conflitti, le distruzioni, le morti si susseguono e si sovrappongono senza una ragione, senza poter essere nemmeno spiegate, così lo scrittore non può che rifugiarsi in una tenda, dove esprimere sprazzi di dolore e di razionalità. Non è neanche più possibile raccontare, si può solo evocare.

Come succede spesso, i pregi sono anche i limiti. Atwood fa poesia con la sintassi e lo stile della prosa. Il confine tra i due generi letterari è labile, le suggestioni prevalgono sul discorso. Senza una struttura narrativa, che dia sintesi e ritmo, ogni racconto scivola nel paradosso, nelle parole ripetute, spesso senza che ne si comprenda il senso. Se si escludono alcuni sprazzi, come i bellissimi "Foresta Impenetrabile e "La Tenda", il tutto risulta prolisso e pesante.

Perché non leggerlo ? E' noioso e intellettualistico.



Apprezzamento Basso
Da non rileggere
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rikipedia.it Wed, 06 Jan 2016 00:00:00 +0100
<![CDATA[Emma]]> http://www.rikipedia.it/recensioni/Emma Emma

Austen Jane



Anno: 1815
Editore: Anthem Classics Edition

Letto in italiano
Finito di leggere il 22.12.2015

Emma è una giovane donna, determinata, indipendente, ma incline "a pensare un po' troppo bene di sé stessa". Vive in una cittadina della campagna inglese insieme con il padre: un vedovo fragile, timoroso delle novità e soprattutto di essere abbandonato dall'adorata figlia. D'altra parte perché sposarsi ? "Se dovessi innamorarmi, in verità, sarebbe una cosa differente ! Ma non mi sono mai innamorata; non è nel mio modo di essere o nella mia natura; e non penso che dovrei. E, senza amore, sono convinta che sarei una folle a cambiare una situazione come la mia; (...) e mai, mai potrei aspettarmi di essere così veramente amata e importante; così sempre prima e unica negli occhi di qualsiasi uomo come lo sono in quelli di mio padre". Non sono solo l'orgoglio e il voler essere padrona di sé stessa, è anche il suo ideale di marito: alta integrità, aderenza alla verità e ai principi, disprezzo dell'inganno e delle piccolezze. Si manterrà fedele a questi criteri, con tanta sicurezza affermati e vissuti ? In parte. La storia inizia con la decisione della governante, Mrs. Weston, di sposarsi e di lasciare la casa dove per tanto tempo è stata al servizio. Se il padre è sconvolto, per Emma significa perdere l'unica persona con la quale ha potuto confidarsi, l'unica che riusciva in qualche modo a frenare il carattere della ragazza, sensibile, riflessivo ma anche caparbio e deciso ad imporsi agli altri. Ci sarebbe anche il cognato, Mr. Knightely, la conosce fin da bambina, ma con lui è un continuo battibecco, un perenne confrontarsi da differenti punti di vista. Emma incontra Harriet Smith, con la quale stringe una intensa amicizia. Ma se "Mrs. Weston era oggetto di rispetto , che aveva le basi nella gratitudine e nella stima, Harriet sarebbe stata amata come una alla quale lei poteva essere utile. Per Mrs. Weston non c'era niente da farsi; per Harriet ogni cosa". Harriet è priva di dote e proviene da un basso ceto sociale, ma non per questo si deve degradare a sposare qualsiasi pretendente ! Con una bella dose di presunzione e di imprudenza Emma convince la docile Harriet a non sposare Martin (un modesto fittavolo !) e ad ambire alla mano di Mr. Elton, il vicario della piccola città. Quando Mr. Elton, rifiutato dalla stessa Emma (ma allora perché è il giusto marito per l'amica?) si sposa con una ragazza vacua e superficiale, ma con un bel patrimonio, Emma consola Harriet, facendole presente che Elton non era poi un uomo così affidabile. Compaiono due nuovi personaggi: Jane, una bella ma sofferente ragazza, la quale viene a vivere con la zia ed ha come unica prospettiva quella di andare a fare la governante presso famiglie benestanti; Frank, figlio del marito di Mrs. Weston, e che vive presso una zia, ricca e autoritaria. Emma cerca di stringere amicizia con Jane (un'altra ragazza da gestire ?), ma viene in qualche modo respinta e tenuta distante. Nei pochi giorni che sta presso il padre, Frank riesce a fare la corte ad Emma e poi ad Harriet. Se Emma, dapprima compiaciuta ed intrigata dal giovane intuisce che c'è qualcosa di falso nel comportamento di Frank, sembra la volta buona per Harriet, almeno così pensa Emma, la quale convince in tal senso l'amica. Inutilmente Mr. Knightley la mette in guardia, facendole presente il debole carattere di Frank, ma ancora una volta Emma testardamente non si attiene al ben più saggio giudizio dell'amico. Proprio durante uno di questi colloqui, spesso puntigliosi e contrastati, avviene un fatto premonitore. "Con un piccolo movimento, ben diverso dalla comune amicizia, (...) Mr. Knightley le prese la mano, se non era stata lei stessa a fare il primo gesto non l'avrebbe potuto dire, ella poteva, forse, averla piuttosto offerta". Muore la zia di Frank ed allora il giovane, libero da costrizioni, confessa che era segretamente fidanzato con Jane e che il suo presunto corteggiamento per Emma e per Harriet era stata solo un modo per distogliere l'attenzione dal vero oggetto del suo affetto. Ecco il motivo del malessere di Jane, la falsa situazione nella quale si trovava. Emma è dispiaciuta per Harriet e si rende conto di aver sbagliato ancora una volta nelle sue valutazioni, ma è profondamente offesa per il comportamento nei confronti di Jane, si è dovuta prestare all'inganno per la mancanza di coraggio e di dignità di Frank. D'altra parte "si potrebbe ben dire che il mondo non è della donna, le sue regole non sono le sue". Per Emma c'è una sorpresa. Quando va ad informare Harriet della vicenda, scopre che l'amica è innamorata di Mr. Knightley ed è convinta di essere ricambiata. Emma dovrebbe essere felice, perché allora sente un senso di dispetto, di sottile gelosia, di perdita dell'oggetto amato ? "Quale cecità, quale pazzia l'aveva condotta ! Ciò la colpì con una forza di travolgente sofferenza ! " Emma scopre di amare e di aver sempre amato l'amico, e quindi qual' è la gioia quando Mr. Knightley, dapprima timidamente e poi sempre più sicuro, le confessa che l'ama anche lui e che la vuole sposare. Ma Harriet è di nuovo ingannata ? Nessun problema, Emma con un sotterfugio la manda a Londra dalla sorella, per togliersela di torno, e poi, quando infine la deve affrontare, apprende che Harriet l'ha sempre ingannata, ha sempre amato Martin, che ha continuato a vedere, nonostante Emma. Tutto finisce bene, ma cosa resta dell'indipendente ed orgogliosa Emma ? Andrà ad abitare con il padre e con Mr. Knightley, chiudendosi nella dimensione familiare, tipica della donna. Ed anche le amicizie femminili, quella per Harriet in particolare, si muteranno in semplici superficiali conoscenze, è difficile portarle avanti quando si ama un uomo.

E' un romanzo molto articolato, anche troppo lungo e complesso, nella trama così come nella scrittura. Il fulcro è sempre l'indipendenza della donna, con alcuni elementi distintivi rispetto ad altri romanzi dell'autrice. Se negli altri libri il contesto, la cittadina, la piccola borghesia del primo ottocento, la campagna inglese, sono di sottofondo, qui sono al centro della narrazione. Basti pensare al secondo volume: le conversazioni superficiali, gli incontri salottieri e le scampagnate forniscono l'immagine di una società vacua, bigotta, molto attenta alle apparenze e ai patrimoni. Sembra di leggere i "Guermantes" di Marcel Proust e, come in questo volume della Ricerca, i dialoghi senza fine sono altrettanto noiosi, prolissi e inconcludenti. Un altro aspetto che accumuna il romanzo all'opera di Proust è il tema della discrepanza tra ciò che si immagina e la realtà. "Me stesso creai ciò che vidi", cita ad un certo punto Mr. Knightley; ed infatti Emma immagina situazioni che si rivelano ben diverse da quelle costruite dalla sua fantasia. Rivolgendosi ad Harriet, esclama Emma "o Dio ! come non l'ho mai vista !".

La storia si sviluppa lentamente, senza ritmo narrativo, senza azioni. Predominano i dialoghi, spesso ripetitivi. Solo a tratti sono approfonditi i personaggi, i quali ruotano tutti intorno ad Emma, senza però completarla e spiegarla. La sintassi è estremamente difficile e tortuosa, quasi che l'autrice abbia voluto mostrare la sua abilità nella scrittura e nel possesso dell'inglese "colto".

Perché leggerlo ? Vale la pena leggerlo se si vuole avere una visione completa degli splendidi personaggi di Austen; in caso contrario è meglio non prenderlo in mano perché è lungo, difficile e prolisso.



Apprezzamento Medio
Da non rileggere
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rikipedia.it Tue, 22 Dec 2015 00:00:00 +0100
<![CDATA[The Twelve Tribes of Hattie]]> http://www.rikipedia.it/recensioni/TheTwelveTribesofHattie The Twelve Tribes of Hattie

Mathis Ayana



Anno: 2013
Editore: Hutchinson

Letto in inglese
Finito di leggere il 12.11.2015

"Il destino aveva portato Hattie fuori dalla Georgia a mettere al mondo undici figli e a farli vivere al Nord, ma lei stessa era soltanto una bambina, profondamente inadeguata al compito che le era stato dato". E' una donna di colore, ha lasciato una terra di segregazione per ritrovarsi in una periferia degradata, povera, sola, emarginata, ma è determinata a non tornare al Sud e a far crescere i figli nonostante tutto, oltre le sue forze, oltre la sua stessa capacità di amare. Il racconto inizia nel 1928, quando Hattie, sedicenne, ha appena dato alla luce due gemelli. Il freddo, la denutrizione, la mancanza di cure mediche e di farmaci portano i bambini alla morte. "Oh, la loro pelle così soffice ! Ella sentì la loro morte come una mutilazione nel suo corpo": una ferita che la rende come "un lago di ghiaccio, sottile e liscio, sotto il quale non si poteva vedere e conoscere niente" o "un lungo pomeriggio di gennaio, gli alberi sono sempre spogli e non c'è un fiore". Se Hattie fosse stata capace di amare di più, preoccupandosi meno di far sopravvivere i figli, la loro vita sarebbe stata migliore ? Il romanzo ruota intorno a questa questione e l'autrice lo fa con grande abilità raccontando momenti della vita degli undici figli, in un arco di tempo di cinquant'anni, sino al 1980. Dopo il drammatico episodio della morte dei gemelli, la narrazione continua: Loyld, il maggiore dei figli, scopre la sua omosessualità, Six, un altro maschio, rimasto gravemente ustionato da ragazzo, trova il suo destino come reverendo in una chiesa protestante, ma si rivela un uomo falso e ipocrita. Si ritorna, poi, alla figura di Hattie, per parlarci dell'unica figlia nata fuori dal matrimonio, frutto di una breve e infelice storia d'amore, e di Ella, che Hattie decide di dare ad una sorella per offrirle una futuro migliore di quello dei fratelli. Nei capitoli successivi è il vuoto esistenziale di Alice al centro del racconto: ha fatto un buon matrimonio e vive in una ricca casa, ma è condannata ad una fragile sopravvivenza a causa della separazione da Billups, il fratello al quale è profondamente legata. Franklin, un altro figlio, è stato abbandonato dalla moglie e cerca in qualche modo la morte in Vietnam. Con gli ultimi episodi cresce la tensione narrativa. Un'altra figlia, Bell, non ha più rapporti con Hattie da quando quest'ultima ha scoperto che è andata a letto con un suo vecchio amante; ma Bell l'ha fatto perché da bambina ha visto la madre insieme con quell'uomo ed era così "bella e felice che un pomeriggio pieno di luce era pallido a confronto"(...) mentre Hattie era stata sempre seria ed arrabbiata con Bell". Solo nel letto di ospedale, dove Bell è ricoverata per tubercolosi, madre e figlia si ritrovano, ma anche in questa circostanza, "Hattie aveva la stessa espressione seria, nella quale Bell vide la tenerezza, la tenerezza di Hattie, che era sempre dura". Infine assistiamo alla pazzia dell'ultima figlia, Cassie. Hattie e il marito, ormai anziani e deboli, sono costretti a farla rinchiudere in un ospedale psichiatrico. Nel momento di portarla via, Hattie vede nello specchietto retrovisore la nipote, la figlia di Cassie, correre dietro l'auto, chiamando e cercando di fermarli. "Sapeva che Cassie non avrebbe voluto essere vista da sua figlia nei suoi peggiori momenti. Questa era la gentilezza di Hattie. Con dolore separò la figlia dalla nipote."

Le vite dei figli di Hattie sono tutte in frantumi e lo sono andate perché non hanno ricevuto quell'amore materno del quale avevano disperato bisogno. D'altra parte è limitata la quantità di amore che un genitore può dare; nel caso di Hattie troppo misera era la sua condizione sociale per darle ancora energie da dedicare ai figli, al di là di quelle impegnate a farli sopravvivere e ad evitare che morissero come i gemelli. La troppa sofferenza può essere affrontata solo rendendosi duri e forti ! Il romanzo ha un forte connotato sociale, ma assume una valenza universale, al di là della specifica situazione della gente afroamericana. L'autrice parla delle relazioni tra genitori e figli, della difficoltà dei primi di capire come il benessere materiale non sia sufficiente, ma come ci sia qualcosa di più che si debba dare: l'attenzione e l'affetto. Il limite della tribù di Hattie, e dei figli in generale, è di non sapere apprezzare la dedizione dei genitori, la tenerezza e l'amore che spesso questi non sanno o non possono esprimere.

Il libro è scritto molto bene, ha un intenso ritmo narrativo e i personaggi sono tratteggiati molto bene. Nella sua fatale infelicità Hattie è una figura da tragedia greca, una Medea afroamericana, dura e protettiva, difficile da dimenticare. L'autrice si dichiara debitrice a Tony Morrison, ma lo stile di Mathis è più semplice di quello della grande scrittrice afroamericana, così come i personaggi sono maggiormente ancorati alla loro specifica condizione sociale. Si riscontrano nel romanzo un chiaro realismo narrativo, un vocabolario ricco ma non gergale ed una sintassi classica, quasi scolastica.

Perché leggerlo ? Drammatico, coinvolge profondamente. .



Apprezzamento Medio-Alto
Da non rileggere
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rikipedia.it Thu, 12 Nov 2015 00:00:00 +0100
<![CDATA[La casa in collina]]> http://www.rikipedia.it/recensioni/Lacasaincollina La casa in collina

Pavese Cesare



Anno: 1948
Pagine: 125
Editore: Einaudi

Letto in italiano
Finito di leggere il 26.10.2015

La Resistenza è narrata il più delle volte dal punto di vista di chi ha partecipato alla lotta partigiana. Il lungo racconto di Pavese parla di chi è rimasto in attesa, anche se coinvolto. "In sostanza chiedevo un letargo, un anestetico, una certezza di essere ben nascosto. Non chiedevo la pace del mondo, chiedevo la mia". Così ragiona Corrado, protagonista ed io narrante, mentre il mondo circostante viene travolto dalla guerra. Si è rifugiato in collina, la quale "per me non era un luogo tra gli altri, ma un aspetto delle cose, un modo di vivere. (...) Non avevo tristezze, sapevo che nella notte la città poteva andare tutta in fiamme e la gente morire. I burroni, le ville e i sentieri si sarebbero svegliati al mattino calmi e uguali". Durante il giorno va spesso in città, in un'osteria: qui si suona, si balla e si sparla del fascismo. "Ogni volta giuravo di tacere e ascoltare, di scuotere il capo e ascoltare. Ma quel cauto equilibrio d'ansie, di attese e di futili speranze in cui adesso trascorrevo i giorni, era fatto per me, mi piaceva: avrei voluto che durasse eterno. L'impazienza degli altri poteva distruggerlo. Da tempo ero avvezzo a non muovermi, a lasciare che il mondo impazzisse". A scuoterlo non sono sufficienti la caduta di Mussolini e l'8 settembre, né aver ritrovato una donna della sua giovinezza, dalla quale, forse, ha avuto un figlio, oggi dodicenne. "Adesso avevo quarant'anni e c'era Cate, c'era Dino. (...) Non ero futile e villano anche stavolta, che le giravo intorno tra smarrito e umiliato ?" Il fragile ed illusorio equilibrio viene distrutto dall'arresto di Cate. Corrado si salva per caso e si rifugia in un convento, dove lo raggiunge Dino. "Che altro fare sotto il portico vuoto se non riassaporare mattino e sera l'antico spavento ?" Il convento non è più sicuro e quindi decide di rifugiarsi presso la casa dei genitori, nelle Langhe. Nel frattempo Dino "se n'è andato, e per fare sul serio. Alla sua età non è difficile. Più difficile è stato per gli altri, che pure l'han fatto e ancora lo fanno". Il viaggio da Torino alle Langhe lo porta al centro della lotta partigiana ma riesce a salvarsi. "Malgrado i tempi, qui nelle cascine si è spannocchiato e vendemmiato. (...) Adesso che la campagna è brulla, torno a girarla; salgo e scendo la collina e ripenso alla lunga illusione da cui ha preso le mosse questo racconto della mia vita. (...) Qui ogni passo, quasi ogn'ora del giorno, e certamente ogni ricordo più inatteso, mi mette innanzi ciò che fui, ciò che sono e avevo scordato. (...) A volte, dopo avere ascoltato l'inutile radio, guardando dal vetro le vigne deserte penso che vivere per caso non è vivere. E mi chiedo se sono davvero scampato."

Si può continuare a vivere dopo una guerra civile ? "Si ha l'impressione che lo stesso destino che ha messo a terra quei corpi, tenga noialtri inchiodati a vederli, a riempircene gli occhi " E perché sono morti ? "Io non saprei cosa rispondere. Non adesso, almeno. Né mi pare che gli altri lo sappiano. Forse lo sanno unicamente i morti, e soltanto per loro la guerra è finita davvero." Il fallimento di Corrado (non è riuscito a proteggere neanche Dino) si conclude con una meditazione sulle sorti dell'umanità, che trascende il racconto: dalla narrazione del contesto storico e dell'interiore sofferenza esistenziale si eleva ad una dimensione cosmica, particolarmente attuale alla luce delle guerre civili che sanguinano molte parti del mondo.

Sotto il profilo stilistico il racconto è un capolavoro assoluto: asciutto, scarno ma capace di evocare il senso della storia e il destino dei personaggi. Lo scrittore lavora abilmente sull'accostamento fonetico delle parole tanto che spesso pare di trovarsi innanzi un componimento poetico, invece di un testo in prosa. E' incredibile poi la capacità dell'autore di non spezzettare il ritmo pur ricorrendo in modo prevalente al punto e quindi a brevi frasi. L'uso della virgola per creare una sospensione tra soggetto e verbo (dando autonomia a quest'ultimo) è una chicca stilistica, che richiede un possesso eccezionale della sintassi, delle parole e della lingua italiana in genere. Il connubio della narrativa americana con quella classica ha dato risultati eccezionali, difficilmente raggiunti nella letteratura italiana.

Perché leggerlo ? E' un capolavoro e una riflessione sulla guerra.



Apprezzamento Alto
Da non rileggere
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rikipedia.it Mon, 26 Oct 2015 00:00:00 +0100
<![CDATA[Il figlio del Corsaro Rosso]]> http://www.rikipedia.it/recensioni/IlfigliodelCorsaroRosso Il figlio del Corsaro Rosso

Salgari Emilio



Anno: 1908
Pagine: 376
Editore: RBA Italia

Letto in italiano
Finito di leggere il 18.10.2015

Il figlio del Corsaro Rosso "era un bellissimo giovane, (...) di forme elegantissime che palesavano il gran signore, con gli occhi nerissimi e ardenti, i baffi neri e la pelle bianchissima". Ci si attenderebbe un nuovo Corsaro Nero. Ma così non è: innanzitutto perché il figlio del Corsaro Rosso prende spesso le distanze dai pirati, al punto di pagarli di tasca propria per evitare che saccheggino le città conquistate, confermando un'idea diffusa tra i filibustieri, che i conti di Ventimiglia (il Corsaro Nero, il Rosso e il Verde) siano sempre stati "corsari dilettanti"; in secondo luogo perché il figlio del Corsaro Rosso non cerca la vendetta, ma vuole solo ritrovare la sorella, anche se ella è custodita dal marchese di Montelimar, colui che ha ucciso il Corsaro Rosso e che ora tiene prigioniera la figlia. Manca l'odio inesorabile del Corsaro Nero. Ed è per questo che le imprese del figlio del Corsaro Rosso non hanno la stessa tensione dei grandi romanzi del ciclo dei Caraibi: il Corsaro Nero, la Regina dei Caraibi, Jolanda la figlia del Corsaro Nero. Sono presenti i classici ingredienti della struttura narrativa di Salgari: i duelli, la foresta equatoriale, i combattimenti navali, gli assedi alle fortezze spagnole. Non c'è il senso di queste avventure, l'attesa di qualche cosa di tenebroso, la fonte del soprendente ritmo narrativo dello scrittore. La peculiarità del libro è un'altra. In Salgari abbiamo sempre dei personaggi che fanno da spalla al protagonista, spesso contribuendo a renderlo più umano, ad introdurre elementi di leggerezza. In questo caso il sistema è rovesciato: il figlio del Corsaro Rosso resta sullo sfondo mentre predominano figure apparentemente comprimarie. La prima parte del romanzo si svolge nell'isola di San Domingo. I nostri amici sono inseguiti dagli spagnoli e da cani "ferocissimi". L'ambiente è spaventoso e meraviglioso ad un tempo: macchie di vegetazioni, paludi, mortali sabbie mobili si alternano ad isolotti, con "splendidi cespi di rododendri, alti più di dieci metri, (...) grappoli di fiori porporiti, (...) superbe palme coronate da parasoli di lunghissime foglie palmate, ricadenti elegantemente con spate d'un violetto iridescente listato di porpora, e fiocchi di frutta che sembravano mele verdi". In questa natura irreale, descritta con qualche errore grammaticale (parasole è una parola invariabile) il figlio del Corsaro Rosso si imbatte in un bucaniere, all'apparenza un selvaggio. Vive di caccia, ha una "miserabile abitazione formata da rami malamente intrecciati e da poche pertiche". Aiutato dal vino e dalla conversazione con un gentiluomo europeo, il bucaniere rivela, "con gli occhi dilatati, il viso bagnato di sudore", il suo terribile segreto: "bisogna che affoghi i ricordi lontani ! Ah, la triste sorte che mi ha colpito ! (...) Eh, la vita terribile è così, se si è preda d'un genio maligno". Veniamo così a sapere che il bucaniere era un nobile di Francia, che ha macchiato il blasone dei suoi avi ed è fuggito in America. Può il conte di Ventimiglia riportarlo all'antico rango ? Non è più possibile, "tutto è passato, tutto è stato dimenticato. Ho ucciso due maiali selvatici, laggiù sul margine delle paludi ... è il mio mestiere." Il bucaniere conduce in salvo il figlio del Corsaro Rosso, il quale scopre che la sorella è stata portata a Panama. Ci spostiamo nelle ricche città spagnole della costa occidentale dell' America Centrale. Gli inseguimenti, gli scontri e gli assedi sono ripetitivi, quasi scontati. Fa eccezione il duello tra il figlio del Corsaro Rosso e un sicario, un abile spadaccino, che dovrebbe uccidere il conte di Ventimiglia. Illuso !! Il bandito "si abbassò tutto, raggomitolandosi quasi su sé stesso". Era la sua mossa segreta: il colpo dalle cento pistole. La spada del conte lo colpì alla gola, affondandosi dentro per parecchi centimetri. " Rimase un momento quasi diritto, colle bracce aperte, poi ruzzolò pesantemente fra le sabbie, mormorando : sono finito". Anche in questa parte del romanzo il vero protagonista è un personaggio di "spalla": un guascone, ubbriacone, chiacchierone, pronto sempre a menare le mani, ma capace di risolvere le situazioni più difficili con la sua astuzia, e la sua sfrontatezza. Il gruppo di filibustieri sta per essere catturato dagli spagnoli nella città di Panama. Ed allora il guascone, invece di fuggire, si fa avanti, racconta alle guardie che era lì per fare la serenata alla sua "splendida catalana, sapete, con due occhi che brillano come stelle e.... una bocchina, miei cari signori, da far girare la testa anche al Signor presidente dell'Udienza reale". In un'altra occasione diviene un nobile castigliano, il conte d'Alcalà, dai tanti titoli e dai tanti nomi, e riesce pure a farsi dare cavalli, viveri e fucili, ovviamente per scappare. E' una delle poche volte in cui Salgari abbandona la narrazione avventurosa, immaginifica o tenebrosa, per inventarsi un personaggio divertente, arguto, una sorta di Arlecchino.

La storia ha chiaramente un lieto fine, ma fiacco e frettoloso. Pur non conoscendolo la sorella, ancora fanciulla, abbraccia il fratello e fugge con lui. Ma non l'aveva mai visto prima ! Sente il richiamo del legame di sangue: un po' superficiale come spiegazione. Ma ancor di più lo è un altro fatto: è lo stesso marchese di Montelimar, catturato il figlio del Corsaro Rosso, a condurlo dalla sorella. Un vero gentiluomo ! Che cosa n'è della lugubre storia del Corsaro Nero: ben poco, solo la forma ! Alla fine del lungo romanzo Salgari sembra più preoccupato a convincere il lettore che quanto racconta è vero, non è inventato, che a dare ritmo al racconto. Si sfilaccia l'intera storia, lo stesso scrittore si accorge di averla portata troppo avanti e troppo a lungo.


Perché non leggerlo ? E' noioso e ciò è sorprendente per Salgari.



Apprezzamento Medio-Basso
Da non rileggere
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rikipedia.it Sun, 18 Oct 2015 00:00:00 +0100
<![CDATA[Storia della bambina perduta]]> http://www.rikipedia.it/recensioni/Storiadellabambinaperduta Storia della bambina perduta

Ferrante Elena



Anno: 2014
Pagine: 451
Editore: Edizioni e/o

Letto in italiano
Finito di leggere il 06.10.2015

Prosegue la storia dell'amicizia tra Elena e Lila, la cui conclusione ci dà il senso del lungo racconto: invano possiamo dare chiarezza al fluire disordinato degli eventi e dei sentimenti. Nel libro precedente abbiamo lasciato Elena, che fuggiva con Nino, abbandonando una prosaica vita borghese. Per molte pagine, anche troppe, al centro c'è Elena, madre separata e soprattutto amante. Per stare vicino a Nino Elena torna a Napoli, trascinando con sé le due figlie. Va a vivere in un luminoso appartamento in Via Tasso, lontano dal rione, che comunque frequenta spesso. Non riesce a "riacciuffare subito Lila e tutte le complicazioni che porta con sé o, peggio, mi lascio prendere dalle vicende della mia vita perché le butto giù con più facilità". Nino si rileva un uomo evanescente, con sfrontatezza non abbandona la moglie per Elena, è egoista, vanesio, sfrenatamente ambizioso, naturalmente traditore. Può una donna intelligente e colta accettare di essere la concubina di un furfante ? "Più viaggiavo verso Milano, più scoprivo che, accantonata Lila, non sapevo darmi compattezza se non modellandomi su Nino. Ero incapace di essere io il modello di me stessa. Senza di lui non avevo più un nucleo a partire dal quale espandermi fuori dal rione e per il mondo, ero un mucchio di detriti". Si rompe l'incantesimo; Elena sorprende Nino in lurido amplesso con la fantesca, il più borghese dei tradimenti. E scopre che Nino è "niente di alieno, dunque, molto invece di laido". Lascia l'uomo e la luminosa dimora per andare a vivere nel rione, sopra l'appartamento di Lila. Il racconto sviluppa l'amicizia delle due amiche in un contesto inusuale, quello familiare: il lavoro di entrambe (quello di Elena la porta spesso lontano), cinque ragazzi, dei quali due, Tina e Imma bambine e coetanee, figlia di Lila la prima, di Elena la seconda, avuta da Nino. Il racconto procede lento, intriso delle vicende del rione, dei piccoli conflitti familiari e dei sentimenti contrastanti delle due amiche, quando all'improvviso si verifica una svolta drammatica: Tina scompare. La "bambina perduta" ci riporta all'"Amica geniale": al centro c'è di nuovo Lila e con lei Napoli. Non è come ci si aspetterebbe. Il dolore di Lila resta sempre sullo sfondo. E' vero "Tina le si è incestata dentro. (...) Bisognava trovare il modo di tornare a far scorrere la storia della bambina". Ma Lila lo fa a modo suo, andando alla scoperta di Napoli, putredine e splendore ad un tempo. In quale città si è edificata una chiesa (San Giovanni a Carbonara) sopra un fosso detto la Carbonara, perché si gettavano corpi putrefatti ed arti spezzati di uomini e di animali ? "Ebbi spesso l'impressione che Lila usasse il passato per normalizzare il presente (...). Nelle cose napoletane che le raccontava c'era sempre all'origine qualcosa di brutto, di scomposto, che in seguito prendeva la forma di un bell'edificio, di una strada, di un monumento, per poi perdere memoria e senso, peggiorare, migliorare, peggiorare, secondo un flusso per sua natura imprevedibile, fatto tutto di onde, calma piatta, rovesci, cascate". In fondo la vita non un continuo "smarginare", "uno sciogliersi di materie eterogenee, un confondersi e rimescolarsi" ? Ed allora perché stupirsi dello svanire di Lila, della sua decisione di andarsene senza lasciare traccia di sé, se non due bambole, vecchie di cinquant'anni, spedite un giorno ad Elena ? Certo rimane ad Elena l'impressione di essere stata ingannata, di essere stata trascinata dove voleva Lila."Per tutta la vita aveva raccontato una storia di riscatto, usando il mio corpo vivo e la mia esistenza. (...) Scrivo da troppo tempo e sono stanca, è sempre più difficile tener teso il filo del racconto dentro il caos degli anni, degli eventi piccoli e grandi, degli umori. (...) A differenza che nei racconti, la vita vera, quando è passata, si sporge non sulla chiarezza ma sull'oscurità."

Ancora una volta l'autrice si sofferma troppo a lungo su una banale storia di tradimenti, di vicende familiari e di relazioni sociali. Vorrebbe scavare nell'animo di Elena per approfondire le ragioni della sua remissività verso un amante chiaramente traditore, ma la narrazione risulta scialba, superficiale, noiosa. C'è la vita del rione, si susseguono avvenimenti anche drammatici, come il terremoto, ma il tutto sembra appiccicato senza alcuna analisi sociologica. Ci sono le figlie di Elena, incredibilmente adattive a nuovi ambienti e a cambiamenti di vita, ma è inverosimile che trascorrano infanzia ed adolescenza impermeabili alla confusione familiare, alla madre sempre impegnata da altre parti e alla stessa violenza del rione. Il romanzo prende il volo solo quando entra in scena Napoli. Sembra allora di leggere Matilde Serao, Anna Maria Ortese, ossia le grandi scrittrici napoletane: il merito è di Lila, un personaggio capace di vivere di vita propria, quando non è messa in secondo piano dalla troppo borghese e scontata Elena.

Perché leggerlo ? E' un po' noioso ma vale la pena leggerlo per vedere come finisce la grande sagra.



Apprezzamento Medio-Basso
Da non rileggere
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rikipedia.it Tue, 06 Oct 2015 00:00:00 +0100
<![CDATA[Abito da sera]]> http://www.rikipedia.it/recensioni/Abitodasera Abito da sera

Mishima Yukio



Anno: 1967
Editore: Mondadori

Letto in italiano
Finito di leggere il 26.09.2015

Il romanzo è ambientato in Giappone negli anni' 60, quando l'alta e media borghesia si americanizza, civetta con i costumi occidentali, protesa ad allacciare relazioni internazionali. Ayako è la figlia di un piccolo ma rampante imprenditore farmaceutico: ha dei lineamenti "amabili". "Su quei lineamenti, anche con un trucco alla moda, aleggiavano armonia e freschezza, e il suo viso, in alcun modo paffuto, dava l'impressione che vi affiorasse qualcosa d'interiore" Ha un carattere pacato, composto e razionale,"ma Ayako non era affatto ottusa, era solo che le mancava l'inclinazione a entusiasmi momentanei e a enfatizzare le passioni". La giovane frequenta un circolo ippico alla moda, dove conosce Donna Takigawa, vedova di un esponente dell'alta burocrazia giapponese. Con un espediente la donna le fa conoscere il figlio, Toshio, che lei stessa descrive come "egocentrico, egoista, caparbio, caustico, insomma un giovane leone". Ed invece Toshio ha una rappresentazione di sé totalmente differente, una sorta di robot, rigido e in qualche modo eterodiretto dalla madre. Si combina il matrimonio, accettato di buon grado dai due ragazzi, in parte perché si piacciono ed in parte per ubbidire al desiderio dei genitori. La luna di miele rafforza il loro legame, che si evolve da semplice simpatia a passione, vero e proprio innamoramento. Sembrerebbe quindi una bella favola, sulla quale irrompe Donna Takigawa, insinuando un presunto tradimento di Toshio: insinuazione che sconvolge Ayako. Ma chi è Donna Takigawa ?. E' quella che veniva chiamata una vedova "allegra", ricca e potente, ama smisuratamente il bel mondo, i ricevimenti e le relazioni sociali. Dietro un volto tenero ed affettuoso si nasconde un "innocente malanimo, (...) una donna sgradevole", una doppia personalità. Una sera i due ragazzi sono invitati ad un ricevimento da Donna Takigawa. Ma proprio sulla porta di casa Toshio scopre l'incredibile menzogna e decide di ribellarsi e di non andare dalla madre; Ayako cerca di opporsi, poi ubbidisce al marito e lo segue a mangiare in una modesta trattoria. E' uno scandalo; offesa, umiliata e piena di rabbia, Donna Takigawa pretende che divorzino, accusando la nuora di mancanza di rispetto nei suoi confronti. Come si risolve la questione ? Non certo mandando a quel paese l'intrigante suocera né facendo spallucce e continuando per la propria strada. Siamo in un mondo di convenzioni ed anche di interessi, Donna Takigawa è ricca e potente. Toshio va da una principessa della Corte Imperiale, chiedendole se si può fare accompagnare dalla madre in un viaggio al'estero. "In quel tipo di conversazioni, Toshio giocava in casa, un gioco che i giovani di oggi non saprebbero mai imitare" La principessa sa benissimo i motivi della visita, ma "il suo sembiante rimase imperturbabile, tinto di una tenera comprensione, incantevole come un cielo all'alba, poi con tono chiaro e deciso", accondiscende alla richiesta del giovane, ad una sola condizione: i due ragazzi debbono mostrare verso Donna Takigawa "una tenerezza sincera, (...) chiedendo perdono con garbo, anche se sua madre lo reputasse inaccettabile". Insomma le convenzioni vanno sempre rispettate, anche se si è usato l'inganno per aggirarle.

Il racconto si presta a molte interpretazioni. Quello che è chiaro è che i due giovani subiscono una trasformazione: pur appartenendo entrambi ad una classe sociale dominata dalla forma, prima del matrimonio erano due giovani schietti e sinceri; per sopravvivere diventano anch'essi due "sembianti" e a cambiarli sono le inquietudini e la paura. "Forse il matrimonio era una scuola dove si insegna la menzogna della vita", perché bisogna "prevedere le reazioni del mondo esterno da ogni angolazione, come se le porte su tutti i lati di una stanza, prima ermeticamente chiusa, si fossero spalancate". D'altra parte non c'è alternativa per la povera Ayako, "avrebbe potuto diventare un uccellino che vola via, affidando la sua ombra a quella pianura, Ma lì c'era il vuoto e le faceva paura, neanche un ramo d'albero su cui far riposare le ali".

Il racconto è elegante e sottile, ma superficiale: si aprono molte finestre sui protagonisti, che piacerebbe approfondire, ma restano soltanto spiragli; l'autore corre subito via verso qualche cos'altro. Preso dalla critica alla società giapponese, alla sua esasperata americanizzazione, l'autore trascura quelli parti del romanzo, che più attirano il lettore: come le convenzioni sociali facciano perdere l'autenticità e la gioia spensierata di vivere.

Perché leggerlo ? Si legge con grande piacere, per lo stile narrativo e perché ci si affeziona subito ad Ayako.



Apprezzamento Medio
Da non rileggere
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rikipedia.it Sat, 26 Sep 2015 00:00:00 +0100
<![CDATA[Le avventure di Cipollino]]> http://www.rikipedia.it/recensioni/LeavventurediCipollino Le avventure di Cipollino

Rodari Gianni



Anno: 1951
Pagine: 195
Editore: Editori Riuniti

Letto in italiano
Finito di leggere il 25.09.2015

"Cipollino era figlio di Cipollone e aveva sette fratelli. (...) Gente per bene, bisogna dirlo subito, però piuttosto sfortunata. Cosa volete, quando si nasce cipolle, le lacrime sono di casa". Così inizia il libro. Con poche e semplici parole l'autore introduce il protagonista, appunto Cipollino, il mondo del romanzo, dove i personaggi sono verdure e frutta, e la lieve ironia, che caratterizza l'intero racconto. Non ci sono gli uomini né le figure tipiche della vita contadina; in modo geniale l'autore sviluppa la storia intorno agli alimenti che nell'infanzia siamo richiamati continuamente a mangiare e lo facciamo di malavoglia. In tal modo Rodari rovescia la questione: nessuna morale per i bambini, l'odiato cibo diviene il protagonista di incredibili e bellissime storie, che sono l'occasione per farci riflettere sulla libertà. Cosa ci dice Cipollino con gli altri incredibili personaggi ? La libertà è lottare per una vita autentica, non fatta di apparenze, una vita nella quale ciò che conta sono gli amici e non le gerarchie sociali, le convenzioni, il rispetto del potere. E' un invito ad essere sé stessi, però senza pretese, lasciando al bambino, e a noi adulti, il piacere di divertirci. Il racconto prende le mosse da un sopruso: sor Zucchina si è costruita una casa minuscola, dove "la mano destra sta in cucina, la mano sinistra sta in cantina, le gambe in camera da letto e la testa esce dal tetto". Pomodoro vuole confiscare la casina, perché sostiene che è stata costruita sul terreno delle Contesse del Ciliegio. Cipollino si ribella e da lì si sviluppa la storia: la gente del villaggio (Mister Uvetta, Fagiolino, Pero Pera ed altri) nasconde la casina presso sor Mirtillo, che "abitava in un riccio di castagna" e aveva appeso un cartello invitando i "signori ladri, prima di entrare il campanello vogliate suonare". Il racconto ci introduce poi al Castello del Ciliegio, dove vive Ciliegino, un bambino solo e malinconico perché, dice Rodari, "o che brutta malattia essere senza compagnia". Cipollino e Ciliegino diventano amici, una verdura tra le più vili, un frutto tra i più gustosi. Alla faccia delle barriere sociali ! Insieme combattono per liberare gli amici, nel frattempo rinchiusi in prigione, per salvare la casina di sor Zucchina, e sconfiggere i cattivi della storia, ma senza acredine, quasi con commiserazione. Le avventure sono tante e non sempre finiscono bene. Ci sono due personaggi minori, che indicano più di altri la sottigliezza di Rodari. Sor Pisello è il classico azzeccagarbugli, pauroso e servile. Malgrado sia stato salvato da Cipollino, tradisce i nostri amici per farsi benvolere dal potere: è il classico intellettuale italiano sempre pronto a far voltagabbana secondo come vanno i potenti ? Mister Carotino è un famoso detective, il quale ovviamente non scopre mai nulla. Ciò che dice Mister Carotino viene ripetuto, ma rafforzato, dal fedele cane Segugio; per esempio: "Siamo in pericolo - costatò Carotino, senza battere il ciglio, mettendo mano alla rete per farfalle - Siamo molto, molto in pericolo - gli fece eco il cane". Se pensiamo alle inchieste poliziesche del nostro paese che spesso non conducono a nulla, ma creano un grande frastuono, forse Rodari ha voluto demitizzare l'apparato poliziesco, come per dire: non abbiate paura sono tutti come Carotino ! Alla fine vincono i buoni ma soprattutto il mondo risulta capovolto. "Gli avvenimenti precipitano e noi li lasciamo precipitare: i giorni cadono l'uno sull'altro come i foglietti di un calendario, passano le settimane a sette a sette e noi non facciamo a tempo a vedere niente, come quando al cinema la macchina impazzisce, e appena torna a girare abbastanza piano perché noi si possa finalmente vedere che cosa succede, tutto è cambiato."

Con Rodari è facile cadere nella trappola di cercare significati reconditi nei suoi personaggi e nelle sue storie, ma si è spinti inesorabilmente in questa direzione perché il mondo descritto è troppo simile al nostro, troppe volte ci ritroviamo dentro ai meccanismi della nostra società, assurdamente oppressivi ed ingiusti. Che il mondo non sia una grande matrioska, nella quale tutte le distorsioni sociali ed etiche si ripetono a tutti i livelli della natura ? A distoglierci da questa amara conclusione e a ricordarci che siamo dinanzi ad uno splendido racconto per ragazzi è lo stile narrativo: elegante, arguto, apparentemente semplice, lieve ma profondo. Sono le parole la vera magia di Rodari, tanto che solo leggendolo ad alta voce il racconto acquisisce il suo fascino ed anche il suo vero senso: un volo nell'immaginazione, nella fantasia dove tutto è possibile, dove anche le cipolle hanno un'anima.

Perché leggerlo ? Riflessivo, divertente, inebriante.



Apprezzamento Alto
Da non rileggere
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rikipedia.it Fri, 25 Sep 2015 00:00:00 +0100
<![CDATA[I Buddenbrook decadenza di una famiglia]]> http://www.rikipedia.it/recensioni/IBuddenbrook I Buddenbrook decadenza di una famiglia

Mann Thomas



Anno: 1901
Pagine: 710
Editore: Mondadori

Letto in italiano
Finito di leggere il 14.09.2015

Il titolo e l'impianto ottocentesco rimandano ad un grande romanzo sociale, che avrebbe al centro il tramonto di una famiglia dell'alta borghesia mercantile. Come succede spesso per i libri importantii, via via che ci si inoltra nella lettura (e immaginiamo che sia accaduto anche all'autore nello scriverlo), emerge un altro tema: la forza inarrestabile che porta al dissolvimento, al disfacimento e alla morte. Per esprimere il senso profondo del romanzo Mann ricorre genialmente alla musica. L'adolescente Hanno, ultimo discendente di una dinastia imprenditoriale, suona al pianoforte "una delle sue improvvisazioni". Esegue un motivo "semplicissimo, (...) un'invenzione di poco respiro, un'invenzione misera, la quale però acquistava un valore strano, misterioso e significativo". Dapprima il motivo è di sottofondo, sommerso da "scale movimentate", vigorose, quasi che incitassero a "sforzi sempre nuovi". Poi il primo "motivo tormentoso dolce e vagante, quel primo motivo misterioso", prende il sopravvento. "Le fu addosso la marea della cacofonie affioranti che si condensarono minacciose, si spinsero avanti, si ritirarono, s'arrampicarono, sprofondarono e tesero di nuovo verso una mèta ineffabile che doveva arrivare, arrivare subito, in quell'istante, nel tremendo apogeo in cui il tormento anelante era diventato intollerabile. E arrivò: non era più possibile fermarla, le convulsioni della nostalgia non si sarebbero più potute prolungare; venne come se un sipario si lacerasse, come se portoni si spalancassero (...) era il motivo, il primo motivo ! " Ciò che ha portato alla fine dei Buddenbrook non sono state le speculazioni rovinose, le dispersioni del patrimonio per matrimoni disastrosi, la concorrenza delle altre famiglie imprenditoriali; è stato un disfacimento intimo, una stanchezza, un lento ma inesorabile smarrimento della primitiva energia dei fondatori. Siamo a Lubecca, città anseatica sul Mar Baltico, e la storia si svolge tra il 1835 e il 1877. La ditta Johann Buddenbrook (fondata nel 1768), è all'apice della ricchezza e del prestigio. Il romanzo ha come protagonisti i fratelli Antoine e Thomas. Le prime trecento pagine raccontano come la giovane Antoine, intelligente e irrequieta, rinunzi all'amore per fedeltà alla "ditta", per contribuire con un matrimonio di interesse al buon nome e alla prosperità della famiglia. Già promessa sposa ad un commerciante di Amburgo, si innamora di un giovane, ma, leggendo il grosso fascicolo dov'è riassunta la genealogia dei Buddenbrook, sente "come un brivido, (...) come un anello in una catena aveva scritto il babbo. Sì, appunto come un anello di quella catena lei aveva una grande importanza e responsabilità: era chiamata a collaborare con fatti e risoluzioni alla storia della famiglia". Antoine si consacra ad essere senza incertezze la vestale della famiglia, la depositaria di un decoro alto borghese. Emerge poi la figura di Thomas, il quale arriva al massimo della scala sociale, con l'elezione al senato cittadino. "Thomas Buddenbrook (...) dimostrava nel viso e nel portamento un pronunciato senso di dignità; ma era pallido e specialmente le sue mani (...) erano bianche come i polsini che gli sbucavano dalle maniche nere, di un pallore gelido che rivelava quanto fossero fredde e asciutte. Quelle mani, le cui unghie ovali ben curate tendevano verso una tinta azzurrina, sapevano assumere in certi momenti, in certe posizioni di convulsa incoscienza, un'espressione indescrivibile di sensibilità ostile e di ritegno quasi morboso, un'espressione che fino allora era stata estranea e mal si adattava alle mani piuttosto larghe e borghesi, anche se ben modellate, dei Buddenbrook". Sin dall'aspetto è evidente l'intima sofferenza di Thomas, per il quale farsi carico della ditta e della famiglia è un dovere, e non un piacere. "Egli sentiva un vuoto nell'anima. (...) Ma il suo bisogno di agire, la sua insofferenza di riposo, la sua attività era stata fondamentalmente diversa dalla tenace e costante laboriosità dei suoi padri: una cosa artificiosa dunque, un bisogno dei nervi, un narcotico, (...) un martirio". Ormai malato, Thomas confessa alla sorella come sempre più abbia imparato a voler bene al mare. "Onde lunghe come vengono e s'infrangono, l'una dopo l'altra, senza fine, senza scopo, folli e deserte". La sorella ammutolisce: "ma queste cose non si dicono ! pensò guardando lontano per non incontrare gli occhi del fratello". E così quando nelle ultime pagine il romanzo discende con lunghe descrizioni della morte di Thomas e di Hanno, con tristi scene delle poche donne sopravvissute, inermi e sbigottite, alle tragedie che hanno distrutto i Buddenbrook, noi non ci stupiamo perché siamo ben consapevoli che sono venute meno le energie e il senso del sacrificio, l'appartenenza ad una grande dinastia.

L'attesa della morte è al centro del mondo di Thomas Mann; e questo romanzo non fa eccezione. All'inizio la morte sembra qualche cosa di lontano, perché la prosperità crea un clima di placida serenità borghese; solo le descrizioni dei personaggi e degli ambienti sono morbide, ambigue, decadenti. Eppure siamo nell'ottocento trionfante ! Più che la trama è la scrittura che ci dà abilmente, soffusamente, il senso del disfacimento. Poi, da un punto in poi, la narrazione diviene palese: i racconti delle agonie e delle malattie (persino delle visite dal dentista), sono puntigliose, attente ad ogni sofferenza fisica e morale; gli ambienti sono opachi, grigi, privi di gioia; i personaggi sono sempre più tristi. Non è un romanzo sociale né psicologico; il contesto resta sempre sullo sfondo, i caratteri sono sviluppati tramite le sembianze fisiche, senza approfondimenti dei sentimenti e delle condizioni esistenziali: sono pennellati e non descritti. E' la scrittura a parlarci, a rendere l'atmosfera, a trasmettere il senso complessivo del romanzo.

Perché leggerlo ? E' lungo, talvolta ridondante ma bisogna lasciarsi portare dalle parole.



Apprezzamento Medio-Alto
Da non rileggere
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rikipedia.it Mon, 14 Sep 2015 00:00:00 +0100
<![CDATA[La cartella del professore]]> http://www.rikipedia.it/recensioni/Lacartelladelprofessore La cartella del professore

Kawakami Hiromi



Anno: 2001
Editore: Einaudi

Letto in italiano
Finito di leggere il 23.08.2015

Immaginiamo una giovane donna, tra i '30 e i '40 anni. Non è stata una studentessa brillante, svolge un monotono lavoro di ufficio, ha avuto alcune relazioni sentimentali che però non sono andate a buon fine. E' sola. "Da sola prendevo l'autobus, da sola camminavo per le strade, da sola facevo la spesa, da sola andavo a bere qualcosa (...). Una vita allegra. Triste. Piacevole. Dolce. Amara. Aspra. Stimolante. Irritante. Calda. Fredda. Tiepida. Insomma, in che modo ho vissuto per tanto tempo ? "Un giorno, per caso, al bar dove va a bere (sembra che sia il suo unico passatempo) incontra il suo vecchio professore di giapponese. Dapprima è una vaga sensazione di sentirsi a proprio agio, "a posto", come quando si compra un libro e si preferisce non togliere la fascetta intorno. Poi subentra qualche cos'altro. "Con il professore non ci vediamo sovente. E' normale, non è che stiamo insieme. Però non lo sento mai lontano, neppure quando non è accanto a me". Infine emerge l'amore. "A partire da quando, avvicinandomi a lui, ho cominciato a sentire il calore che emanava dal suo corpo ? Attraverso la sua camicia inamidata, percepivo la sua presenza. (...) Una presenza che non sono mai riuscita ad afferrare saldamente. Quando sto per prenderla, mi sfugge. Quando la sento lontana, di nuovo si avvicina". In un sogno la ragazza cerca il professore, ma non lo trova. "Ah ecco, l'ho già messo nella scatola ! Ora ricordo. L'ho chiuso nella grande scatola (...) che tengo in fondo all'armadio a muro. (...) Ormai non posso più tirarlo fuori. Perché l'armadio è troppo profondo". Ma chi rappresenta il professore, con la sua cartella, la sua voce e il suo corpo, il suo passato, denso di misteriosi significati ? E' come la luna che deve indicare il cammino ad una ragazza che non conosce sé stessa ? E' la coscienza che non vuole emergere dalla profondità dell'animo ? O più semplicemente un amico più anziano al quale aggrapparsi per diventare adulti e fuggire alla solitudine dell'esistenza ? Non lo sapremo mai perché il romanzo non ha una conclusione. Sappiamo soltanto che quando l'anziano professore morirà, "nelle sere così'", la ragazza aprirà la cartella e guarderà all'interno. "Ma nella cartella non c'è nulla, solo il vuoto, un vuoto che va espandendosi. Un vuoto senza speranza che ingloba ogni cosa".

Per definire in qualche modo questo racconto, che peraltro non vuol farsi etichettare, potremo dire che il romanzo esprime la sofferenza esistenziale, non solo giovanile. Lungo la narrazione scopriamo che anche il professore ha sofferto per vicende a lui incomprensibili, come la fuga e la morte improvvisa della moglie. L'anziano amico non è quindi una fonte di saggezza e di sicurezze, ma è pure lui, come la ragazza, un intreccio di certezze e dubbi, di aspettative e delusioni. La loro relazione, anche intima e non solo spirituale, è il frutto di due anime affini, che cercano di appoggiarsi vicendevolmente, di affrontare insieme l'esistenza. Non si riconduca il senso del racconto alla storia banale di una relazione tra una giovane e il suo vecchio professore.La lenta accettazione del loro amore nasce dal timore di aprirsi all'altro, di riconoscere che si è una persona solo attraverso un'altra persona. Tipicamente giapponese, il romanzo assume in tal modo una valenza universale.

Il fascino di questo breve romanzo risiede nello stile narrativo: delicatamente ironico, pensosamente gentile, i due protagonisti, i meravigliosi paesaggi giapponesi, ed infine la scrittura ci conducono soavemente e piacevolmente lungo un percorso che poteva rivelarsi cupo e pesante. Dispiace che la trama sia fragile, sovente dispersiva e ripetitiva.

Una curiosità: leggendo il romanzo scopriremo come la cucina giapponese non sia solo sushi e pesce crudo, possiamo imparare molte interessanti ricette.

Perché leggerlo ? Tipicamente giapponese e quindi unico.



Apprezzamento Medio
Da non rileggere
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rikipedia.it Sun, 23 Aug 2015 00:00:00 +0100
<![CDATA[Star of the Sea: Farewell to Old Ireland]]> http://www.rikipedia.it/recensioni/StaroftheSea Star of the Sea: Farewell to Old Ireland

O'Connor Joseph



Anno: 2002
Editore: Vintage Books

Letto in inglese
Finito di leggere il 15.08.2015

Tra il 1845 e il 1849 una carestia colpì l'Irlanda, dando vita ad una grande emigrazione verso la Gran Bretagna, gli Stati Uniti e il Canada. Fu una massa enorme di gente allo stremo delle forze, denutrita e afflitta da tifo, tubercolosi e colera, già ridotta alla povertà e alla fame negli anni precedenti dalle avide politiche dei proprietari terrieri. Il romanzo vorrebbe raccontare questa tragedia umana e lo fa in modo originale ed intrigante: nel rigido inverno del 1847 una nave salpa per New York con a bordo centinaia di persone in fuga da una terra devastata. "La nave non era diretta in America, ma in qualsiasi paese o territorio che non fosse il Regno Unito; non importa quanto ostile e freddo potesse essere". Con toni che richiamano Conrad se non persino Melville, l'autore presenta la nave come "una colossale bestia di un peso opprimente, le sue vertebre scricchiolanti come se potessero spaccarsi, trascinate da una divinità in una loro ultima tribolazione, l'ossatura già a metà priva di vita e noi passeggeri suoi parassiti. (...) un organo a pezzi di una cattedrale un tempo maestosa"; la metafora, insomma, di un'Irlanda distrutta, di un popolo disperato. Seducono pure le molte voci narrative, come il giornale di bordo del capitano, il quale scandisce i giorni del viaggio con l'elenco dei deceduti per malattia e deperimento; oppure le lettere di alcuni passeggeri, che testimoniano la speranza, ma anche la fatica e la disperazione degli emigranti. Peccato che la trama e i personaggi non sorreggono l'approccio narrativo né tanto meno rispecchiano la tragicità storica ed esistenziale che si intende narrare. A bordo, insieme con centinaia di emigranti, ci sono una cameriera con un segreto devastante, un proprietario terriero in bancarotta con la sua famiglia, uno scrittore alla ricerca di un successo che non arriva, un assassino desideroso di vendetta. Le vite di questi personaggi sono tra loro intrecciate. Dissolvendo ogni cosa la grande carestia ha rotto le convenzioni e le gerarchie, liberando ad un tempo energie potenziali e desideri repressi: si è liberi finalmente ma questa libertà porta anche all'auto distruzione. Al centro della storia c'è la figura del proprietario terriero, David Merridith: innamorato della cameriera, che scopriremo essere sua sorella, deve limitarsi ad una relazione platonica, che non ha più senso nella nuova situazione; attratto dal sesso più torbido ed ambiguo ha contratto matrimonio per convenzione, e non certo per amore, e rimpiange la vita che avrebbe potuto avere; animato da aspirazioni sociali ha assunto, suo malgrado, il ruolo del "cattivo" verso i suoi contadini, tanto da alimentare l'odio e il desiderio di vendetta. Alla fine David Merridith muore misteriosamente (assassinato ? suicida ?), liberando della sua presenza ormai ingombrante gli altri protagonisti, che possono rifarsi una vita in America. Personalizza la vecchia società e la sua scomparsa testimonia la rottura con il passato ?

Iniziato con grande aspettative il romanzo si riduce ben presto all'ennesimo zibaldone: si dilunga nella vita dei personaggi, abbandonando la nave e i suoi passeggeri per raccontare le premesse con dovizia di particolari, facendoci perdere la sorpresa; si sofferma a lungo su scene scabrose, violente, persino sulla sifilide del misero David Merridith; si sforza di fornire un ampio ma scontato affresco dell'Irlanda e dell'Inghilterra della metà dell'ottocento. Volendo mettere insieme troppi argomenti e troppe situazioni l'autore rende la trama noiosa e prolissa, sfilaccia lo stile narrativo, che perde le suggestioni immaginifiche alla Conrad per divenire banale e ridondante.

Perché non leggerlo ? E' lungo e noioso.



Apprezzamento Basso
Da non rileggere
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rikipedia.it Sat, 15 Aug 2015 00:00:00 +0100