Rikipedia.it http://www.rikipedia.it/ Le Recensioni di Rikipedia.it it-it rikipedia.it <![CDATA[A modo nostro]]> http://www.rikipedia.it/recensioni/Amodonostro A modo nostro

Chen He



Anno: 2011
Pagine: 336
Editore: Sellerio

Letto in italiano
Finito di leggere il 08.09.2018

Il romanzo ha inizio con l'arrivo a Parigi di Xie Qing, un uomo modesto e senza ambizioni, un camionista che ha sempre vissuto a Wenzhou, una citta di provincia, vicina al Mar Cinese Orientale. Si ritrova in Francia perché chiamato a riconoscere il corpo della sua ex moglie, Yan Hong, morta in un incidente stradale. La polizia francese vorrebbe che Xie Qing compisse diligentemente le pratiche burocratiche, intascasse l'assicurazione e lasciasse il Paese al più presto. Xie Qing si rifiuta, in parte perché vuole capire cosa sia realmente successo (la moglie ha fatto una misteriosa telefonata prima di morire), ed in parte perché vorrebbe conoscere meglio Yan Hong. Dal momento della separazione, improvvisa e per lui inspiegabile, Xie Qing "non era più riuscito a liberarsi dal rancore di chi si sente raggirato". Al lettore sembra prospettarsi una storia di intrigo, quasi un thriller, arricchito dalla ricerca di un legame interrotto ma radicato nell'infanzia e nella giovinezza. Purtroppo il romanzo ha una svolta. Una ricca e potente cinese, la quale ha preso sotto la sua protezione l'ingenuo e spaesato Xie Qing, lo convince a cambiare radicalmente vita. "Non sei stato tu a chiedere di espatriare, non hai nemmeno corso il rischio di partire da clandestino, hai avuto l'opportunità di lasciare la Cina soltanto perché è morta tua moglie. E un'opportunità come questa è stata la tua fortuna ! (...) Un uomo che non si lancia in alcuna impresa è venuto al mondo invano". Così il camionista senza ambizione si trova coinvolto nel traffico di esseri umani prima, e poi in grandi speculazioni immobiliari nella sua città natale. Partecipa, per caso e senza grandi meriti, al "grande arricchimento", fatto di azioni criminali, di corruzione, di dispregio per la vecchia Cina, eppure vagheggiata con una falsa nostalgia. "Come un bruco che dopo aver faticosamente strisciato tra foglie e arbusti si trasforma in farfalla, Xie Qing si sentiva profondamente diverso rispetto al suo arrivo a Parigi. La sua metamorfosi si era completata quando la nave carica di clandestini era sprofondata nel canale di Otranto, con il sacrificio di decine di vite nel fiore degli anni". La strage, della quale è in parte responsabile, accelera il processo di arricchimento ed insieme trasforma il protagonista in un cinico uomo d'affari. Non è nata una farfalla ma un moscone ! A latere della storia di Xie Qing, e della sua metamorfosi, viene narrata la vita di Yan Hong. "Era solitaria, senza amici, al di fuori del lavoro leggeva, scriveva o semplicemente stava lì a riflettere, Xie Qing non era mai riuscito a scoprire se in quel suo misterioso mondo interiore regnassero le tenebre più fitte o una luce invisibile". Noi lettori sappiamo dalle sue dolorose vicende che c'è in Yan Hong una tensione verso valori autentici, i quali si alimentano continuamente con la memoria del padre, uomo e rivoluzionario integerrimo, suicida pur di non tradire la fiducia in lui riposta da un alto generale dell'Armata Rossa. Splendidi versi esprimono il mondo interiore di Yan Hong, il legame con il padre e nel contempo la forza dei suoi valori. "Ma uno solo ha amato l'anima pellegrina e la tortura del tuo trascolorante volto. Curvati dunque su questa tua griglia di brace e dì a te stessa a bassa voce Amore ecco come tu fuggi sulle montagne e nascondi il tuo pianto in uno sciame di stelle." Questa tensione sempre rinnovata per ciò che è autentico spinge Yan Hong ad andare volontariamente nei campi di rieducazione per "giovani istruiti" durante la rivoluzione culturale, a cercare con caparbietà i documenti segreti del padre per consegnarli ai figli del generale e non pregiudicare la loro carriera nella Cina moderna, ad accettare, stupita ed incuriosita, la proposta di trasferirsi a Parigi (madre di tutte le rivoluzioni!) da parte di un club "patetico" e potente di nostalgici rivoluzionari, infine a rifiutare di vivere in una villa, decidendo invece di fare l'operaia in una fabbrica tessile e poi l'ambulante sulla costa atlantica. Vuole vivere come i suoi connazionali, immigrati e clandestini! E come Anna Karenina Yan Hong non accetta di essere l'amante parigina di un alto funzionario del governo cinese, ma pretende l'amore per sé e il figlio, avuto dall'uomo. E come Anna nella ricerca di una vita autentica trova la morte.

Il romanzo narra due storie, modi diversi di concepire la Cina moderna: l'arricchimento senza scrupoli e il disperato rifiuto di questa scelta di vita, l'affermazione di valori differenti, eticamente potenti. E' la ricerca di una nuova visione morale, la quale non può radicarsi nei vecchi riferimenti rivoluzionari,che erano stati alla base della liberazione e della rinascita della Cina. Sullo sfondo l'autore racconta le vicende dei clandestini, di come arrivavano in Europa e di come vivono e lavorano nel nostro continente. Nel contempo, c'è un richiamo continuo alla vecchia Cina: tenera malinconia per una società ormai solo nell'immaginario.

A compromettere il romanzo, per altro ben scritto, è lo spazio eccessivo dato alla parte apparentemente più accattivante: quella del traffico di esseri umani; non perché non sia interessante, ma perché resta in superficie, con connotati di narrazione poliziesca e criminale, senza entrare in profondità nelle storie dei protagonisti: i clandestini appunto. E' una parte che risulta artefatta, e non vissuta.

Perché leggerlo ? Interessante, avvincente la figura di Yan Hong.



Apprezzamento Medio
Da non rileggere
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rikipedia.it Sat, 08 Sep 2018 00:00:00 +0100
<![CDATA[L'Agnese va a morire]]> http://www.rikipedia.it/recensioni/LAgnesevaamorire L'Agnese va a morire

Viganò Renata



Anno: 1949
Pagine: 239
Editore: Giulio Einaudi

Letto in italiano
Finito di leggere il 22.08.2018

Il romanzo narra la Resistenza nelle Valli di Comacchio, tra la terraferma e le zone vallive. A differenza dei grandi libri sulla guerra di liberazione (1943 -1945), generalmente ambientati in montagna, "L'Agnese va a morire" parla della guerra partigiana di pianura, dove "i tedeschi non sapevano che fra quegli uomini e quelle donne, in giro fra la neve, molti, quasi tutti, erano partigiani. Staffette inviate con un ordine nascosto nelle scarpe, dirigenti che andavano alle riunioni nelle stalle dei contadini, capi che preparavano l'azione dove nessuno l'aspettava. (...) Un fuoco senza fiamma né fumo: un fuoco senza segno. I tedeschi e i fascisti ci mettevano i piedi sopra, se ne accorgevano quando si bruciavano." La pianura, ed in particolare l'ambiente vallivo, sono lo sfondo delle vicende di Agnese: una donna grassa e vecchia, sino ad allora laboriosa lavandaia e ruvida contadina. "Una sera di settembre l'Agnese tornando a casa dal lavatoio col mucchio di panni bagnati sulla carriola, incontrò un soldato nella cavedagna. (...) Aveva le scarpe rotte, e si vedevano le dita dei piedi, sporche, color di fango". Senza esitazione Agnese gli dà rifugio e gli indicherà poi la via della fuga, quando arriveranno i tedeschi. Con questo atto apparentemente ovvio Agnese inizia un percorso umano e politico, che la porta da "un odio adulto, composto ma spietato, verso i tedeschi, (...) verso i fascisti servi", a diventare "responsabile davvero di azioni incomprensibili e di imprevedute decisioni". Dapprima le viene chiesto di portare un pacco e lei risponde: "se sono buona"; poi diviene la coordinatrice della staffette e nel contempo assicura un sicuro nascondiglio al comando di brigata; infine, viene costretta a fare in solitudine scelte rapide e rischiose, che coinvolgono la vita di molti partigiani. Tutto ciò resterebbe un racconto astratto se non fosse calato mirabilmente nell'ambiente vallivo e nelle situazioni di lotta e di sopravvivenza che lo caratterizzarono. Nelle diverse stagioni, dalla primavera all'inverno, le condizioni di vita sono sempre più dure, e ad esse corrisponde un crescente inasprirsi dello scontro tra partigiani e tedeschi. "Andavano con le barche dentro il canale verde, viscido come una lumaca. Ai lati le canne erano alte, ma non facevano ombra: il sole passava fra i gambi diritti, nudi, come da un'inferriata, e bruciava sull'acqua, sulle erbe a galla che parevano bisce morte. (...) E' un luogo magnifico, disse il Comandante, le canne non fanno verde, non fanno ombra, ma nascondono. (...) L'Agnese conosceva quel rumore della valle di notte: ronzare sordo, un grido isolato". Il contingente dei partigiani si è rifugiato in un casone sperduto nella valle e qui "verso sera cantavano, con voce bassa perché nessuno li sentisse, e il canto sembrasse poco più il fruscìo della canne... (...) Le staffette portavano all'accampamento il pane, il vino, gli ordini e le circolari...". Con l'inverno e la pressione crescente dei tedeschi, "via, via dalla casa, via dalla prigione, prigionieri ancora di quell'acqua scura, sconvolta, piena di erbe e di fango, ma già avviati verso la terra, dove si respirava aria propria, aria pura, non soltanto quella respirata dal compagno vicino, e si camminava non in pochi metri di pavimento, ma avanti, per una strada, per un argine, per un campo, avanti fino al mondo degli uomini liberi". Stretti tra i tedeschi e gli alleati, in fuga da un ambiente ostile e insopportabile, i partigiani vanno a morire, "pur di arrivare a riva, di essere fuori dall'acqua, di mettere i passi sul suolo che non tremava". Agnese sogna il marito morto durante la deportazione in Germania "Com'è dura, vero ? Lo so che non ne puoi più. Ma non è ancora l'ora di liberarsi, Agnese. (...) L'Agnese lo vide aprire la porta sul freddo della scala, sentì in faccia veramente quell'onda fredda. Poi si accorse che non era Palita (il marito), e dietro di lui c'era un altro, e un altro, e un altro. L'ultimo richiuse piano la porta."

Dopo tanti uomini protagonisti della Resistenza, ecco finalmente una donna, e non certo un'intellettuale ! Solo perché rende giustizia al contributo femminile alla lotta partigiana il romanzo merita un posto di primo piano nella letteratura sulla guerra di liberazione. Non bisogna lasciarsi limitare da questa chiave interpretativa: nel romanzo ci sono numerosi personaggi, tanti episodi della vita civile e combattente, un intenso ritmo narrativo, ricco di colpi di scena, non ultimo quello finale. Dalla critica è stato considerato un romanzo neorealista; se ci si lascia affascinare dalla scrittura, ed in particolare dalle descrizioni dell'ambiente vallivo, ci si accorge come il racconto abbia un sottofondo lirico e persino onirico. Si potrebbe supporre che sia un'epopea sognata, iliade moderna, densa di miti e di figure eroiche: proprio ciò di cui abbiamo bisogno.

Lo stile è asciutto, con un uso sapiente della punteggiatura: le frasi brevi e concise non spezzettano la narrazione, ma ne danno efficacia comunicativa, anche perché aiutate dalla ricchezza degli aggettivi e dal ricorso a dialoghi brevi e sintetici.

Perché leggerlo ? Un capolavoro nei contenuti e nello stile !



Apprezzamento Alto
Da non rileggere
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rikipedia.it Wed, 22 Aug 2018 00:00:00 +0100
<![CDATA[Il coraggio del pettirosso]]> http://www.rikipedia.it/recensioni/Ilcoraggiodelpettirosso Il coraggio del pettirosso

Maggiani Maurizio



Anno: 1995
Pagine: 316
Editore: Feltrinelli

Letto in italiano
Finito di leggere il 13.08.2018

"Non c'è ingenuità in chi pensa che un popolo possa esistere davvero solo se c'è qualcosa, come un libro appunto, che lo racconti agli altri". Così spiega il tipografo Ruben al giovane Saverio per spingerlo a narrare di Carlomagno e della sua gente. Non sappiamo dove fosse questo villaggio; forse si trovava nelle Alpi Apuane, di certo era un paese di cavatori, duri, selvaggi, ostinatamente legati ad una propria cristianità, fatta di leggende, di valori comunitari, di libertà di coscienza. Ed è di questo che parla il romanzo: il coraggio del pettirosso. "Vorrei il permesso, signoria, di andare un po' dove mi pare, tanto non darei fastidio a nessuno, piccolino come sono". Così chiese il pettirosso al re degli uccelli del bosco; e per risposta il falchetto gli ruppe una zampa, costringendolo a volare con una ala sola. Ma il piccolo pettirosso non si arrese e "volava sempre più in alto e un po' più in là del posto che gli avevano assegnato", fino a che "dall'alto prese a bombardare sul capo il re degli uccelli a colpi di cacatine". Per raccontare di questo paese immaginario, e della libertà che lì si professava, l'autore la prende dalla lontana, forse anche troppo. Saverio vive ad Alessandria d'Egitto ed è figlio di un fornaio anarchico, il quale, come tutti i suoi amici, ritiene che Ungaretti fosse un fascistone. Alla morte del padre Saverio scopre una raccolta di poesie: "il porto sepolto" e lo sorprendono in particolare questi versi di Ungaretti. "Vi arriva il poeta/E poi torna alla luce con i suoi canti/E li disperde/Di questa poesia/Mi resta/Quel nulla/Di inesauribile segreto". Che cosa voleva esprimere il poeta ? E perché suo padre leggeva questo libro ? Giovane superficiale e perditempo, da quel momento viene preso da una irrequietudine crescente, che neanche un viaggio nel deserto riesce a sopire. Vuole conoscere il paese del padre, appunto Carlomagno. Va in Italia e visita Roma in "preda di una sensazione di sovrabbondanza fiabesca". Si imbatte in Ungaretti. "Il vecchio, ma quanto era vecchio ! a guardarlo così da vicino sembrava più vecchio di un sasso. (...) gli occhi fiammeggianti di un idolo zulu, (...) mi sembrava irreale, fatto d'aria come i ginn". Il grande poeta sembra riconoscerlo e gli fa avere un foglietto, in italiano arcaico e confuso, dove era scritto che un certo Pascal, "luterano perfido", fu bruciato sul rogo. Pascal era il suo cognome, si parla di un suo avo ? Saverio non riesce ad andare a Carlomagno perché la polizia lo espelle. Ritorna ad Alessandria e compie immersioni sempre più profonde e pericolose; forse pensa di trovare il porto sepolto, di cui parla Ungaretti. Colto da embolia, viene ricoverato in una clinica, dove giace per mesi abulico, senza forza e volontà. Per spingerlo a reagire viene indotto a raccontare la sua vita ed anche i sogni delle sue notti agitate. Ed è così che tutto ciò che sappiamo è una storia dentro la storia, "una storia sognata, inventata di sana pianta, una storia di cinque secoli fa in un posto perso nel mondo". In un' Europa devastata dalle guerre di religione tra cattolici e protestanti, Pascal, un vecchio soldato di ventura, si ritrova a Carlomagno, dove viene prescelto come sposo da Sua (strana usanza ma il mondo era rovesciato in quel villaggio sperduto e singolare). Sua intende scrivere la storia di Carlomagno, vuole essere la sua poetessa. Spinge il marito, di solito prudente ed accorto, ad intraprendere un viaggio per recuperare i mezzi per stampare un libro. Recuperano una Bibbia in italiano, tradotta da un calvinista, la leggano di nascosto ed infine arrivano in Val Pellice, la valle degli eretici valdesi. Quando però tornano a Carlomagno è arrivata l'inquisizione, decisa a normalizzare il villaggio e la sua gente. Pascal è accusato di eresia e trascinato al rogo; Sua, incinta ,si è salvata in groppa a sua madre, "in groppa a un demonio, fate voi". E Sua poté stampare il suo libro, e Saverio lo sognò e lo raccontò, perché potesse essere un "pettirosso da combattimento".

Tutto ha preso le mosse da una poesia, anche poco chiara. Alcune parole hanno portato in superficie una coscienza, un alito di libertà, un desiderio irresistibile di conoscere le proprie radici, anche se tragiche. Fra i tanti temi che tratta, le innumerevoli suggestioni, le troppe divagazioni, il romanzo parla della forza della narrazione, del libro scritto e raccontato; e così facendo ci porta in un mondo libero, in quell' Italia protestante che poteva essere un occasione per il nostro Paese, se non fosse stata soffocata, condannandoci ad un destino di ignavia, ignoranza e ipocrisia. E' pertanto un libro politico all'interno dell'involucro della favola.

Il sogno è la parte migliore del romanzo, forse anche perché l'autore si muove in un ambiente familiare. La scrittura è sempre raffinata ed efficace, tuttavia il racconto è dispersivo, troppo spesso un polpettone. Maggiani ha voluto dire troppo ed ha rovinato in questo modo il nucleo fondamentale, costituito dal sogno e dal villaggio immaginario di Carlomagno.

Perché leggerlo ? Ci anima di spirito protestante.



Apprezzamento Medio-Basso
Da non rileggere
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rikipedia.it Mon, 13 Aug 2018 00:00:00 +0100
<![CDATA[L' Arminuta]]> http://www.rikipedia.it/recensioni/LArminuta L' Arminuta

Di Pietrantonio Donatella



Anno: 2017
Pagine: 163
Editore: Einaudi

Letto in italiano
Finito di leggere il 29.07.2018

"Mia madre del mare è morta al piano superiore del letto a castello, una di quelle notti. A vederla non sembrava malata, forse solo un po' più grigia del solito. (...) Al funerale mi accompagnava l'altra madre. Poveradalgisa poveradalgisa, ripeteva torcendosi le mani. Ma poi l'hanno cacciata via, aveva le calze di filanca tutte smagliate e non poteva assistere alla celebrazione in quello stato." Questo sogno perseguita le notti dell'Arminuta, la "ritornata": una tredicenne rimandata alla famiglia di origine, dalla "madre per forza", dopo aver trascorso l'infanzia presso una zia, la "madre del mare". Cresciuta come figlia unica in una casa ordinata e tranquilla, si ritrova catapultata in una famiglia povera e numerosa, con genitori rozzi e apparentemente indifferenti, fratelli chiassosi e sempre pronti allo scherzo anche pesante, un fratellino un po' ritardato, e una sorella più piccola, invadente, già esperta dei lavori di casa, e che si fa la pipì addosso. "Verso sera sono rientrati i ragazzi più grandi, uno mi ha salutato con un fischio, un altro non si è nemmeno accorto di me. Si sono precipitati in cucina sgomitando (...). Si sono riempiti i piatti tra schizzi di sugo, al mio spigolo è arrivata solo una polpetta spugnosa sopra un po' di condimento. (...) I miei primi genitori si sono ricordati dopo cena che in casa mancava un letto per me. Stanotte t'addormi con tua sorella, tanto siete secche, ha detto il padre". Che nostalgia per la vita di prima, per la "madre del mare" e quanta vergogna per una famiglia così ignorante, trasandata e misera ! Ma ciò che è inspiegabile per l'Arminuta sono le ragioni per cui è stata rimandata dai genitori "per forza", e così frettolosamente. Che la madre del mare sia malata ? E se fosse morta nel frattempo ? Con animo in subbuglio e pieno di malinconia l' Arminuta si inoltra in un mondo per lei sconosciuto: trova un appoggio nel fratello più grande (il suo primo innamorato ?), impara ad aiutare in casa, da piccoli segnali scopre lo scontroso amore materno, anche se non lo accetta. "Avevo sentito la mano di mia madre attraversarmi la schiena e fermarsi decisa sulla scapola. Avevo incassato la testa tra le spalle, come un cane pauroso e compiaciuto della prima carezza dopo un lungo abbandono. Ma presto mi ero sottratta con un movimento brusco e allontanata un poco. Mi vergognavo di lei, delle dita screpolate, il lutto sbiadito addosso, l'ignoranza che le sfuggiva di bocca a ogni parola. Non ho mai smesso di vergognarmi della sua lingua, del dialetto che diventava ridicolo quando si impegnava a parlare pulito". E' la sorella Adriana ("indossava vestiti striminziti, scarpe sporche, capelli unti") a rompere la solitudine borghese dell'Arminuta, a farle comprendere la ricchezza affettiva che deriva dalla sorellanza, da un'amicizia che trova forza nella consuetudine, nell'essere gettate insieme nel mondo, nel salvarsi insieme nella complicità. E non poteva che essere Adriana a dirle bruscamente la verità: l'Arminuta è stata abbandonata dalla madre del mare perché quest'ultima aspettava un figlio e non c'era più posto per lei, voluta soltanto perché non si riusciva ad avere una propria creatura. Alla fine del romanzo l'Arminuta ritrova la madre del mare e dall'incontro capisce sé stessa: "come un fiore improbabile, cresciuto in un piccolo grumo di terra attaccato alla roccia".

C'è una parola che sintetizza questo breve romanzo: autenticità. Si è veri se non si guarda il mondo attraverso le forme, le regole e le sembianze, ma si cercano i sentimenti profondi; si è veri se la cultura, l'istruzione, i libri, le conoscenze acquisite a scuola, non sono uno schermo, ma servono a meglio calarsi nella vita reale, a ricercare il senso reciproco di umanità, al di là delle appartenenze di classe, etnia, religione e genere; si è veri se non si ha vergogna della propria lingua, ma non ci si rinchiude in una dimensione localistica e folcloristica. Ritorna il tema già trattato nel romanzo di Elena Ferrante ("L' amica geniale"), anche se in questo caso la ricerca di una vita autentica viene portata avanti all'interno della famiglia, nei rapporti tra figlia e madre e nelle relazioni fra sorelle. La domanda che ci si può porre è la seguente: per quale ragione in questi anni si sente tanto il bisogno di tornare alle fonti primordiali della società italiana, la famiglia e l'amicizia ? Perché sentiamo che la cultura sia insufficiente a farci apprendere "la resistenza" ?

La trama è gracile e i personaggi sono tratteggiati e non approfonditi, cominciando dall'Arminuta, improbabile narratrice. Il pregio fondamentale è la scrittura: si abbandona finalmente la banalità, lo stile da sceneggiato televisivo, si lavora in direzione di una nuova lingua, fatta di frasi brevi ma non spezzettate, di una giusta mescolanza dell' italiano standard con parole dialettali e locali, con risonanze antiche ben collocate in un periodare moderno.

Perché leggerlo ? Una storia interessante anche se solo abbozzata, una scrittura interessante e piacevole.



Apprezzamento Medio
Da non rileggere
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rikipedia.it Sun, 29 Jul 2018 00:00:00 +0100
<![CDATA[Mansfield Park]]> http://www.rikipedia.it/recensioni/MansfieldPark Mansfield Park

Austen Jane



Anno: 1814
Editore: Anthem Press

Letto in inglese
Finito di leggere il 20.07.2018

Una bambina di 10 anni, una parente povera, viene accolta dallo zio, Sir Thomas Bertram, un ricco possidente, autorevole membro del parlamento e della comunità. Sin dall'inizio devono essere chiare le regole: "senza mortificarla troppo, farle ricordare che non è una Miss Bertram"; e Fanny Price risponde bene alle aspettative: piccola per la sua età, senza una particolare bellezza, eccessivamente timida, ritrosa e schiva, "la coscienza di essere una parente povera si accresceva di pari passo con la convinzione che per un essere insignificante come lei fosse giusto non essere felice". In un colloquio con il cugino Edmund, con il quale entra in sintonia sin dalla prima adolescenza, Fanny afferma: "non potrò mai essere importante a qualcuno, che cosa lo impedisce ? (chiede perplesso il cugino), ogni cosa, la mia situazione, la mia mancanza di giudizio, la mia bruttezza". Ma sono proprio la solitudine, la sensazione di essere un'estranea, di dover sempre essere attenta alla forma e alle norme sociali, che contribuiscono a creare una forte personalità, indipendente, impregnata di saldi valori etici. Tutto ciò non le fa perdere la "bussola" nel momento in cui l'intera famiglia si lascia travolgere dal fascino del teatro; approfittando della mancanza di Sir Thomas, lontano per lungo tempo a causa di affari nelle Antille, decidono di mettere in scena una commedia allora famosa, Lover's Vows (Giuramenti di innamorati). E' un periodo di "generale follia", come dirà in seguito Edmund, nel quale tutti escono dai rigidi ruoli sociali, ai quali si devono attenere, per assumere i panni dei diversi protagonisti della commedia, considerata allora licenziosa per la trama e i personaggi. L'unica che si rifiuta con ostinazione a non partecipare è Fanny; ciò le permette di osservare il comportamento degli altri, ed in particolare quello di Edward Crawford, un brillante giovane, che corteggia senza ritegno la cugina più grande di Fanny, malgrado sia già fidanzata. Al ritorno di Sir Thomas tutto sembra tornare nella normalità, con Fanny maggiormente apprezzata dallo zio per il virtuoso contegno tenuto durante la "generale follia". Arriviamo ad un punto di svolta. Sino a questo momento Fanny appare come una ragazza un po' bigotta, un'acqua cheta, anche leggermente opportunista e servile; la sua personalità emergerà pienamente quando dovrà misurarsi con un grave pericolo, per lei così indipendente: un uomo vuole decidere il suo destino. Edward intende "espugnare" Fanny, lui abituato a essere cercato dalle donne ne ha trovato una che lo tiene a distanza, e tutto ciò lo intriga, forse è un capriccio ma l'uomo sembra avere intenzioni serie: è generoso, affabile, con le sue conoscenze ha fatto in modo che il fratello di Fanny fosse nominato luogotenente di marina, è un buon partito, che darebbe agiatezza e sicurezza alla povera ragazza. Ma lei, ormai diciottenne, non lo può accettare. "Stava soffrendo, pensando, tremando, intorno ad ogni cosa, agitata, felice, miserabile, infinitamente grata, enormemente arrabbiata. (...) No, no, no, ella gridò, nascondendo il viso, tutto questo non ha senso, (...) Non voglio, non posso sopportarlo. Non devo ascoltare queste cose. No, no, non pensi a me. Ma lei non sta pensando a me. So bene che tutto questo è niente". Se riesce a resistere facilmente all'assalto di Edward, è ben più difficile contrastare lo zio. Sir Thomas, forte della sua autorevolezza, cerca di convincere Fanny; stupefatto ed anche adirato, per la mancanza di gratitudine e di rispetto, si imbatte in un drastico rifiuto della ragazza. "Con gli occhi fissi intensamente su una delle finestre, ascoltava lo zio, nel più grande turbamento e sgomento". E alla domanda sconcertata dello zio sulle ragioni del rifiuto, la risposta di Fanny è semplice ma rivoluzionaria per i tempi: " non posso amarlo, Sir, abbastanza per sposarlo. (...) Hai qualche ragione, bambina, per pensare male del carattere di Crawford ? (chiede gentilmente lo zio). No, sir, (...) e avrebbe voluto agggiungere, ma ne ho dei suoi principi, e le mancò il cuore" di raccontare al padre della cattiva condotta di Crawford verso la cugina. I problemi di Fanny non sono finiti. Prima deve confrontarsi con Edmund ed anche lui cerca di convincerla, poi viene mandata per alcuni mesi presso i genitori; è uno stratagemma di Sir Thomas per farle vedere quali sono le misere condizioni sociali nelle quali potrebbe vivere in futuro, qualora venisse a mancare l'appoggio dello zio; è opportuno che accetti l'offerta di Edward, il matrimonio con un ricco giovane. La questione si risolve da sola, la commedia non è stato solo un periodo di "generale follia", ha scatenato le forze sottostanti alla rigida vita borghese. La famiglia di Sir Thomas si sgretola, in particolare la cugina abbandona il marito e fugge con Edward. Per Fanny la storia ha un lieto fine: torna a Mansfield trionfalmente e sposa il cugino Edmund.

Affrontare il romanzo dal punto di vista di Fanny è forse una prospettiva ovvia e riduttiva, se si considerano i numerosi personaggi, le problematiche sociali affrontate sotto traccia, ed in particolare il ruolo del teatro nel racconto, la sua funzione demoniaca e liberatrice : tema che ha attirato l'attenzione della maggior parte dei critici, tanto da far dire che non sarebbe possibile leggere il libro senza conoscere Lover's Vows. Al di là del contesto storico, la questione è di grande attualità: quanto può essere scossa l'esperienza di una diciottenne ? Le traversie di Fanny l'hanno rafforzata, è certo, dandole quella personalità che le ha permesso di governare il destino; ma tutto questo è giusto ? Non si sarebbe dovuto proteggere la ragazza, lasciarle la possibilità di crescere serenamente ? Sono queste le questioni che rendono ancora attuale il romanzo.

Il romanzo è molto lungo e non sempre regge il ritmo narrativo; la scrittura è quella tipica di Jane Austen, involuta e complessa. Per essere apprezzato i libro va letto con attenzione e pazienza, ricercando il suo valore nel dettaglio, negli scorci inattesi e sempre puntuali sulla psicologia dei personaggi, nello spirito di indipendenza che anima l'intero libro, nei giudizi taglienti e sempre azzeccati sugli uomini e sulla società.

Perché leggerlo ? Un po' lungo ma vale la pena leggerlo, con pazienza ed attenzione.



Apprezzamento Medio
Da non rileggere
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rikipedia.it Fri, 20 Jul 2018 00:00:00 +0100
<![CDATA[Things Fall Apart (le cose crollano)]]> http://www.rikipedia.it/recensioni/ThingsFallApartlecosecrollano Things Fall Apart (le cose crollano)

Achebe Chinua



Anno: 1958
Editore: Penguin Group

Letto in inglese
Finito di leggere il 18.06.2018

Il romanzo fa parte di una trilogia insieme con altri due libri, No Longer at Ease (1960) e Arrow of God (1964): un grande affresco dell'impatto della colonialismo sulla società africana. In questo racconto il contesto è costituito dai nove villaggi di Umuofia,in Nigeria; il periodo storico è quello che precede immediatamente l'arrivo dei colonizzatori. "Le cose che crollano" narra, appunto, della fine di una civiltà contadina, plasmata dal ciclo delle stagioni e governata da regole sempre uguali a sé stesse. E' un mondo fatto di certezze e nel contempo magico, "popolato di vaghe, fantastiche figure"; gli uomini sono immersi in una natura vivente e sono abituati ad accettarne la benevolenza insieme con l'ira. La vita dell'uomo "dalla nascita alla morte era una serie di riti di transizione che lo portava sempre più vicino ai suoi antenati". Achebe descrive questa società con splendide ed eleganti forme elegiache; lo fa senza compiacimento e nostalgia, perché le sicurezze derivano anche dall'accettazione collettiva di una rigida gerarchia e di una immobilità che imprigiona gli esseri umani. L'arrivo del conquistatore bianco, e della sua religione, non distrugge un mondo idilliaco, dissolve pure leggi e costumi spesso crudeli e incomprensibili, e lascia "Umuofia come un animale stupefatto con le orecchie ritte, sniffando l'aria silenziosa e minacciosa, e non sapendo quale direzione prendere". Sarebbe, tuttavia, riduttivo leggere il romanzo solo nei suoi aspetti sociali e politici; esso narra la storia di un uomo, parla del potere e della sua caduta. Okonkwo è un grande guerriero, la cui fama va oltre Umuofia, tanto da essere considerato dagli anziani "uno dei più valorosi da quando il fondatore del loro clan combatté uno spirito della natura selvaggia per sette giorni e sette notti". Le ricche proprietà e la grande casa, le numerose mogli e i tanti figli permettono ad Okonkwo di ambire ai ranghi più elevati della società. Per l'uomo è il riscatto verso il padre, il quale aveva dilapidato e disonorato la famiglia. E' un grande riconoscimento quando gli anziani del villaggio decidono di affidare a Okonkwo un ragazzo di un'altra tribù, dato come risarcimento per l'uccisione di una giovane di Umuofia. Ikemefuna è solido e forte, ben presto conquista la stima e l'affetto di Okonkwo. Ah ! se fosse lui il suo figlio maggiore, e non invece Nwoye, così fragile da assomigliare al padre di Okonkwo ! Si crea anche una intensa amicizia tra Ikemefuna e Nwoye, il primo nelle parti di fratello maggiore, protettivo ed energico ad un tempo. "L'oracolo delle Colline e delle Caverne" pronuncia la sentenza di morte di Ikemefuna; deve essere ucciso come vuole una legge inflessibile e immutabile per chi è stato dato in riparazione di un delitto. "Questo ragazzo ti chiama padre. Non mettere mano alla sua morte", suggerisce un anziano, annunciando ad Okonkwo la decisione del villaggio. Okonkwo sarebbe esentato dal partecipare all'orrenda esecuzione; ma non può ritirarsi perché ha un ruolo sociale al quale vuole attenersi. E così Okonkwo segue Ikemefuna nel suo inconsapevole tragitto verso la morte. Il povero ragazzo ricorda le parole che le cantava la mamma: "si sentiva come un bambino una volta ancora. Deve essere il pensiero di andare a casa da sua madre". Viene colpito e urla "Padre mio, mi hanno ucciso ! Confuso dalla paura Okonkwo tirò fuori il macete e gli diede il colpo finale. Temeva che fosse considerato un debole.(...) Nwoye aveva sentito che i gemelli erano messi in vasi di terracotta e gettati nella foresta, ma non si era mai imbattuto sin'ora in essi. Vaghi brividi erano discesi su di lui e la sua testa sembrava annebbiarsi, come un solitario viaggiatore che di notte incontra un spirito del male sulla sua strada. Poi qualcosa era andato via dal suo animo. Discese su di lui di nuovo, questa sensazione, quando suo padre entrò quella notte dopo aver ucciso Ikemefuna," Inizia con questo episodio la caduta di Okonkwo, d'altra parte ciò che ha fatto è "il tipo di azione per cui la divinità annienta un'intera famiglia". Durante una festa Okonkwo uccide senza volerlo un giovane di Umuofia: la legge vuole che debba andare in esilio per sette anni, lui e tutta la sua famiglia. Egli accetta il destino; "chiaramente il suo personale dio o "chi" non era fatto per grandi cose". Egli sa anche che quando tornerà al suo villaggio non potrà più ambire ai vertici della società, per quanto possano essere grandi il suo valore e la sua ricchezza. Se Okonkwo si piega alle leggi ancestrali, non può in alcun modo accettare le regole del colonizzatore, soprattutto quando queste lo colpiscono personalmente: il figlio maggiore Nwoye si è convertito al cristianesimo, abbandonando la famiglia, le tradizioni e le antiche divinità. Quando, poi, si accorge che Umuofia si arrende senza lottare, compie un atto individuale di rivolta: taglia la testa al messaggero dell'uomo bianco, un traditore della propria gente. Non gli resta che darsi la morte, impiccandosi: il suo mondo è crollato.

Come nelle tragedie di Eschilo Okonkwo sembra essere mosso solo dal dio, dal suo "chi", dalle regole ancestrali, dai riti senza tempo: non ha colpa, in fondo, se partecipa all'uccisione di Ikemefuna. Achebe è uno scrittore troppo grande per cadere in stereotipi: un tratto importante del romanzo è proprio la psicologia dei personaggi; essi si muovono all'interno delle loro contraddizioni di uomini, tra regole sociali, affetti ed aspirazioni. Erinna, la figlia prediletta di Okonkwo (ah se fosse un maschio !) viene rapita da una vecchia indemoniata per portarla alla dimora della divinità della caverne. La madre la segue, disperata, ma non ha il coraggio di entrare dentro l'antro, tanta è la forza delle religioni antiche. Arriva Okonkwo con il macete, grande guerriero, pronto a difendere e, se necessario, a liberare la figlia prediletta, anche contro la volontà del dio. Ma allora, ci chiediamo, perché la stessa scelta non era pronto a compiere per Ikemefuna e per Nwoye? Per ambizione o semplicemente perché non li amava abbastanza? E poi, perché il Dio lo punisce, anche se lui si era comportato come volevano le crudeli regole ancestrali? Ed ancora perché si è suicidato pur sapendo che colui che si dà la morte può essere seppellito solo da estranei, portando alla rovina l'intera famiglia? Come é scritto nell'introduzione, "i personaggi di Achebe non cercano il nostro permesso per essere umani, non chiedono scusa per essere complessi (o per essere Africani, o per essere umani, o per essere così straordinariamente vivi").

L'ambiente, la storia e i personaggi avvincono perché sono narrati con una scrittura pressoché perfetta; semplice, fluida, capace di mescolare l'inglese con la lingua locale, in grado di trasmettere il fascino ambiguo di una civiltà e i sentimenti così veri e ricchi dei personaggi. E' vero che si parla di Africa, ma la scrittura raffinata e il ritmo narrativo, con le sue sospensioni e l'alternanza di momenti sereni e drammatici, ci conducono in una dimensione universale: ciò di cui si parla è il destino eterno dell'essere umano, oltre il tempo e lo spazio.

Perché leggerlo ? Affascinante, un capolavoro.



Apprezzamento Alto
Da rileggere
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rikipedia.it Mon, 18 Jun 2018 00:00:00 +0100
<![CDATA[Separate flights and other stories]]> http://www.rikipedia.it/recensioni/Separateflightsandotherstories Separate flights and other stories

Dubus Andre



Anno: 1975
Editore: Open Road

Letto in italiano
Finito di leggere il 12.06.2018

"Voli separati" fa parte di una raccolta di racconti, con un unico tema: il disfacimento delle relazioni di coppia all'interno della famiglia nucleare, ormai tipica del ceto medio. E' sufficiente soffermarsi sulla breve storia che dà il titolo all'intero volume per cogliere le caratteristiche letterarie dell'autore e fuggire, il più velocemente possibile, dalla noiosa ripetitività delle situazioni, dei personaggi e dei dialoghi. Beth non riesce a dormire e non accetta di assumere dei sonniferi: desidera sapere perché non riesce a fare una cosa così semplice, come dormire. "Così notte dopo notte andava a letto per restare sveglia. (...) non era attrezzata a risolvere un problema di questo tipo, (...) ciò di cui aveva bisogno era indagare dentro sé stessa, e ciò era un compito doloroso e destinato all'insuccesso. Poiché quando cercava di esplorare sé stessa trovava, oh Dio, non trovava niente." Non restava che farsi un gin. Lee, suo marito, deve andare ad un evento aziendale; come fanno spesso, i due prendono voli separati così da evitare che entrambi periscano in un eventuale incidente aereo (è la teoria del portafoglio della finanza, distribuire i rischi !). Berth incontra un uomo, con il quale ha una relazione occasionale. Ed è proprio questo rapporto fuggitivo ed intenso che porta alla luce le cause profonde del malessere: non amava più suo marito. Da tempo "sospettavi che qualche cosa fosse morto nella tua casa, così ti guardavi intorno e vedevi che era da tempo morto anche nelle case di tutti gli altri; allora eri capace di tornare e guardare sotto il tuo proprio letto e trovare, veramente, un cadavere. Lei accettava questa morte. Essa era naturale e prevedibile come una faccia piena di rughe". Ed infatti non c'è uno sbocco alla crisi matrimoniale, alla perdita dell'amore, perché è una cosa che "soltanto accade e noi non ci possiamo fare nulla".

In una società nella quale tutto si disgrega, anche l'amore, non resta che il ricorso all'alcol: la solitudine è una dimensione esistenziale dalla quale non si può sfuggire perché si basa sull'immobilismo delle relazioni umane, sulla nostra incapacità di amare realmente o di rovesciare la nostra vita. Il profondo pessimismo dell'autore lascia in sospeso le storie, non fa evolvere volutamente la narrazione, creando una trama statica, i personaggi sono freddi, senz'anima, imprigionati in un'esistenza piatta ed opaca. E fa bene la figlia di Berth a reagire con violenza agli avvertimenti della madre ("oh mia bambina, salva te stessa. (...) è una farsa, amore, matrimonio, fedeltà..), ed urlare: "oh perché sei venuta questa notte ! Perché ! Perché! Perché non sei rimasta di sopra ad occuparti delle tue proprie sporche faccende !"

Non c'è speranza, forse è vero; ma si avrebbe desiderato un racconto migliore, con dialoghi intensi, qualche colpo di scena e, soprattutto, con approfondimenti dei personaggi e delle situazioni. Ed invece si è dinanzi ad un ritmo narrativo noioso ed opprimente; peccato perché la scrittura è di ottimo livello.

Perché non leggerlo ? Opprimente e noioso.



Apprezzamento Basso
Da non rileggere
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rikipedia.it Tue, 12 Jun 2018 00:00:00 +0100
<![CDATA[Il bambino del treno]]> http://www.rikipedia.it/recensioni/Ilbambinodeltreno Il bambino del treno

Casadio Paolo



Anno: 2018
Pagine: 238
Editore: Piemme

Letto in italiano
Finito di leggere il 27.05.2018

Troppo spesso dimentichiamo l'importanza dei luoghi per la nostra vita, per la formazione dei nostri sentimenti, per la trasmissione di una memoria individuale e collettiva. Come dice Paolo Casadio, i muri, gli oggetti, i paesaggi hanno il compito di testimoniare il passato, di farlo sopravvivere a noi stessi, anche se "i muri sanno, ma non posso mai dire nulla, solo farsi carico di tanto peso nella loro muta immobilità". Talvolta non sono posti noti o di particolare pregio, sono dei "non luoghi", come la dismessa stazione di Fornello sulla linea ferroviaria Firenze - Faenza. E' con un "groppo di angoscia", che la osserva Lucia, la moglie di Giovannino il nuovo capo stazione: "quel posto affacciato al viadotto, quello slargo di alberi e ginestre attorno alla stazione, quella profondità dietro al fabbricato che poteva nascondere una fenditura o un torrente, quelle stratificazioni di marna che affioravano potenti tra la gariga le rimandavano il quadro di un esilio, il sentimento di un'ostilità invincibile". Sono gli anni tra il 1935 e il 1943, ed invece, forse per un oscuro presentimento, e per un carattere naturalmente timoroso, Giovannino vive l'isolamento come una protezione verso il mondo esterno. "Il monte di Castelpotente vigilava sulla valle, e quel monte stava lì da quando il fondo del mare s'era sollevato dando luogo all'Appennino. Non sarebbe successo nulla. E non succederà mai nulla, signor capostazione. Noi, qui, siamo dimenticati." Così disse il cieco di Piandolci, come un antico vate. Fornello e la piccola famiglia, Lucia e Giovannino con il bambino Romeo, sono la metafora del familismo italiano, di una strategia di vita che racchiude tutto nel mondo degli affetti e nei luoghi vicini e sempre uguali; ma noi sappiamo che è un' illusione, una vana e pericolosa speranza. Con un ritmo lento e sognante il romanzo ripercorre l'infanzia del piccolo Romeo: l'ambiente della montagna, la scuola di paese con maestri e compagni inimmaginabili per noi cittadini, le relazioni con le famiglie contadine, lontane nello spazio ma vicine nei sentimenti. E' un mondo meraviglioso per un bambino, dove i pochi pericoli rientrano nell'ordine eterno delle vicende e delle cose. La natura è amica, in fondo, anche quando c'è la bufera, o i campi, i sentieri e le case sono sommerse dalla neve. Tutto cambia, quando irrompe sulla scena il dramma più terribile della seconda guerra mondiale: la deportazione degli ebrei. Un treno carico di povera gente, destinata alla morte, si ferma per una notte nella piccola stazione di Fornello. Viene concesso di scendere dal treno e dormire e rifocillarsi presso Lucia e Giovannino. Romeo fa amicizia con una bambina: una infantile infatuazione che potrebbe avere un esito drammatico. "Ancora non lo sa ma di niente, in fondo, c'è significato se non quello che vi attribuiamo noi, giacché tutto scompare. E' cresciuto davvero, costituendo l'avvenimento vissuto una sorta di prova iniziatica: è entrato nella terra delle perdite e dei rimpianti, e non c'è nulla di più adulto che comprenderne l'irrimediabilità e il senso. E il senso, in quel dicembre 1943, è davvero difficile da trovarsi".
E' un romanzo sull'infanzia, con sottostante una domanda inquietante per noi adulti: è possibile essere fanciulli ? No, se persino in uno sperduto paesino dell'Appennino un bambino non può crescere sereno. Sembrerebbe che la colpa di questa infelicità esistenziale sia tutta di un mondo esterno impazzito, sia responsabilità degli altri, contro i quali nulla possono fare gli affetti familiari e le amicizie né la natura benigna. E' proprio vero ? Non possiamo svelare il finale; possiamo dire con l'autore che siamo tutti impotenti "a cambiare il corso delle cose, neutralizzare l'accanimento ostile del destino che sovente si tramuta in sentenze inappellabili". E non rimangono che "l'abbraccio, il coinvolgimento, la povera consolazione, (...) la comunanza nel dolore."
Il pregio fondamentale del romanzo è la scrittura, un po' fuori moda forse con il suo italiano classicheggiante, eppure così elegante e raffinata da soddisfare la nostalgia per una bella lingua. Manca, purtroppo, la trama: il ritmo narrativo scorre senza sorprese, se non nelle ultime pagine: una lunga attesa, che non viene colmata dai personaggi, troppo abbozzati, e dalla descrizione dell'ambiente appenninico; ed è quest'ultima una cocente delusione, non essere riusciti a trasmettere l''atmosfera, magica ed antica, di un paesaggio e di una società, ormai tramontata.
Perché leggerlo ? Bello anche se un po' noioso.



Apprezzamento Medio
Da non rileggere
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rikipedia.it Sun, 27 May 2018 00:00:00 +0100
<![CDATA[I doni della vita]]> http://www.rikipedia.it/recensioni/Idonidellavita I doni della vita

Némirovsky Irène



Anno: 1947
Editore: Fermento

Letto in italiano
Finito di leggere il 13.05.2018

La delicata eleganza della scrittura accoglie il lettore sin dalle prime pagine del romanzo: la prosaica e tranquilla vita di una città di provincia, le abitudini quotidiane, i rigidi ruoli sociali, gli amori contrastati, la prevedibile e banale esistenza sono descritte con un tale affettuoso ed ironico dettaglio da desiderare che il racconto continui su questa strada, come se fosse una edizione moderna e ridotta del capolavoro di Marcel Proust (Alla ricerca del tempo perduto), dove realmente nulla accade. Non è così, perché irrompe la guerra ! La storia prende le mosse da uno scandalo: contro la volontà del nonno, potente e ricco industriale, Pierre sposa Agnes, una ragazza senza dote e utili relazioni sociali, della quale è tuttavia profondamente innamorato. La madre di Pierre "pensava confusamente: averlo tanto amato, protetto, preservato da ogni male perché in un attimo mi venga strappato ! Non potrà rimanere a Saint-Elme. Suo nonno non lo permetterà. L'ho perso". Scoppia la prima guerra mondiale e Pierre viene richiamato alle armi. C'è ben altro di cui preoccuparsi. Ci si illude che "una guerra mondiale debba svolgersi quasi senza spargimento di sangue. (...) nessuno Stato vorrà rispondere davanti ai posteri di un simile crimine ! (...) E' impossibile che accada una cosa simile, diceva tra sé e milioni di persone, quella sera, ripetevano le stesse parole. (...) Ma davanti, mio Dio, c'è Pierre, andiamo, c'è Pierre, il mio bambino ! Non è possibile. E' un incubo". (...) E comunque, non le sfuggiva una lacrima. Il suo dolore era troppo strano e troppo forte per consentirle di piangere". Se questi erano i sentimenti contrastanti della madre, gli sposi si erano detti addio con una calma rassegnazione. "Soli, nel silenzio della loro camera, nel calore del loro letto, si erano scambiati, la notte prima, il bacio dell'addio, un bacio muto e profondo, senza lamenti, senza inutili recriminazioni. Ora le loro labbra erano stanche e senza vita". Quando tornano a casa in licenza, i soldati non raccontano ciò che succede realmente al fronte, vorrebbero tener distinte la guerra dalla vita dei propri cari. "Bastiamo noi a soffrire", pensano. Ma non è possibile. Anche Saint- Elme è sovrastata dai bombardamenti, dalle colonne di profughi e di militari in fuga, dall'occupazione tedesca. La popolazione resiste pervicacemente. D'altra parte, "la guerra passerà, noi passeremo, ma ci saranno sempre questi semplici e innocenti piaceri: la freschezza, il sole, una mela rossa, il fuoco acceso d'inverno, una donna, dei bambini, la vita di ogni giorno...il fragore, il frastuono delle guerre finiranno per spegnersi". E' una vana speranza: terminata la prima grande mattanza ne segue un'altra, ancora più terribile. "Si attendeva la guerra come l'uomo attende la morte. Sa di non poterle fuggire; implora solo una proroga". E' la seconda guerra mondiale. Questa volta è Guy, il figlio di Pierre e di Agnes, ad essere richiamato al fronte. Durante una licenza, Rose, la moglie di Guy, gli annunzia di aspettare un figlio: "é orribile questa guerra... No, non ridere. Sono una femmina, sono puerile. Ma che vuoi ? Vedo le cose da donna. (...) Ti ricordi il libro che mi hai fatto leggere, (...) un condottiero fa dell'ironia perché l'uomo che ha mandato a morire ha la moglie che lo aspetta a casa, con la lampada accesa sul tavolo e i fiori sulla tovaglia, e le lenzuola pulite nel letto ? Ma è lei che ha ragione e io, io....(...) Sono molto felice, ripeteva lui senza guardarla, con una strana timidezza, molto, molto felice. (...) Era una sensazione di trionfo. Ah, ti prendi gioco di me, ma anch'io mi prendo gioco di te. (...) Vuoi distruggermi e io vivo ! Vuoi togliermi ogni speranza ? Guarda, mi sposo, amo, godo, ho un figlio ! E più ti accanirai contro di me, più m'impunterò dal canto mio !"

Da molti il romanzo è visto come la storia di una famiglia borghese e di provincia durante le due guerre mondiali. E' un approccio riduttivo ad un libro, che parla di come i sentimenti, quelli veri, resistono ad ogni tempesta e permettono agli uomini di superare qualsiasi disastro. Pierre e Agnes si cercano continuamente, si allontano e si ritrovano; non c'è forse la passione che ci aspetteremmo, c'è invece una grande tenerezza. In conclusione del romanzo Agnes ritrova il marito dopo un lungo e difficile viaggio in mezzo alla guerra. E' vivo, è salvo. "Lei si fermò sulla porta, presa da un tremito tale che non riusciva a proseguire. Lui sembrò intuire la sua presenza. Le andò incontro, Sei tu ? Mio Dio, finalmente sei tu !, disse lui. Li guardavano tutti. Si baciarono di sfuggita, in modo maldestro. Nessun bacio, nessuna stretta riuscivano a esprimere la gioia dei loro cuori".

E' una storia borghese ? Forse, ma esprime la forza che permette di sopravvivere e di ricostruire dopo i più terribili disastri. E' come una donna, con la sua sensibilità e dolcezza, vede una delle più assurde follie dell'uomo: la guerra. Si può parlare di morte senza esserne affascinati: una lezione per il nostro tempo, percorso da tanta violenza, reale e narrata.

Perché leggerlo ? E' un capolavoro, per la sua splendida scrittura.



Apprezzamento Alto
Da non rileggere
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rikipedia.it Sun, 13 May 2018 00:00:00 +0100
<![CDATA[Il Leone di Damasco]]> http://www.rikipedia.it/recensioni/IlleonediDamasco20180105 Il Leone di Damasco

Salgari Emilio



Anno: 1910
Pagine: 305
Editore: RBA Italia

Letto in italiano
Finito di leggere il 01.05.2018

Il romanzo dovrebbe essere il proseguimento di "Capitan Tempesta", un racconto ambientato a Famagosta nel 1517 durante la guerra tra veneziani e turchi. La protagonista era una giovane nobildonna: abile spadaccina, travestita da uomo si era messa alla ricerca del fidanzato, rapito dalla terribile Haradja. Salgari era riuscito a costruire una storia piena di fascino, lavorando sull'ambiguità uomo- donna, su vigorose figure femminili e su un colpo di scena finale: l'amore tra Capitan Tempesta e il Leone di Damasco, innamoramento, che non teneva conto delle diverse appartenenze, nazionali e religiose. Ci si aspetterebbe la stessa atmosfera intrigante e la medesima libertà dalle convenzioni. E l'avvio promette bene, anche se alcuni segnali fanno capire, sin dall'inizio, che la storia prenderà pieghe diverse. Si parte dalla figura di Haradja: "bellissima giovane (...) gli occhi nerissimi, (...) i capelli lunghissimi, sciolti, d'una tinta che aveva i riflessi delle ali dei corvi... (...) aveva l'insieme del suo volto (...) qualcosa di duro e di energico che tradiva subito la donna turca, sempre crudele in fondo, come le avevano orami abituate i sanguinari sultani del XV e del XVI secolo". Haradja non è più una donna anti conformista: è parte di una genia crudele e sanguinaria, quella dei turchi, e uccellacci neri, "mangiatori di morti", sono il simbolo vivente di migliaia e migliaia di cadaveri, lasciati al sole per essere spolpati. Un clima cupo e mortifero attraversa l'intero racconto e priva di spinta narrativa le avventure, che, malgrado tutto, Salgari cerca di costruire. Haradja vuole vendicarsi di Capitan Tempesta, che l'ha ingannata facendosi passare da uomo e del quale si era invaghita, ed intende anche punire il Leone di Damasco, già suo fidanzato e che l' aveva abbandonata per la nobildonna cristiana. Rapisce, quindi, il figlio della coppia e il padre del Leone di Damasco. Li ha in pugno: sovrastata dall'odio e soprattutto dall'orgoglio, sfida a duello Capitan Tempesta. "I due cavalli si erano urtati così impetuosamente, che per poco non gettarono di sella le padrone, poi fu uno scrosciare d'armi sulle armature. (...) Haradja continuava ad assalire, tentando di far abbassare quella spada che aveva dei lampi di fuoco sotto i raggi già cocenti del sole. (...) Per la morte di Allah !, bestemmiò la nipote del Bascià (Haradja), (...) Sei salda come una roccia, tu ?..Eppure io ti ucciderò ! (...) Si udì un grido, o meglio, un urlo di belva ferita, poi la nipote del grande ammiraglio rovinò al suolo con gran fragore d'acciaio. (...) Finisci la tigre d'Hussiff !", gridò il Leone di Damasco; ma numerosi soldati turchi sopraggiunsero impedendo a Capitan Tempesta di sopprimere la terribile rivale. E' il momento migliore del romanzo; poi, la narrazione perde di mordente: Haradja e Capitan Tempesta scompaiono dal racconto, il Leone di Damasco è presente ma in secondo piano, sbiadito e irrilevante, emergono personaggi minori, che, come spesso succede in Salgari, cercano di dare brio e di creare una dinamica nei ruoli; dovrebbero far da spalla al protagonista, ne evidenziano l'insussistenza. Emerge, invece, una figura realmente esistita: Sebastiano Veniero, grande comandante della flotta veneziana, al quale, secondo Salgari, sarebbe dovuta la vittoria di Lepanto contro i turchi. Il racconto si chiude stancamente.

Il libro fu pubblicato nel 1910, un anno prima della guerra di Libia (1911-1912), che contrappose l'Italia all'impero Ottomano. E' possibile che Salgari abbia cavalcato sentimenti diffusi presso l'opinione pubblica: il turco come crudele oppressore di popoli, sanguinario e traditore. Il romanzo abbonda di stragi, torture, scorticamenti, squartamenti ed altre orride gesta: non c'è pietà da parte dei turchi così come cavalleresco rispetto dei vinti. E i cristiani sanno morire con onore, bisbigliando il Miserere "nello spasimo atroce dell'orribile supplizio" ! C'è tuttavia troppo accanimento per pensare che il clima mortifero del romanzo risponda solo ad una esigenza editoriale o ad un rigurgito nazionalista dell'autore. Salgari si uccise l'anno successivo la pubblicazione, nel 1911 : lo scrittore viveva ormai in una profonda depressione, con frequenti crisi auto distruttive e numerosi tentativi di suicidio; il romanzo riflette lo sconforto di Salgari e il fascino di una fine truculenta. Nel contempo il racconto risente di una stanchezza e di una mancanza di idee, che lo scrittore cerca disperatamente di compensare ricorrendo a modelli preconfezionati, non più inseriti in un contesto narrativo dinamico: ne sono una prova la ripetitività dei dialoghi e delle scene, la debolezza dei personaggi e le rare descrizioni di paesaggi, quest'ultime a fronte di una peculiarità del romanzo: digressioni storiche, generalmente poco presenti nella produzione di Salgari, un chiaro segno di una ormai fragile vena narrativa.

Perché non leggerlo ? E' un canto del cigno, un amaro e triste epilogo di un grande scrittore.



Apprezzamento Basso
Da non rileggere
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rikipedia.it Tue, 01 May 2018 00:00:00 +0100
<![CDATA[You, Me & other People]]> http://www.rikipedia.it/recensioni/YouMeaotherPeople You, Me & other People

Kearney Fionnuala



Anno: 2015
Pagine: 419
Editore: Harper

Letto in italiano
Finito di leggere il 07.04.2018

Terminata con fatica la lettura di questo libro, mi pongo la domanda: noi maschi siamo così narcisi da pensare a noi stessi anche quando dichiariamo il nostro amore e chiediamo perdono? A conclusione del romanzo, dinanzi alle rimostranze vittimistiche di Adam, il marito infingardo (i miei genitori "non mi amarono a sufficienza ed ultimamente neanche tu"), Beth, la moglie tradita, dichiara, prendendogli la mano, "ti amai con tutto il mio cuore. (...) Il problema non fu mai quanto, o se ti amassi. Era il modo con il quale tu ricambiavi l'amore. Metti prima te stesso, non me". Tradimenti, segreti e bugie attraversano l'intera narrazione. Beth ha scoperto che Adam la tradiva da tempo con un'altra donna, più giovane e di grande fascino erotico. Lo caccia di casa: Adam si dispera, ma non fa nulla per riconquistare la moglie, non abbandona l'amante. Adam ha avuto una relazione molti anni prima: a suo dire un incontro fuggitivo, dal quale, tuttavia, è nato un figlio. Non ha ritenuto di dire nulla alla moglie perché, così dirà una volta scoperto, la madre del bambino voleva crescerlo da sola. A parte il fatto che questa donna è la principale cliente del suo fondo d'investimento (tanto occasionale non poteva essere la relazione !) Adam è costretto a svelare il segreto: il bambino è affetto da leucemia e solo un trapianto di midollo della sorellastra (la figlia di Adam e Beth) può dare qualche speranza di salvezza. Adam ha sempre detto alla moglie che i suoi genitori sono morti in un incidente stradale: ovviamente non è vero, si sono suicidati. Ricapitoliamo: ha tradito Beth, non le ha detto che aveva un figlio, ha tenuto nascosto la verità sulle vere ragioni per le quali è rimasto orfano. Non basta ! Beth ha deciso di vendere la casa coniugale; nel fare il trasloco trova tra le cose del marito fotografie e regali per il bambino, dimostrano come Adam avesse sempre seguito la vita del figlio. E' l'ennesima bugia ! E ce ne sarebbero altre, che risparmiamo al povero lettore !

Accanto ai segreti e alle bugie di Adam ci sono le storie di altri personaggi, a cominciare dalle vicende e dai sentimenti di Beth. Mentre gli altri si evolvono, cambiano, liberandosi dal passato e trovando nuove strade, Adam è sempre lì: dichiara il suo amore, dà per scontato il perdono, si stupisce di non essere nuovamente accolto. E Beth ? Si è vero, si è fatta un'altra vita, ma respinge l'ex marito con dolcezza materna, quasi con colpa. Ed allora mi chiedo: non è che noi maschi siamo fatti così, fatui, egocentrici, fragili e sempre pronti a farci compatire, perché immenso è l'affetto delle donne per noi ?

La storia è esageratamente densa di vicende, anche inverosimili, a scapito dell'approfondimento dei personaggi, ripetitivi e scontati. La struttura rende particolarmente pesante il romanzo: i capitoli si susseguono alternando l'io narrante: una volta Beth, un'altra Adam, e così per tutto il racconto. Questo espediente letterario, apparentemente originale, non dà ritmo narrativo; inoltre, prevalgono i dialoghi, di fatto soliloqui, con gli interlocutori meri megafoni dell'io narrante. Sembra, quasi, che l'autrice non sia stata in grado di analizzare i personaggi così come il contesto (totalmente carente) e si affidi alla forma del colloquio: modalità che non può reggere la narrazione quando si tratta di prosa, e non di teatro, dove ci sono gli attori che danno forza ai personaggi.

Perché non leggerlo? Storia inverosimile e superficiale, ritmo narrativo noioso, racconto prolisso.



Apprezzamento Basso
Da non rileggere
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rikipedia.it Sat, 07 Apr 2018 00:00:00 +0100
<![CDATA[I Promessi Sposi]]> http://www.rikipedia.it/recensioni/IPromessiSposi I Promessi Sposi

Manzoni Alessandro



Anno: 1827
Pagine: 811
Editore: Edizioni Ares

Letto in italiano
Finito di leggere il 18.03.2018

I Promessi Sposi sono ambientati nel Seicento, nel Ducato di Milano allora possedimento della Spagna; non è un romanzo storico, anche se molti avvenimenti sono realmente accaduti; parla, invece, al presente, con un messaggio di chiaro stampo conservatore: ci dobbiamo affidare alla Divina Provvidenza, perché siamo parte di un grande disegno, a noi incomprensibile. Così spiega il cardinale Federigo Borromeo a Lucia, appena liberata dall'Innominato: "Povera giovine, Dio ha permesso che foste messa a una gran prova; ma v'ha anche fatto vedere che non aveva levato l'occhio da voi, che non v'aveva dimenticata. V'ha rimessa in salvo; e s'è servito di voi per una grand'opera, per fare una gran misericordia a uno, e per sollevar molti nello stesso tempo". La trama, i personaggi, la scrittura non hanno una loro autonomia, sono al servizio di una "morale", di una visione della società, che vuole che il popolo stia quieto, in attesa dell'intervento salvifico di Dio, e della sua Chiesa. A ciascuna delle parti del libro corrisponde uno slogan. Il primo blocco di capitoli, dal I all'VIII, è ambientato in un piccolo paese vicino Lecco, parla della vita degli umili, loro malgrado travolti dai guai, di cui non hanno alcuna colpa. Facciamo conoscenza dei due protagonisti, Renzo e Lucia, il giovane un miscuglio di furbizia contadina e di irruenza popolana, la ragazza un insieme di devozione superstiziosa e di apparente docilità; ci sono poi gli altri personaggi: Agnese, la madre di Lucia, che incarna il buon senso contadino, Don Abbondio, il curato del villaggio, rappresentativo della fragilità morale e caratteriale del basso clero, fra Cristoforo, un padre cappuccino dal passato travagliato, che a sua volta personifica il tormento di una fede faticosamente raggiunta, tra volontà di ribellione e ubbidienza al Signore; ed infine il cattivo, Don Rodrigo, simbolo del sopruso e del capriccio, di un uso del potere senza giustizia. La vicenda è quella di sempre, nella campagne d'Italia come di tanti altri paesi. Lucia è oggetto del desiderio di Don Rodrigo e a nulla valgono le astuzie di Agnese e gli accorgimenti di fra Cristoforo: Renzo e Lucia devono separarsi ed abbandonare il paesello nativo. Così come il romanzo si apre con la famosa descrizione delle montagne di Lecco, selvagge ed amene ad un tempo, i primi capitoli si concludono con uno dei brani più suggestivi dell'intero libro. "Addio, monti sorgenti dall'acque, ed elevati al cielo, note a chi è cresciuto tra voi, e impresse nella sua mente, non meno che lo sia l'aspetto de' suoi più familiari; (...) Quanto è triste il passo di chi, cresciuto tra voi, se ne allontana ! (...) Chi, staccato a un tempo dalle più care abitudini, e disturbato nelle più care speranze, lascia que'monti, per avviarsi in traccia di sconosciuti che non ha mai desiderato di conoscere, e non può con l'immaginazione arrivare a un momento stabilito per il ritorno !" Se avessimo un po' di questa affettuosa compassione, forse riusciremmo ad affrontare l'immigrazione con umanità, e non ci faremmo sovrastare dalla paura e dall'odio ! I due capitoli successivi, IX e X, narrano della Monica di Monza: una giovane costretta a farsi suora di clausura e che non accetta il proprio destino. Manzoni ci parla della virtù cristiana della rassegnazione: non essersi affidata alla fede, e quindi al volere di Dio, condurrà la disgraziata all'empietà, al punto di tradire Lucia, che le era stata affidata, consegnandola ai bravi dell'Innominato. Talvolta sembra che Manzoni stia per approfondire i sentimenti, senza dubbio controversi, della povera donna; poi, lo scrittore si limita ad una arida biografia della monaca e a vaghi cenni psicologici, non si sofferma perché è inutile al suo scopo, non gli interessa la vita reale, ciò che gli preme è fornire una morale universale. Nei capitoli dall'XI al XVIII il racconto ha come oggetto la grande rivolta per il pane, che sconvolse Milano nel 1628, e del ruolo che ne ebbe Renzo, trasformatosi ingenuamente in capo popolo. E' una lunga digressione, che serve a questo: è inutile e dannoso ribellarsi, non porta a nulla e soprattutto il popolo, nella sua dabbenaggine e volubilità, si lascia ingannare e viene di fatto manipolato. Come dirà Renzo, "per governarsi meglio in avvenire. Ho imparato a non mettermi nei tumulti: ho imparato a non predicare in piazza, ho imparato a guardare con chi parlo..." Siamo arrivati a quella che dovrebbe essere la parte centrale del romanzo: la conversione dell'Innominato, un uomo talmente iniquo e potente, che non si osava persino pronunziarne il nome, "significava qualcosa d'irresistibile, di strano, di favoloso... la sua vita era un soggetto di racconti popolari". I capitoli che lo riguardano sono quelli che vanno dal XIX al XXVII; la trama li vorrebbe il punto di svolta, la lotta tra il bene e il male, con il bene trionfante: niente di tutto questo. Il colloquio di Federigo Borromeo con l' Innominato non è altro che una lunga e stucchevole predica del primo, con il secondo che ascolta, già sconfitto prima ancora di presentarsi all'incontro. D'altra parte la crisi dell'Innominato non è di origine etica (la coscienza del male che ha fatto) né prende le mosse da un atto di amore (verso la misera Lucia); alla sua base ci sono il terrore di Dio e la paura della morte. "Invecchiare ! morire, e poi ? (...) ora, gli rinasceva ogni tanto nell'anima l'idea confusa, ma terribile, d'un giudizio individuale, d'una ragione indipendente dall'esempio, (...) il sentimento d'una solitudine tremenda. (...) Quel Dio di cui aveva sentito parlare, ma che, da gran tempo, non si curava di negare né di riconoscere, (...) gli pareva di sentirlo gridar dentro di sé. Io sono però". Ed è questo il senso dei lunghi capitoli che riguardano la conversione dell'Innominato: affermare che Dio esiste. Attenzione ! Non Cristo, che ha sofferto sulla Croce, ma il Dio del Vecchio Testamento, implacabile e inafferrabile, al quale non resta che piegarsi. L'astratto moralismo sottostante all'incontro tra Federigo e l'Innominato è evidente se si confronta questo colloquio con la drammaticità e la profondità del capitolo dei Fratelli Karamazov "il Grande Inquisitore"; qui la fede è un tormento tra libertà di giudizio e tutela imposta dalla Chiesa. Come il Grande Inquisitore, Manzoni pensa che "non è la libera decisione (...) quello che importa e neppure l'amore, ma il mistero al quale (gli uomini) devono inchinarsi ciecamente, anche contro la loro coscienza". Torniamo ai Promessi Sposi. "Finalmente nuovi casi, più generali, più forti, più estremi, arrivarono anche fino a loro, fino agli infimi di loro, secondo la scala del mondo: come un turbine vasto, incalzante, vagabondo, scoscendendo e sbarbando alberi, arruffando tetti... (...) va a cercare negli angoli le foglie passe e leggieri, che un minor vento vi aveva confinate, e le porta in giro involte nella sua rapina". E' la peste (capitoli dal XXVIII al XXXV). Il capitolo fondamentale è il Trentaquattresimo, che andrebbe letto e riletto, per la sua forza evocativa e il crudo realismo. Manzoni lo fa precedere da una interessante digressione storica, nella quale spiega le cause dell'epidemia (la carestia, la guerra, l'indifferenza e l'incapacità delle autorità, la superstizione) e approfondisce i meccanismi politici, culturali ed individuali, che travolsero una società apparentemente ben ordinata. Sono "un ronzio confuso di voci supplichevoli, (...) una massa enorme e confusa di pubblica follia", nella quale solo la Chiesa è capace di farsi carico dei derelitti, dei malati e dei moribondi. Ed arriviamo, finalmente, al capolavoro: Renzo entra in Milano alla ricerca di Lucia, che troverà sana nel lazzaretto; la descrizione del suo vagare nella città lombarda è l'occasione per un commosso affresco della peste e delle sue vittime. "Scendeva dalla soglia d'uno di quegli usci (...) una donna, il cui aspetto annunziava una giovinezza avanzata, ma non trascorsa, (...) La sua andatura era affaticata, ma non cascante; gli occhi non davan lacrime, ma portavan il segno d'averne sparse tante; c'era in quel dolore un non so che di pacato e di profondo, che attestava un'anima tutta consapevole e presente a sentirlo. (...) Portava essa in collo una bambina di forse nov'anni, morta, ma tutta ben accomodata, co' capelli divisi sulla fronte, con un vestito bianchissimo, come se quelle mani l'avessero adornata per una festa promessa da tanto tempo, e data per premio.(...) Un turpe monatto andò per levarle la bambina dalle braccia, (...) No, disse, non me la toccate per ora; devo metterla io sul carro". Questo passaggio, ed molti altri ancora, testimoniano una tale empatia da travolgere l'algido moralismo; ci conduce, senza filtri ideologici, alla sofferenza di tanti popoli, nel passato come nel presente: in Siria, nei campi profughi sparsi dappertutto, con i milioni di persone in fuga dalla crudeltà e dalla violenza. Manzoni, qui veramente, si erge nell'universale, al di là del tempo e dello spazio, come un'idea platonica, che racchiude in sé il dolore di tutto i miserabili del mondo. Dopo la peste i capitoli successivi (gli ultimi dal XXXVI al XXXVIII) sono veramente poca cosa. Come una bella fiaba tutto si conclude per il meglio: Renzo e Lucia si sposano e vivranno felici e contenti. I guai ci vengono addosso, ma "la fiducia in Dio li raddolcisce, e li rende utili per una vita migliore". E' proprio vero ?

Come tanti, lessi i Promessi Sposi a scuola e non mi piacque. Diedi la colpa all'obbligo e alle interrogazioni. Rileggendolo dopo molti anni mi sono confermato nel giudizio di allora: è un romanzo veramente brutto. Il suo moralismo asfissiante toglie ritmo narrativo, rendendolo noioso e prolisso, non dà vita ai personaggi, che sono degli stereotipi e cadono spesso nella macchietta ( come Don Abbondio), ed infine rinsecchisce la scrittura. Il famoso italiano di Manzoni, preso a riferimento dalle grammatiche, è una lingua artefatta. Non mi riferisco tanto al fatto che contadini, come Lucia e Renzo, parlino un italiano perfetto (scappare dal dialetto è purtroppo una costante della nostra letteratura), quanto all'uso estremo della punteggiatura, che spezzetta le frasi, appesantisce il periodare, impedisce di creare atmosfera: la scrittura riduce il discorso a cronaca, accentua l'alterigia, non è fonte di suggestioni. Non parliamo dei giudizi moralistici, dei quali è impregnato il romanzo: diciamo sinceramente che Manzoni poteva evitarli, perché sono veramente irritanti.

Se è un romanzo così brutto, perché è diventato un pilastro della letteratura ? Perché non porre al centro Fogazzaro, Ippolito Nievo, Federico Tozzi, Collodi, Matilde Serao e la grande Deledda ? Sarebbe interessante che i critici rispondessero a queste domande. Azzardo una spiegazione: i Promessi Sposi rispecchiano la visione della classe dirigente post unitaria, un élite ristretta che voleva un popolo assente e supino. Il romanzo di Manzoni ha contribuito a consolidare questa visione, facendola diventare una corrente sotterranea nella nostra cultura, della quale non ci siamo più liberati.

Perché non leggerlo ? Noioso, arido, insopportabile.



Apprezzamento Basso
Da non rileggere
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rikipedia.it Sun, 18 Mar 2018 00:00:00 +0100
<![CDATA[Menzogna e sortilegio]]> http://www.rikipedia.it/recensioni/Menzognaesortilegio Menzogna e sortilegio

Morante Elsa



Anno: 1948
Pagine: 706
Editore: Einaudi

Letto in italiano
Finito di leggere il 11.02.2018

Elisa si aggira per le stanze, nel silenzio e nella solitudine, e quando si imbatte a tradimento nella sua immagine, le sembra di vedere "una forma muoversi in queste funebri acque solitarie, (...) come una medusa", non una santa: "piuttosto una strega". E' proprio per spiegare il sortilegio, che l'ha portata a rinchiudersi in poche camere, Elisa ci offre il racconto della sua famiglia: ed è "un'apparenza di ombre", un "morbo fantastico", che parla di amore e di morte, come nei libri di fiabe: "di te Finzione, mi cingo, fatua veste". Il romanzo si può articolare in due parti. Nella prima Elisa non ha conosciuto i fatti e i personaggi, dei quali narra: tutto è filtrato da reminiscenze di chi era ancora vivente quando lei era bambina, o da indizi, carte e luoghi. D' altra parte, "il passato e il futuro sono due campi di nebbia e di vertigini, che i vivi non possono esplorare se non con la fantasia e con la memoria. (...) A che serve sondare questa reggia della morte ? Il solo tentativo di sondarla produce angoscia e nausea, come quando ci si affaccia ad un precipizio". Non sapremo mai se ciò che ci racconta sia vero, anche perché sembra la narrazione di un grande inganno, di menzogne, che vogliono rivestire di "fuoco e splendore" la persona amata. Così il nonno materno è un furfante ed un ignavo, ma avvince la figlia Anna con storie meravigliose, di viaggi, gioielli, onori e gloria; ed Anna dimentica di vivere in povertà e scarica la sua rabbia sulla madre Cesira, donna gretta e disperata. I nonni paterni sono laboriosi contadini e potrebbero essere un'ancora di solida concretezza: il figlio Francesco è però nato da una relazione fugace della madre con un malandrino, anche lui affabulatore e venditore di "fumo". Non ci si deve stupire se Francesco, andando a studiare in città, si presenta come un barone, per di più con idee rivoluzionarie. E che dire di Edoardo, il ricco cugino della misera Anna: affascinante, di lineamenti femminei, vacuamente intelligente, innamorato di sé stesso, pronto ad amare, illudere e tradire chiunque, solo per l'ambiguo piacere di divertirsi. Troppo ingenui Anna e Francesco per non cadere nelle sue spire tentatrici: Anna si innamora del cugino, sognando un legame, che non potrà mai concretizzarsi per la differenza di censo e soprattutto per il carattere di Edoardo, troppo superficiale per un rapporto duraturo e responsabile; Francesco crede di aver trovato un amico sincero in Edoardo, e non si accorge che è condotto per mano da un amore vero (quello della prostituta Rosaria) ad uno vagheggiato e idealizzato, la passione per Anna. E così Anna e Francesco si trovano sposati, come in un sortilegio: Anna ama Edoardo e si unisce a Francesco per disperazione, quest'ultimo ha ingannato la donna, spacciandosi per ricco proprietario e giovane in carriera. A questo punto entra in scena Elisa, non più solo narratrice. "Finito è d'ora innanzi il mio privilegio d'assistere, sola spettatrice, a una commedia di spiriti. (...) Una lucida insonnia s'impadronisce di me, e io, nella camera taciturna e spopolata, altro non potrò interrogare d'ora innanzi che la mia vera memoria. Altro non potrò raccontare, cioè, se non le cose che vidi coi miei occhi, udii coi miei propri orecchi, e di cui mio padre e mia madre, nella loro diversa insania, mi fecero confidente e testimone". Essere protagonisti è un atto di maturità, e nel contempo di dolore, perché non ci si può difendere con la rimembranza immaginaria. "I ricordi, come animali giaciuti in letargo, si scuotono al mio richiamo, e si avvicinano a me con passi vellutati e funebri". L'esperienza dell'Elisa adolescente è veramente straordinaria; non è solo partecipe di una relazione cattiva e perversa, causa del declino psicofisico dei suoi genitori; la ragazza è inghiottita in una sorta di triangolazione che vede da un lato Francesco ed Anna e dall'altro il fantasma di Edoardo, morto di tisi. Per compiacere Concetta, la madre ormai pazza di Edoardo, ma in realtà per appagare sé stessa, Anna inventa un epistolario di lettere del cugino. Che virtù aveva questa finta corrispondenza ? "Vi abitava, piena di festa e di fuoco, un Pensiero: (...) aveva movenze ispirate, costume cavalleresco, e una civetteria gettata, in guisa di spavalda e leggera armatura, sull'amara sua voluttà. Inoltre, la sua bellezza ombrosa, sventolava come orifiamma la fatuità adolescente, la cara, veniale fatuità". Ma chi era veramente l'autore di questo carteggio ? Il Cugino nella sua forma eterea di fantasma, o Satana, come potrebbe risultare dai "timbri infernali" delle lettere, o Anna stessa, come avrebbe detto qualsiasi medico, "ibrido frutto d'una povera mente morbosa". Se così fosse, "il finto Epistolario si trasforma in me in uno specchio, in cui l'amato viso di Anna mi appare così imbruttito e stravolto, che memoria, volontà e fantasia mi suggeriscono di scegliere una menzogna in luogo di questa diagnosi. (...) Di Anna, di questo duplice mio idolo, della mia dormiente, preziosa Fenice, fa un oggetto di miseria e di pietà. E infine, sull'Epistolario fantastico, sul nostro carteggio famoso, sparge il triste pallore dell'insania, e l'informe noia della morte". Ed allora l'Epistolario fantastico, così come tutto il romanzo, viene ad essere una "strofa d'amore", un modo disperato con il quale "lo spirito che presiede alle fanciullaggini" cerca di vincere la morte, "almeno per gioco".

Il romanzo ha un impianto ottocentesco: trama complessa, meticolosa descrizione degli ambienti, analisi approfondita dei personaggi, scrittura riccamente vaporosa, di una eleganza raffinata. Non bisogna, tuttavia, lasciarsi ingannare; se amore e morte sono tra loro strettamente intrecciati, perché appena si ama si sa già che la persona amata si estinguerà, solo sognare, fantasticare, mentire agli altri e a sé stessi, ci permettono di sopravvivere, di limitare la sofferenza. Il sortilegio sta in questo: Elisa preferisce chiudersi nelle stanze solitarie, ad inseguire le proprie ombre, invece di misurarsi con la realtà e ripercorrere le insane aspirazioni di chi l'ha preceduta. Il romanzo non parla forse della coscienza di Elisa ? Esso non può essere frutto della sua mente malata ? Lo sa solo il Gatto Alvaro, compagno fedele di Elisa. "Quando ogni luce è spenta, accendi al nero le tue pupille, o doppiero del mio dormiveglia, e s'incrina la tregua solenne, ardono effimere mille torce, tigri infantili s'inseguono nei dolci deliri".

Nel leggere Menzogna e Sortilegio la mente corre a Thomas Mann. Siamo nel Meridione d'Italia, i colori e i personaggi sono quelli del nostro Sud; eppure c'è la stessa demolizione del romanzo tradizionale e si respira la medesima aria di decadimento, di lento declino verso la morte. Dispiace l'eccessiva lunghezza: siamo dinanzi ad un'opera di grande originalità, che meriterebbe di essere nuovamente scoperta e letta.

Perché leggerlo ? Una splendida scrittura e viva la fantasia !



Apprezzamento Medio-Alto
Da non rileggere
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rikipedia.it Sun, 11 Feb 2018 00:00:00 +0100
<![CDATA[L'uomo di Elcito]]> http://www.rikipedia.it/recensioni/LuomodiElcito L'uomo di Elcito

Cimatti Maximiliano



Anno: 2017
Pagine: 250
Editore: Meridiano Zero

Letto in italiano
Finito di leggere il 05.01.2018

Il brigantaggio fu una piaga endemica dello Stato Pontificio così come del Regno delle Due Sicilie; tra il 1860 e il 1870 il fenomeno assunse un forte connotato anti unitario, non tanto per un legame con i vecchi regimi, quanto come reazione ad uno Stato che si preannunciava centralistico, burocratico e repressivo verso le classi popolari. Lo scontro tra le bande e l'esercito della nuova Italia fu violento; si ricorse ad esecuzioni sommarie, che coinvolsero la popolazione civile accusata di dare sostegno ai briganti. "L'uomo di Elcito" è ambientato nelle Marche nel 1866. Non è un romanzo storico: il contesto è l'occasione per parlare di come un uomo da "guscio vuoto" giunga ad avere una sua identità, non per scelta ma perché trascinato dagli avvenimenti. Il protagonista è il sergente Toschi. Con grande abilità narrativa il romanzo si apre con il racconto al colonnello Negri del colera, che infestò Ancona nel 1866.
Toschi con alcuni soldati era rimasto nella città marchigiana mentre gli abitanti e gli altri militari l'abbandonavano per timore del contagio; in realtà Toschi non aveva seguito gli altri perché lui e i suoi compagni erano stati messi in prigione. Al colonnello il sergente disse un'altra storia: con grande coraggio il suo drappello aveva presidiato la città. Emergono fin dall'inizio le capacità manipolatorie del protagonista, le quali ritorneranno nella corrispondenza tra Toschi e il colonnello e poi nelle mezze verità che il nostro sergente propinerà al famoso e terribile brigante Olmo Carbonari. Ancora una volta l'immaginazione è una risorsa, oltre che piacere estetico nell'inventare, raccontare ed ascoltare storie. Proprio per il senso del dovere dimostrato nelle vicende di Ancona, a Toschi e al suo drappello venne affidato un incarico importante: rintracciare, catturare e sterminare "focolai di briganti (...) che non hanno alcun interesse a vivere sotto un'unica Nazione". E' un compito che il sergente e i suoi perseguiranno con un impegno quasi fanatico, compiendo violenze, stupri e uccisioni. Perché tanto accanimento ? Dai continui riferimenti al padre, capiamo che Toschi era mosso da una continua rivalsa: "sono diventato sergente a trentadue, ho difeso la Nazione in Piemonte con i Cacciatori delle Alpi e ho combattuto con Garibaldi. Ti basta questo ? No, lo so che non ti basta..." Durante notti tormentate da incubi Toschi percepiva che ciò che stava facendo non dava un senso alla vita. "Camminava su una strada polverosa con un'enorme luna bianca che illuminava la notte, le colline e i campi. Incontrò la banda del brigante Colucci. Gli uomini camminavano in fila tenendosi un dito nel buco che avevano in testa. Perché tenete un dito dentro la testa ?, chiese Toschi, per non fare uscire i pensieri, gli rispose uno di loro, se perdiamo i pensieri ci dimentichiamo dove dobbiamo andare". E proprio per darsi uno scopo, per "afferrare una mosca che non c'è", il sergente decise di continuare la caccia ai briganti anche dopo il congedo, quando avrebbe potuto tornare a casa. Gli sembrava naturale farlo. Gli avvenimenti lo portarono ad essere coinvolto in una sparatoria fino ad essere accolto nella comunità costituita dal brigante Olmo Carbonari in mezzo alle montagne, in un antico insediamento di monaci. "La stanza in cui era confinato divenne la pancia vuota di un mondo rovesciato, un luogo nascosto dove (...) la sua identità non era più la sua. E malgrado ciò, il brigante gli aveva restituito il suo nome: Anselmo". Con sottile bravura, dal momento in cui Toschi venne accolto nella comunità di Elcito, il protagonista viene chiamato dall'autore con il suo nome, quasi ad indicare come avesse finalmente acquistato la sua vera personalità. Trovò solidarietà e amicizie ancestrali e per questo profonde, viveva in una natura in perfetta sintonia con l'uomo e scoprì anche l'amore disinteressato; eppure mancava qualcosa, era ancora "incapace di riconoscersi". Con alcuni dei nuovi compagni Anselmo prese parte ad una spedizione che trovò rifugio presso un contadino amico dei briganti. Per un banale bisogno fisiologico e, poi, per il desiderio di andarsene e tornare a casa ("la scelta di fuggire era sempre stata lì, timida, insonnolita"), Anselmo si allontanò durante la notte; in tal modo si salvò perché nel frattempo i soldati avevano ucciso i suoi compagni, traditi dal contadino. Che fare ? "La luce radiosa del mattino rischiarava le chiome verdeggianti degli alberi, i filati che scendevano dalle colline e alcuni contadini lontani. (...) Per una volta invidiò l'assenza di prospettive che scandiva le loro giornate..." Ma come continuare a svegliarsi tutte le mattine e a dormire tutte le notti, mentre i suoi compagni erano stati traditi ed uccisi ?"<div>
</div><div> Il romanzo si chiude in modo interlocutorio. Gli avvenimenti finali sembrano dischiudere numerose possibilità, politiche ed esistenziali. "A me piace pensare che il protagonista abbia finalmente trovato una pace interiore: equilibrio e serenità, frutto di una scelta consapevole e non soltanto mossa dalla solidarietà verso i suoi compagni o, peggio ancora, dalla vendetta. Questa auspicata conclusione deriva anche dalla parte maggiormente attraente del libro, laddove l'autore parla della comunità di Olmo Carbonari, di un luogo meraviglioso, e forse immaginario, nel quale persone, bestie e natura vivono in perfetta sintonia, in una sorta di comunismo elementare, nel quale è stata ricomposta la coscienza, oggi frantumata dall'oppressione degli uomini sugli uomini. O forse soltanto, il destino di Anselmo è simile a quello dei monaci dell'antico insediamento che si erano chiusi nelle case e lasciati morire, perché "non hanno accettato l'odio che era nato loro dentro".

E' un ottimo romanzo. La struttura narrativa è ben costruita e piacevole; l'autore ricorre con maestria agli espedienti letterari ormai diffusi presso molti scrittori di successo:il protagonista descritto tramite i sogni e i ricordi, i cambi di prospettive, la narrazione all'interno del racconto principale, la forma epistolare, i personaggi di cornice, la sorpresa. Ricorda, per esempio, il migliore Faletti. Come succede spesso nella letteratura contemporanea del nostro Paese la scrittura è prosaica, argomentativa, non riesce a creare un'atmosfera, che non sia radicata nella trama. Fa eccezione la descrizione della città di Elcito, ci si accorge come l'autore stia parlando di qualcosa che sente profondamente, la semplicità della vita in un contesto naturale. Non sarebbe stato male un maggiore coraggio a descrivere le Marche dell'ottocento, a calarsi in questa terra, a trasmetterne le peculiarità, a dare più spazio al contesto.

Perché leggerlo ? E' una storia attuale, che evoca un'utopia.</div>



Apprezzamento Medio-Alto
Da non rileggere
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rikipedia.it Fri, 05 Jan 2018 00:00:00 +0100
<![CDATA[Moby Dick]]> http://www.rikipedia.it/recensioni/MobyDick Moby Dick

Melville Herman



Anno: 1851
Pagine: 469
Editore: Wordsworth Editions

Letto in inglese
Finito di leggere il 31.12.2017

"Oh straordinaria vecchia Balena, tra vento e tempesta, l'oceano sarà la tua dimora, un gigante potente, di una forza giusta, Regina del mare infinito". Questo inno chiude un ampio preambolo, nel quale Melville, come "un comune e scrupoloso topo di biblioteca" riporta un lungo elenco di citazioni della Balena, dalla Bibbia alla letteratura. Autodidatta e grande lettore, Melville vuole premunirsi dall'essere accusato di essere un semplice scrittore del mondo marinaresco. Non dobbiamo cadere in questa trappola. Moby Dick è il più grande romanzo di mare che sia mai stato scritto; e lo è perché Melville ha vissuto veramente le vicende che racconta. "Io, Ismaele, ero uno di quell'equipaggio. (...) Con avide orecchie imparai la storia di quel mostro assassino contro il quale io e gli altri avevamo prestato giuramento di violenza e vendetta". Ciò che trae in inganno è la diffusa ed intensa atmosfera religiosa; ma non può che essere così. Per Melville, come per la maggior parte dei suoi contemporanei, la Bibbia permea qualsiasi aspetto della vita: da qui le metafore, le riflessioni ed anche le angosce che caratterizzano il romanzo. La storia può essere suddivisa in quattro parti. Nella prima il narratore e protagonista è Ismaele: ancora ragazzo intende imbarcarsi su una baleniera per un vago desiderio di avventura e di conoscenza. Alla metà dell'ottocento Nantucket era uno dei principali porti americani delle flotte dedicate alla caccia dei capidogli; con uno stile narrativo tra Charles Dickens e Edgar Poe, Melville ne dà un ritratto realistico e suggestivo ad un tempo. Si rimane affascinati dalla figura di Quiqueg, un cannibale con il quale Ismaele stringe una profonda amicizia. Il momento centrale è il sermone dedicato all'episodio biblico del profeta Giona, ingoiato dalla balena per volontà di Dio e solo da Dio salvato. Non è un mito, è la verità, gridata ai credenti (marinai e vedove di marinai morti in mare), perché sappiano che la salvezza verrà solo dalla fede, dalla lettura letterale e devota della Bibbia. Chi non rispetta le parole del Signore è condannato ad annientarsi e a dannarsi. "Il mondo è una nave nel suo passaggio verso qualcos'altro; e non un viaggio con ritorno; e il pulpito è la sua prora". Finalmente, la nave salpa per una lunga navigazione. "Noi ci trovammo quasi indifesi sull'oceano ostile. (...) Considerate l'astuzia del mare; come le più crudeli creature scivolano sott'acqua, invisibili per la maggior parte, e slealmente nascoste sotto le più incantevoli tinte dell'azzurro. (...) Considerate ancora l'universale cannibalismo del mare; come tutte le sue creature si predano a vicenda, portando avanti una guerra eterna da quando ebbe inizio il mondo". (...) Come questo spaventoso oceano circonda la terra verdeggiante, così nell'anima dell'uomo giace l'isola di Tahiti, piena di pace e di gioia, ma circondata dagli orrori della vita non pienamente compresa. Dio ti salvi ! Non allontanarti dalla tua isola, potresti non tornare mai più." La seconda parte introduce i personaggi del romanzo: gli ufficiali e gli arpionieri, descritti in capitoli da titoli evocativi: "Cavalieri e scudieri". E' una rappresentazione efficace perché è un sistema feudale quello che ruota intorno al capitano Achab, il "monomaniaco" protagonista. "Sembrava come un uomo modellato dal metallo. (...) L'intera sua ampia ed alta forma sembrava fatta di solido bronzo, e plasmata in una creta inalterabile come il Perseo di Cellini". Ma non è la sembianza fisica il tratto distintivo di Achab; è "la sua anima, serrata nel tronco vuoto del suo corpo, vi si nutriva delle cupe zampe della sua disperazione". Una scena di grande fascino conclude la descrizione dei personaggi e costituisce uno spartiacque dell'intera storia. Achab comunica all'equipaggio che il vero fine del viaggio è la balena bianca: Moby Dick. In un crescendo di collettiva esaltazione, soltanto il primo ufficiale, il pio Starbuck, reagisce, anche perché è a conoscenza che fu Moby Dick a privare Achab di una gamba. "Vendetta su un bruto senza parola, che semplicemente ti colpì mosso dal più cieco istinto ! Follia ! Prendersela con una cosa senza volontà, Capitan Achab, mi sembra un atto blasfemo". Ha ragione il pio Starbuck, tanto più che ciò che Achab cerca non è la vendetta, il capitano rifiuta il proprio destino, anche contro la volontà di Dio. "Mi credono pazzo; io sono demoniaco, sono la pazzia impazzita.(...) la profezia era che io dovessi essere un mutilato, e - Si ! Persi la gamba, io adesso profetizzo che io mutilerò il mio mutilatore. Ora sarò il profeta e l'esecutore ad un tempo." La terza parte narra la navigazione per gli oceani del mondo e la caccia, uccisione e lavorazione delle balene. E' un grande trattato di zoologia marina, di uno scienziato ammirato, se non persino innamorato, dei grandi cetacei. Solo a tratti riemerge la storia, raccontata ormai in terza persona, perché non sia l'impressione di un ragazzo, sia invece il resoconto di un cronista. Alcune scene restano impresse nell'immaginazione: gli squali assettati di sangue mentre viene squartata la balena, il valoroso Quiqueg che si getta sott'acqua, tra i pescecani, a salvare un compagno caduto, come il profeta Giona, nell'antro oscuro dell'enorme testa della Balena; e come un divino ostetrico, lui, il cannibale, riporta l'amico a nuova vita prelevandolo dalla testa. E che dire dell'affascinante capitolo 87, intitolato "La grande armada", nel quale le lance baleniere inseguono un branco di cetacei, con le madri allattanti e i loro piccoli. Così di grande impatto sono gli incontri con le altri navi, anch'esse da anni in navigazione, e nelle quali spesso ci si imbatte nel fanatismo e nella pazzia collettiva. D'altra parte "non c'è follia delle bestie della terra che non venga superata all'infinito dalla pazzia degli uomini. (...) Poiché, mentre il tumultuoso mostro ti scaraventa sempre più in profondità nel branco terrorizzato, tu dici addio ad una esistenza disciplinata e vivi solo in un sussulto delirante". Infine si giunge alla parte finale, un vero capolavoro. Finalmente è stata avvistata la Balena Bianca: la caccia disperata ha inizio. "Una gioia serena, una gagliarda dolcezza di riposo nella rapidità, rivestiva la balena nuotante. (...) Da ciascun morbido fianco, (...) da ciascun fianco smagliante la balena spargeva seduzioni". Con la stessa eleganza, ma in un turbine terrorizzante, Moby Dick si scaglia sulle lance baleniere, ed in particolare su Achab. "Oh Achab, gridò (il pio) Starbuck, non è troppo tardi (...) per desistere. Guarda ! Moby Dick non ti cerca. Sei tu, tu, che lo cerchi da invasato". Cosa hai fatto Achab ? Come hai potuto contendere il grande Leviatano ? Come hai potuto andare contro la volontà di Dio, e non affidarti a lui come fece il profeta ?

Senza dimenticare mai la vera finalità di Melville (mettere in luce la marina baleniera, poco conosciuta e non apprezzata), Moby Dick può essere letto con diverse chiavi interpretative, e qui sta la sua modernità. Un modo per vedere il romanzo è guardarlo dal punto di vista di come noi esseri umani abbiamo raffigurato gli animali nella letteratura e nell'arte. Un bel libro di Gianni Valente ("Dall'arca di Noè a Moby Dick", Edizioni Blu 2004) dà spunti di riflessioni per commentare il romanzo. Sin dalla Bibbia il nostro rapporto con gli animali è stato controverso: "simboli di vizi e virtù". Tutti conosciamo le caratteristiche malefiche del serpente biblico, tuttavia in numerosi altri passi del Vecchio Testamento gli animali hanno un'immagine positiva: "come una cerva anela verso rivi di acqua, così l'anima mia anela verso di te, o Dio" (Salmi 42,2). Gli animali sono espressione di una vita meravigliosa, così vengono descritti da Marco Polo, nell'Orlando Furioso e così vengono rappresentati nei resoconti e nelle mappe che accompagnano le grandi scoperte geografiche. Gli animali sono anche oggetto di una passione scientifica, artistica e morale (si veda Leonardo da Vinci). Ebbene, tutti questi aspetti (simboli di vizi e virtù, vita meravigliosa, scienza e morale) sono presenti in Moby Dick. La balena bianca è un mostro straordinario, il più grande animale del creato, simbolo di perenne coraggio ed anche eterna solitudine, un essere crudele e terrorizzante, trascinato da una furia demoniaca. Inoltre, il grande capidoglio è sezionato, analizzato con un dettaglio scrupoloso, oggetto di fredda ricerca. Dall'angolo di visuale del nostro rapporto con il mondo animale, Moby Dick è un libro incompiuto, ci dice che per noi è difficile trovare il giusto passo verso le altre creature e nei confronti della natura in generale. Trasferiamo sull'animale la nostra razionalità, così come le nostre fobie, non lo vediamo come un "altro", dotato di una propria identità.

E' un testo difficile e in molte parti noioso. La struttura è complessa, in quanto c'è un continuo cambio di narratore (Ismaele, la terza persona, lo "scienziato", Melville declamatore, Achab la coscienza tormentata di Melville), e perché si è in presenza di una continua sovrapposizione di stili narrativi, asettici, evocativi, simbolici, avventurosi. Le numerose citazioni,delle quali è spesso difficile rintracciare le fonti, non aiutano la comprensione del testo. La scrittura è, ovviamente, densa di riferimenti linguistici della marina baleniera; ma non è questo a rendere impegnativa la lettura: è soprattutto la sintassi, sovente involuta e caratterizzata da una punteggiatura che ostacola lo scorrere del discorso. Va anche detto che bisogna "lasciarsi andare": evitare di voler capire tutto e perdersi nel fascino evocativo delle parole e della frasi, rincorrere la musicalità dell'incedere. Ed infine, le disgressioni scientifiche ed anatomiche della balena sono così frequenti e prolisse da far diventare realmente pesante la lettura; suggerimento: come si faceva da ragazzi con Guerra e Pace ed Anna Karenina, saltare a piè pari le pagine, senza sensi di colpa.

Perché leggerlo ? E' affascinante, non preoccuparsi di leggere tutto, seguire il proprio istinto.



Apprezzamento Medio-Alto
Da non rileggere
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rikipedia.it Sun, 31 Dec 2017 00:00:00 +0100
<![CDATA[Il porto dei sogni incrociati]]> http://www.rikipedia.it/recensioni/Ilportodeisogniincrociati Il porto dei sogni incrociati

Larsson Bjorn



Anno: 1997
Pagine: 314
Editore: Iperborea

Letto in italiano
Finito di leggere il 19.10.2017

Secondo il Buddhismo la sofferenza nasce dal fatto che ci si oppone al fluire della vita e ci si attacca a forme illusoriamente permanenti, siano esse cose, eventi, persone o idee. Ed invece l'uomo è come un volo di un uccello o il passaggio di un pesce nell'acqua, che non lasciano traccia di sé; è come andare in barca a vela, facendosi guidare dai venti. E chi meglio di un marinaio personifica questa condizione di transitorietà ? Siamo in un pub di una città irlandese, dove si ritrovano quattro persone; non si conoscono ma tutte vivono in una città portuale e hanno incrociato il capitano di una nave mercantile: Marcel. Rosa Moreno ha il sorriso di Ingrid Bergman, rischia di passare tutta la vita nello stesso bar di un piccolo porto della costa atlantica della Spagna: ed allora "tutto le appariva nero, come se non valesse la pena di vivere". Una notte trascorsa con Marcel le ha regalato sogni di libertà, possibilità di una nuova vita, ma anche un'eredità tangibile, un bambino. Madame Le Grand è una vedova ancora piacente, trascorre la vita ad archiviare le storie di tutti i marinai che transitano nella sua città portuale, "per provvedere a che tutte le persone che incontrava lasciassero una traccia dietro di sé, invece di sparire nel nulla, come se non fossero mai esistite". Invita a cena Marcel con la sua ciurma e rimane affascinata di un uomo al quale "non gli importava di sapere cosa c'è dopo, (...) massimo desiderio: nessuno perché rende infelici". Peter Sympson è un gioielliere, al quale Marcel affida per la vendita una pietra preziosa di grande valore, ed insieme pure gli dice il senso profondo della sua vita: "il suo hobby sono le pietre preziose. Il mio sono le conoscenze passeggere e i loro sogni della vita." Jacob Nielsen è un informatico, vive nel mondo di internet, talvolta è colto dall'irrequietezza, è poi sufficiente "una folata di vento dal mare per spazzar via il suo desiderio di altrove". Incontra Marcel, è conquistato dall'idea di una rete di "porti incrociati", della quale il capitano occasionalmente conosciuto potesse essere il fulcro inconsapevole. "E se in quel modo fossero riusciti a dimostrare che il mondo non è un caos impenetrabile, un gorgo di anonimi esseri umani che annegano e si perdono nella loro stessa profusione e diversità ?". Rosa Moreno, Madame Le Grand, Peter Sympson e Jacob Nielsen sono lì, casualmente nello stesso pub, per rivedere l'uomo, che li ha tolti dalla monotona esistenza quotidiana e li ha proiettati in una incertezza piena di speranza. Tutti e quattro si illudono. Per Marcel "legarsi ad altri esseri umani sarebbe stato come correre un pericolo mortale. Perché chi meglio di lui poteva sapere che tutti i legami di quel genere possono essere spezzati ? Essere solo e libero di danzare era diventato il suo destino da questo lato della fossa". Marcel fugge con la sua barca a vela, anche dopo che viene a sapere che Rosa porta in grembo suo figlio. "Strano è il cuore del marinaio: spera, ha paura, si spinge più vicino e vira al largo della costa, infine raddobba la vela lacerata, e volge la prua spaccata verso l'oceano, inverte la rotta sconsolato" ( Robert Louis Stevenson, Underwoods da Poesie, Oscar Classici Mondadori 1997).

La bella citazione di Stevenson non è appropriata. Il grande scrittore inglese si riferisce alla vita del marinaio, al suo desiderio irrefrenabile di solitudine. Larsson non parla di questo: il mare lontano, romanticamente descritto, resta ai margini; né si parla veramente dei personaggi. Anche quando veniamo a sapere dell' infanzia di Marcel, nella quale il capitano ha sofferto la perdita di tutti i suoi parenti, ci rendiamo conto che non sia questa terribile ferita del passato a spingerlo continuamente alla fuga. Pure gli altri personaggi hanno sofferto; nondimeno cercano disperatamente qualcosa di solido, certezze e relazioni alle quali ancorarsi e per le quali vivere. Il romanzo è una narrazione filosofica. Il vero tema è la contraddizione tra permanenza e transitorietà: la non permanenza non è una condizione instabile da cui liberarsi, è la modalità della realtà, è il segno che non lascia testimonianza, è la "vacuità" come dato essenziale dell'essere umano.

Che nostalgia per la scrittura della "La vera storia del pirata Long John Silver". Tanto in quello splendido romanzo lo stile narrativo è vivace e suggestivo, quanto qui l 'esposizione è piatta, prosaica, fredda. Le vicende scorrono senza slancio, sviluppate in modo burocratico e ripetitivo.

Perché non leggerlo ? Scontato, piatto e prosaico.



Apprezzamento Medio-Basso
Da non rileggere
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rikipedia.it Thu, 19 Oct 2017 00:00:00 +0100
<![CDATA[L'esame]]> http://www.rikipedia.it/recensioni/Lesame L'esame

Cortazar Julio



Anno: 1986
Editore: Voland

Letto in italiano
Finito di leggere il 10.10.2017

"Pubblico oggi questo vecchio racconto poiché mi piace irrimediabilmente il suo linguaggio libero, la sua favola senza morale, la sua malinconia portena (tipica degli abitanti di Buenos Aires) e anche perché l'incubo in cui nacque è ancora sveglio e vaga per le strade". Con questa annotazione Cortazar introduce un racconto scritto nel 1950, negli anni del primo peronismo, tra il 1945 e il 1955. Fu un periodo di grandi cambiamenti sociali: uscita ricca dalla seconda guerra mondiale, sotto la guida di Peron l'Argentina sembrava avere dinanzi un futuro di sviluppo. Eppure, crescevano il disagio e il pessimismo tra gli intellettuali e nel ceto urbano; una malattia morale e psicologica che nasceva dalla soffusa e tacita consapevolezza della contraddizione tra una città cosmopolita, come era Buenos Aires, e un regime ottusamente ostile alla cultura e alle libertà individuali. I personaggi del racconto, i due fidanzati Juan e Clara, Andrés, Clara e il cronista, vagano nella notte in una città irreale, immersa nella nebbia. Il loro è un parlare apparentemente senza senso, che ruota costantemente intorno all'inutilità dell'intellettuale. "Tutto questo parlare, passarci fogli, questi tavolini dei caffè dove libri e libri e libri e prime e mostre.... Credimi, qui c'è una fregatura, un tradimento. Non ti resta che unire tradimento alla realtà, alla vita, all'azione, e con questo e uno stemma sul risvolto della giacca sei pronto a intraprendere qualsiasi carriera". Il gruppo non ha una meta né le vicende che lo coinvolge danno una trama alla narrazione; alternando prosa e poesia, citazioni letterarie argentine, latino americane ed europee, i giovani continuano a parlare dello stesso tema, in modo ossessivo e chiaramente inutile: "un bravo biologo riderebbe a crepapelle sentendo il nostro squittire. Perché non gridiamo nemmeno, il nostro è un versetto da topi".

"Così assurdo parlare a vanvera, pensò Juan mentre uscivano, sentirsi parlare e sapere che non si ha mai abbastanza ragione. Questa è un'altra, forse la peggiore, delle nostre vigliaccherie". Juan, hai veramente ragione ! Purtroppo siamo stanchi di tanto chiacchiericcio, vorremmo avere un po' di realtà, di sano pragmatismo. E' per questo motivo, insieme con la mancanza di trama e la pochezza dei personaggi, che ho deciso con sofferenza di abbandonare la lettura alla fine del primo capitolo. Può darsi che il racconto prosegua cambiando radicalmente ritmo narrativo, non lo saprò mai, pazienza ! "Il linguaggio libero" va bene se è in piccole dosi.

La domanda che viene spontanea a noi italiani del secondo millennio è la seguente: quanto di questo racconto ritroviamo nel nostro Paese ? "La creazione nasce dalla morale, non dall'ingegno (dice Juan), Ahi, Ahi, fece Clara, siamo mosci. Giusto, mosci, senza tensione. (...) Intendo dire che siamo carenti di spirito di sistema (che sia la libertà o per la libertà), e questo è soprattutto un difetto morale".

Perché non leggerlo ? E' profondamente noioso.



Apprezzamento Basso
Da non rileggere
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rikipedia.it Tue, 10 Oct 2017 00:00:00 +0100
<![CDATA[Viaggiare in giallo]]> http://www.rikipedia.it/recensioni/Viaggiareingiallo Viaggiare in giallo

Autori Vari



Anno: 2017
Pagine: 302
Editore: Sellerio editore

Letto in italiano
Finito di leggere il 06.10.2017

L'editore Sellerio ha avviato una collana di racconti gialli con un tema specifico: si è iniziato con "Calcio in giallo" ed adesso si affronta l'argomento del viaggio. E' un'ottima idea, ma sarebbe stato opportuno che Gimenez - Bartlett, Malvaldi, Manzini, Recami, Rebecchi e Savatteri si fossero impegnati, non "tirando via", piuttosto cercando di valorizzare il legame tra l'argomento affidato e il genere noir. Così non è stato, ne sono nati racconti noiosi, banali e inutili. Soffermiamoci sull'unico del quale vale la pena parlare. Nella breve storia di Gaetano Savatteri, "La segreta alchimia", Saverio è un disoccupato siciliano, ha scritto un romanzo di discreto successo ed ha una fidanzata, che lavora a Milano. Si trova in un supermercato con l'amico Pippo a far finta di comprare un televisore, tanto per passare il tempo. Non resiste alla tentazione di un'offerta commerciale, acquista delle batterie Duracell, è il milionesimo cliente e ha diritto ad un viaggio premio, a Praga. Così, senza volerlo, si ritrova su un aereo per la città "magica", insieme con l'amico Pippo e con la fidanzata che l'attende nella città ceca. L'algoritmo che assegna a caso i posti (un "dio elettronico", un moderno Giove) mette accanto a Saverio una splendida ragazza; "come diceva l'ingegner Gadda, le inopinate catastrofi non sono mai la conseguenza o l'effetto che dir si voglia d'un unico motivo, ma sono come un vortice", Larisa ("una escort d'alto bordo o una spia di Putin...?") travolge il giovane siciliano, con "il movimento delle sue labbra pittate di rosso, (...) la pressione del suo braccio, (...) le gambe accavallate", lo porta a pensare "al destino dei popoli, alla dittatura del proletariato, ai gulag, a Stalin...", ossia a tutti quei fatti della storia che hanno reso possibile di "stare serenamente seduto accanto all'ottima compagna bolscevica Larisa". Ma "il dio del low cost" può essere molto dispettoso: Larisa è una spia internazionale, ha con sé una chiavetta con importanti segreti industriali; chiavetta che nasconde nella giacca di Saverio per non farla prendere da altri loschi trafficanti. La vacanza diviene un thriller, con tutti i suoi ingredienti: i pedinamenti, le camere d'albergo devastate, le avventure notturne rischiose ma non troppo, l'indifferenza della polizia ceca e le indagini di quella italiana, sino ad una conclusione sorprendente per la sua prosaicità. Non c'è grande tensione, Savatteri non è Le Carré, ma soprattutto ciò che gli interessa non è la trama: vuole raccontare come un giovane italiano, che si crede un gran ganzo, possa essere abbindolato dalla prima compagna di viaggio, purché sia slanciata, bionda e con un seno prosperoso.

Perché scrivere dei racconti gialli sul viaggio se non si sa cosa dire ? Le regole d'ingaggio erano chiare e semplici: collocare una storia noir nel contesto del viaggio, che poteva essere di lavoro o di svago, in un paese vicino o lontano, in una grande città o in un ambiente esotico, ossia dovunque lo scrittore volesse. Ebbene, gli autori hanno fatto un vero fiasco: forse non hanno mai viaggiato, può darsi che più semplicemente non ne avessero voglia. Credo che sia stato un atto di ribellione: non si può affidare un compito ad uno scrittore, vincolarlo in confini predefiniti, il "tema", di scolastica memoria, inaridisce l'immaginazione e la creatività.

Perché non leggerlo ? E' noioso e banale: la cosa peggiore per un giallo e per un racconto di viaggio.



Apprezzamento Basso
Da non rileggere
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rikipedia.it Fri, 06 Oct 2017 00:00:00 +0100
<![CDATA[Cat on a hot tin roof (la gatta sul tetto che scotta)]]> http://www.rikipedia.it/recensioni/Catonahottinroofungattosultettochescotta Cat on a hot tin roof (la gatta sul tetto che scotta)

Williams Tennessee



Anno: 1954
Pagine: 145
Editore: Penguin Group

Letto in inglese
Finito di leggere il 26.09.2017

Il tema di fondo è la menzogna; l'autore sviluppa questo argomento nel contesto della famiglia, ossia in quell'ambiente sociale, che più di altri, dovrebbe favorire la fiducia reciproca. Per anni i membri di questa famiglia hanno agito in una apparente concordia; quando, però, si scopre che Big Daddy, il capo famiglia e "padre padrone", è malato di cancro, la morte attesa travolge i protagonisti: da questa sorta di catarsi nasce la verità o una nuova menzogna ? Come spiega Tennessee Williams nelle "note per il regista" la scena è la stanza da letto di una grande casa di campagna del Mississippi; in questa camera sono vissuti due scapoli, precedenti proprietari della piantagione, e quindi "la stanza deve evocare dei fantasmi: è stata gentilmente e poeticamente frequentata da una relazione che deve aver avuto una tenerezza non comune". E' la scena appropriata per una commedia "che tratta delle emozioni umane più profonde, e ha bisogno di dolcezza come sottofondo". Il lavoro teatrale si sviluppa in tre atti. I protagonisti del primo atto sono Brick, un ex giocatore di football ormai alcolizzato, e la moglie Margaret. L'uomo non vuole più avere rapporti con la donna, dopo che lei lo ha tradito con il suo migliore amico: morto, forse suicida, a seguito dell'adulterio. La perdita dell'unica persona importante per Brick ha spinto quest'ultimo a trovare conforto nell'alcol. Se Brick persegue vittimisticamente "il fascino dello sconfitto", Margaret non si dà per vinta: è consapevole che la famiglia sta per andare a pezzi, e non vuole che il marito perda la propria posizione sociale ed economica a favore del fratello. Brick, amatissimo dai genitori, è in grande difficoltà in una eventuale successione: è alcolizzato e per di più non ha ancora avuto figli, mentre il fratello ne ha ben sei. Nel lungo colloquio con il marito, di fatto un soliloquio, Margaret si chiede quale sia la vittoria di "una gatta su un sottile tetto che scotta": "soltanto stare su di esso, penso, per quanto possa...." ma poi aggiunge che il silenzio non funziona, "serrare la porta e chiudersi un una casa che brucia nella speranza di dimenticare che la casa sta bruciando". Nel secondo atto assistiamo al confronto tra Big Daddy e Brick, tra padre e figlio. Anche in questo caso si tratta in gran parte di un soliloquio: parla soprattutto Big Daddy e veniamo a sapere che quest'uomo, apparentemente forte, deciso ed autoritario, è pieno di disgusto. "Per tutte queste maledette bugie e bugiardi con i quali ho dovuto vivere, e per tutta questa maledetta ipocrisia con la quale ho vissuto per tutti questi quarant'anni"; tale è il disgusto che talvolta pensa che sia molto meglio "un maledetto vuoto (...) che tutta questa porcheria con la quale la natura lo riempie". Dinanzi a questa disperata confessione Brick risponde che la conversazione è "come tutte le altre che noi abbiamo avuto insieme nelle nostre vite ! E' senza senso, senza senso, è, è dolorosa (...) tu non hai una maledetta cosa da dirmi !" La passività di Brick si trasforma improvvisamente in furia, quando il padre solleva il sospetto che nei rapporti tra Brick e l'amico ci sia stato qualcosa di più intimo di una semplice amicizia; ed allora Brick, vigliacco come tutti i deboli, rivela al padre la verità, che gli è stata fin ora nascosta: ha il cancro e sta per morire. Con l'urlo disperato di Big Daddy ("tutti bugiardi, tutti bugiardi... mentire, morire, bugiardi") si chiude il secondo atto. Nel terzo atto i figli e le nuore informano la moglie di Big Daddy, anch'essa ignara, della vera malattia del marito; il fratello di Brick cerca di convincere la madre a mettere tutti i beni in un fondo fiduciario, escludendo di fatto Brick dall'eredità. Brick è indifferente come al solito, mentre Margaret combatte disperatamente, al punto che dice una evidente bugia: dichiara di essere incinta e quindi di poter dare un nipote a Big Daddy. Ci sono due versioni del terzo atto. Nella prima stesura l' autore immagina che la storia si concluda con una dichiarazione di amore di Margaret a Brick, alla quale quest'ultimo risponde in modo elusivo e crudele ad un tempo: "sarebbe divertente se fosse vero !". Nella seconda stesura, quella che è andata in scena, su consiglio del regista l'autore prevede che Brick sostenga la bugia della moglie e accetti l'amore incondizionato di Margaret: "Ti ammiro, Maggie" (dice Brick), e così risponde la donna: "ciò che tu hai bisogno è qualcuno che prenda cura di te, gentilmente, con amore (...) ed io posso ! Sono determinata a farlo, e niente è più determinata di una gatta su un sottile tetto che scotta."

La morte ha finalmente disperso il velo della menzogna ? Con la prima versione Tennessee Williams risponde in modo negativo, neanche la "nera cosa" che arriva "senza invito" ci libera dall'ipocrisia e dalla sfiducia reciproca: sui rapporti umani grava una condizione esistenziale di vuoto, riempito da troppa menzogna, siamo condannati a non comunicare. Di certo, questa visione pessimistica non può essere rimossa dalla conclusione proposta dal regista, troppo stucchevole e banale per essere reale. Tennessee Williams fa una osservazione, particolarmente utile alla comprensione della commedia: "un po' di mistero deve essere lasciato alla rivelazione dei caratteri in una commedia, così come un grande mistero è sempre lasciato nell'espressione di una personalità nella vita, perfino nella conoscenza del proprio animo". E pertanto dobbiamo guardare a come si evolvono i personaggi nella storia, tenendo presente che "gli attori devono muoversi liberi sulla scena". Ed allora è evidente come Brick rimanga chiuso nel suo mondo, al contrario la personalità di Margaret emerge con sempre maggiore forza, quasi che non voglia più essere solo la moglie di un uomo fallito, ma sia invece pronta a prendere in mano le redini della famiglia. La morte rivela i veri caratteri dell'essere umano.

La commedia è pressoché perfetta e ciò spiega il grande successo. Mentre il terzo atto, nella versione finale, è estremamente mosso e ricco di personaggi, i primi due atti peccano di una certa staticità, a stento mitigata dai rumori di sotto fondo, esterni alla scena, e dall'ingresso temporaneo di alcuni personaggi minori. Alla lettura i due atti risultano prolissi e ridondanti; certo il giudizio potrebbe cambiare alla luce della recitazione in teatro.

Perché leggerlo ? E' un grande lavoro teatrale, di grande fascino sono le figure di Brick e di Margaret; per apprezzarlo bisogna andare a teatro.



Apprezzamento Medio-Alto
Da non rileggere
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rikipedia.it Tue, 26 Sep 2017 00:00:00 +0100
<![CDATA[L'eroe discreto]]> http://www.rikipedia.it/recensioni/Leroediscreto L'eroe discreto

Vargas Llosa Mario



Anno: 2013
Pagine: 375
Editore: Einaudi

Letto in italiano
Finito di leggere il 12.09.2017

Don Rigoberto è il direttore di una importante società di assicurazione, è appena andato in pensione ed è in procinto di fare l'agognato viaggio in Europa. E' un uomo colto, amante della letteratura: ha scelto un lavoro manageriale "per vigliaccheria", ha deciso di "non essere un creatore, solo un consumatore d'arte, un dilettante della cultura. (...) Che tristezza essere costretti a vedere avvocati e giudici, (...) invece di immergersi dalla mattina alla sera in quei volumi, in quelle incisioni, in quei disegni e, ascoltando buona musica, fantasticare, viaggiare nel tempo, vivere avventure straordinarie, emozionarsi, intristirsi, godere, piangere, esaltarsi ed eccitarsi". Felicito Yanaqué è il titolare di una avviata azienda di trasporti: uomo concreto, imprenditore di successo, si è fatto da sé, con la sua determinazione e lavorando sodo, anche lui ha bisogno di sognare; lo ha fatto trovandosi una amante, una giovane donna, una mantenuta è vero, ma della quale si è comunque innamorato, senza molte illusioni. Due esistenze come tante, quando le certezze vengono sconvolte e tutto sembra sprofondare nel caos. Il proprietario della società di assicurazione, un vedovo ottantenne, decide di sposarsi con la sua domestica, giovane e bella; è uno scandalo che don Rigoberto è costretto a fronteggiare da solo perché i "novelli sposi" hanno intrapreso un lungo viaggio in Europa. Felicito riceve lettere di minacce e richieste di soldi. L'uomo, un vero "eroe discreto", rifiuta di sottostare, anche se spaventato e tutti lo consigliano di cedere e pagare il pizzo. Ha sempre in mente le parole pronunciate dal padre prima di morire: "non permettere mai a nessuno di metterti i piedi in testa, figliolo. Questo consiglio è l'unica eredità che posso lasciarti". Le due storie si sviluppano in parallelo, con un ritmo narrativo che vorrebbe essere quello del thriller, ma non lo è; la figura di don Rigoberto è l'occasione per lunghe divagazioni sull'arte e sull'essere umano, tutto ciò appesantisce la narrazione e mette in secondo piano la vicenda di Felicito, la cui caparbia forza morale non riesce ad emergere come dovrebbe. Le due storie si concludono, intrecciandosi, con una serie di colpi di scena: sorprese che non vanno svelate per non far perdere al lettore il gusto del racconto; basterà dire che non si parla di criminalità ma di banali e squallide vicende familiari. Come dice don Rigoberto, dietro il quale si nasconde l'autore, "in questo paese non si può costruire uno spazio di civiltà anche minuscolo, la barbarie finisce per distruggere tutto". Non esistono spazi salvifici, ossia "l'idea che la civiltà (...) sopravvivesse in minuscole cittadelle, edificate nel tempo e nello spazio, che resistevano all'attacco permanente di quella forza istintiva, violenta, ottusa, brutta, distruttiva e bestiale che dominava il mondo".

Le differenze tra i due protagonisti sono il perno dell'intero racconto: da un lato don Rigoberto si rifugia nell'estetismo e nell'individualismo, dall'altro Felicito, sempliciotto sino al ridicolo, lotta per la sua dignità e prende in mano il proprio destino. Per chi stiamo ? Ad un certo punto il figlio di don Rigoberto osserva come il padre parli sempre dell'Europa e gli chiede se ci sia qualcosa che gli piaccia del Perù. La risposta è sconcertante: "tre cose, Fonchito, disse, fingendo di parlare con la pompa di un grande illuminato, i dipinti di Fernando de Szyaszlo, La poesia in francese di César Moro. E i gamberi del fiume Majes, naturalmente." Quante volte abbiamo sentito dire le stesse cose da un rappresentante della nostra classe dirigente, esterofila, disfattista e provinciale ? Non è che la speranza venga proprio dai tanti "eroi discreti" e non da vanesi intellettuali ? Il libro di Vargas Llosa parla, sotto traccia e con fine ironia, dell'inadeguatezza di una classe dirigente.

Non è certo il migliore romanzo di Vargas Llosa. La scrittura, la descrizione dei personaggi e degli ambienti, la costruzione della trama ci ricordano il grande autore; ma la narrazione è fiacca e senza mordente, come se la mano fosse stanca e non aspettasse altro che librarsi in fantasie senili.

Perché leggerlo ? E' piacevole ma non aspettatevi il grande Vargas Llosa.



Apprezzamento Medio-Basso
Da non rileggere
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rikipedia.it Tue, 12 Sep 2017 00:00:00 +0100
<![CDATA[Foglie rosse]]> http://www.rikipedia.it/recensioni/Foglierosseedaltrestorie Foglie rosse

Faulkner William



Anno: 1930
Editore: Modern Library Edition

Letto in inglese
Finito di leggere il 28.08.2017

Per William Faulkner il racconto è simile alla poesia, "quasi ogni parola deve essere quella giusta"; ed infatti la narrazione è densa, ermetica, ricca di simbolismi, di difficile interpretazione. Come avviene in "Foglie rosse", già la scelta del titolo solleva numerosi interrogativi: cosa vuole indicare ? Per alcuni commentatori lo scrittore ha voluto riferirsi al ciclo delle stagioni e quindi starebbe a sottolineare come sia un destino naturale ciò che soffoca e distrugge il popolo Negro. Le foglie rosse esprimerebbero una condizione esistenziale, cosmica, come nella poesia di Giuseppe Ungaretti rivolta ai soldati della prima guerra mondiale: "Si sta come d'autunno sugli alberi le foglie". Un grande capo indiano è morto; come vuole la tradizione della tribù, coloro che lo hanno servito in vita (il cane, il cavallo e il suo schiavo negro) lo devono seguire nella tomba. Due indiani si dirigono ai quartieri degli schiavi per prelevare l'uomo. Ciò che li disgusta è la puzza dei corpi, un odore disgustoso. I negri "sembravano essere sospesi come su qualche cosa di remoto, inscrutabile. (...) Erano come le radici di un grande albero sradicato, la terra momentaneamente spaccata sul contorto, spesso, fetido groviglio della sua vita oltraggiata e senza speranza." Da ciò che dicono i due uomini veniamo a sapere come la schiavitù sia un fardello, frutto della contaminazione del puro popolo indiano con quello bianco. Nato da un matrimonio misto, tra un indiano ed una donna bianca, lo stesso defunto è stato in Europa ed è tornato con alcuni oggetti dei quali non comprende l'utilità; tra questi un paio di pantofole rosse; ogni qualvolta il figlio prova a calzarle cade in uno stato di incoscienza. Che cosa significa ? Forse perché "questo mondo (...) viene rovinato dagli uomini bianchi. Noi vivemmo sereni per anni prima che gli uomini bianchi ci imposero i loro negri. Nei giorni antichi gli anziani sedevano all'ombra e mangiavano granturco e carne di cervo, arrostito lentamente sul fuoco, e fumavano tabacco e parlavano di onore e di questioni importanti; ora che cosa facciamo ?" La contaminazione non rompe l'assurdo rituale della morte, quasi a dire che la società bianca, tecnologica ed evoluta, rinsalda le abitudini ancestrali, invece di farle evolvere verso forme civili. E' solo corruzione in una società immobile; non è progresso. La riflessione di Faulkner non riguarda solo il Sud degli Stati Uniti, che, almeno dalle notizie che abbiamo, sembra bloccato nella nostalgia del passato; pensiamo ad alcuni fatti che ci sembrano inspiegabili, come il femminicidio, l'infibulazione, lo sfruttamento brutale, così diffusi nella nostra avanzata Europa, a dispetto delle leggi e dei valori dichiarati. Solo atti individuali di Resistenza possono superare la corruzione e generare nuove visioni e regole morali. Paradossalmente è ciò che fa la vittima della nostra storia. Il negro, destinato a seguire il padrone nella tomba, scappa nella foresta e, quando viene preso, lotta per vivere sino all'ultimo: si amputa un braccio per salvarsi dalla ferita di un serpente velenoso, accetta l'acqua sul punto di morte. "E' che io non voglio morire, disse. Poi disse di nuovo, è che io non voglio morire, con un tono tranquillo, di lenta e sommessa meraviglia, come se ci fosse qualche cosa che, fino a che le parole non si fossero espresse esse stesse, egli trovava che non avrebbe saputo, o non avrebbe conosciuto la profondità e la dimensione del suo desiderio". La morte subìta, senza rassegnazione ma con serenità, è la testimonianza di una forza morale, che manca agli altri personaggi del racconto, corrotti dalla società bianca e nel contempo rinchiusi nei riti ancestrali. "Il Negro era ancora in procinto di muoversi, il suo ginocchio in alto nell'atto di sollevarsi, la sua testa eretta, come se egli fosse sulla ruota di un mulino. Le pupille degli occhi avevano una luce selvaggia, fredda come quelle di un cavallo".

Ralph Ellison, il primo grande scrittore afroamericano, ha detto che Faulkner "ha in realtà indagato la natura dell'uomo. (...) Faulkner, più della maggior parte degli uomini, era a conoscenza della forza umana così come della debolezza dell'uomo. Sapeva che comprendere e superare la paura era una larga parte della ragione di uno scrittore per esserci." La narrazione di Faulkner è impregnata di forte tensione etica, di una ricerca disperata della bontà dell'uomo, di ciò che c'è di più profondo nell'essere umano. Persegue questo scopo nel suo mondo, il Sud degli Stati Uniti, laddove tutto sembra in realtà immobile e violento; ma ciò che narra riguarda tutti noi; e citando ancora Ungaretti si potrebbe dire: "Cerco un paese innocente". Al centro della sua scrittura è la parola, e non la trama né i personaggi; ed è proprio in questo il suo limite, almeno nei racconti: è difficile da comprendere, va letto troppe volte per capire i troppi significati, ci vuole troppa immaginazione per interpretarlo.

Perché non leggerlo ? E' di difficile interpretazione e di fatto noioso.



Apprezzamento Basso
Da non rileggere
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rikipedia.it Mon, 28 Aug 2017 00:00:00 +0100
<![CDATA[Narratori meridionali dell'Ottocento]]> http://www.rikipedia.it/recensioni/NarratorimeridionalidellOttocento Narratori meridionali dell'Ottocento

Autori Vari



Anno: 1970
Pagine: 677
Editore: UTET

Letto in italiano
Finito di leggere il 04.08.2017

Come hanno notato le curatrici, Alda ed Elena Croce, la letteratura meridionale è fortemente influenzata dai grandi autori francesi, come Zola, Flaubert e Maupassant: attenzione, quindi, alle situazioni sociali, con un accento peculiare tuttavia, un misto di favolistica ironica e fiabesca e di toni melodrammatici. La rassegna è limitata a 10 scrittori, alcuni dei quali noti, come Capuana, Serao e De Roberto; non è chiaro quanto sia rappresentativa, ma in essa è possibile selezionare due scritti singolari. Salvatore Di Giacomo è un prolifico scrittore napoletano, giornalista, poeta e studioso. Predilige gli spettacoli tragici, i miscugli di ferocia e di bontà, i suoi personaggi sono meretrici, camorristi e pezzenti, i suoi ambienti sono vicoli sudici e pittoreschi. Il racconto "La Taglia" dà un efficace ritratto di una vicenda drammatica e dimenticata della nostra storia: il grande brigantaggio tra il 1860 e il 1870. Siamo in un "paesello sconsolato" sul quale gravitava "un silenzio di morte": oggi il saccheggio della casa del sindaco, ieri una orecchia tagliata per avere un riscatto, poi un mandriano arrostito sulla legna come un montone; un orrore al quale i soldati reagiscono, "senza romore di giudizio, senz'avvocati e tribunali. Laggiù, dietro la chiesuola, li fucilarono sullo sterrato". Mariangela è colta dai dolori del parto, è circondata solo dai figli perché il marito è andato a catturare un feroce bandito sul quale è stata messa una taglia; è il disperato tentativo di un poveraccio per sfuggire alla miseria. "Il marmocchio era arrivato sotto l'uscio a carponi. (...) L'altro, il rosso, lo afferrò alle spalle e se lo rovesciò sul petto. Il bimbo nudo strillava, impazientendo, con le manine che volevano difendersi.(..) Il sole di luglio irrompeva lì dentro con una vampa che ardeva la carne e toglieva il respiro;(...) la chioccia beccava fra i chicchi sparsi, (...) un cagnuolo puntava le zampe sull'orlo dell'orciolo e vi allungava il muso sporco, (...) fuori un silenzio pesante..."La donna ha le doglie, il bambino più grande, il rosso, corre spaventato a cercare il padre. Mentre si inoltra nella boscaglia trova una lucertola, che mette in saccoccia. Chiama disperatamente il padre, poi lo vede: "l'ammazzato si vedeva poco in faccia, (...) le mosche gli correvano attorno a frotte, (...) una mano spuntava, tutta pesta e sanguinosa, aperta. (...) Tata ! Tata !, chiamava il piccino, Tata, mamma chiange e ti vo'!...Oi , tata !" S'impazientì. Si stese a boccone sul muricciuolo, mise fuori la lucertola, le attaccò uno spago al mozzicone di coda sanguinante e la fece camminare, rattenendola con improvvise strappate, gridandole dietro: Ah, Ah!... Isce !..." Vittorio Imbriani, anche lui napoletano, è stato professore universitario, patriota e combattente, ma anche scrittore fantasioso ed attento alla letteratura popolare. Ne è una testimonianza il racconto "Le tre Maruzze", una vera e propria rarità, in quanto fu pubblicata in soli ventotto esemplari nel 1875. In napoletano "maruzza" è la lumaca, nella storia questi animaletti sono i custodi di tre orti preziosi: un roseto, un meraviglioso campo di granturco e un aranceto. Don Peppino, un giovane contadino, salva tre luride bestiole (la biscia, la lucertola e la zoccola), in realtà tre fate, le quali, come canta il Parini, fan "beate gli amanti e a un volger d'occhio mescere a voglia lor la terra e il mare". E infatti il brav'uomo diviene il giardiniere del Re, il quale lo tiene in gran conto perché Don Peppino è sincero e fedele. Un giorno, la Regina e le altre Altezze Reali, indispettite ed ingelosite dal sentirsi ripetere sempre che Don Peppino era l'unico che non mentiva, proposero al Re una scommessa: tentare in tutti i modi il giardiniere e se Peppino avesse "spifferato" una bugia, sarebbe caduta la testa del Re, in caso contrario quella delle Altezze Reali. Don Peppino resiste alle proposte dei principi, ma quando la Regina si offre in cambio di una rosa,come canta Girolamo Fontanella, "lo sdolcinato verseggiatore, "sul felice amator cade e congiunge seno a sen, bocca a bocca e core a core". Ed ora come fare ? Dire una bugia significa incorrere nelle ire del Sovrano, dire la verità comporterà che sarà il Re a perdere la testa. Ciò che soprattutto pesa in Don Peppino è il dolore delle tre fate (ora nella forma di una vanga, zappa e badile), perché l'uomo non ha saputo resistere e "domani dirà la bugiuzza". Ma alla domanda del Sovrano: "che fan le mie maruzze ?" Don Peppino risponde: "Bocca di Verità Bugia non vi dirà, la moglie vostra a domandarne venne; m'offrì quel ch'io chiedessi e tre ne ottenne. In prezzo della prima io la baciai; (...) Vanga, zappa e badil che tutto sanno, com'io v'ho detto il ver vi attesteranno". Che morale trarre da questa fiaba ? Mentre i potenti si dilettano in giochi inutili, in stupide scommesse, il povero agisce saggiamente, anche se pure lui si è lasciato ingannare. Sarà vero ? "...Cuccurucù...".

Ho scelto solo due racconti, perché gli altri non aggiungono molto alla letteratura ed anche alla narrazione del nostro Mezzogiorno. Giornalismo, fantastico e melodramma si mescolano insieme, dandoci una visione languida e pessimista del Sud. L'unico racconto di grande forza è quello di Federico De Roberto ("La Paura") ambientato in una trincea della prima guerra mondiale e che parla della morte annunciata; alcuni soldati devono andare in un avamposto pur sapendo che moriranno di certo. E' la morte, "acquattata, vigile, pronta a balzare e a ghermire; se bisogna andarle incontro, fissandola negli occhi, gli occhi si velano, le gambe si piegano, le vene si vuotano, tutte le fibre tremano, tutta la vita sfugge." E' una pagina tragica ed estremamente attuale; ma siamo nel 1927, un altro mondo rispetto agli stanchi e ripetitivi racconti della fine dell'Ottocento.

Perché non leggerlo ? Niente di suggestivo e stimolante.



Apprezzamento Basso
Da non rileggere
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rikipedia.it Fri, 04 Aug 2017 00:00:00 +0100
<![CDATA[All the Pretty Horses (Cavalli Selvaggi)]]> http://www.rikipedia.it/recensioni/AllthePrettyHorsesCavalliSelvaggi All the Pretty Horses (Cavalli Selvaggi)

McCarthy Cormac



Anno: 1992
Pagine: 303
Editore: Picador

Letto in inglese
Finito di leggere il 02.07.2017

Due ragazzi, Grady di sedici anni e Rawlins di diciassette, si riposano sulle loro coperte da sella, dopo essere smontati dai cavalli. "La notte era fredda e chiara e le scintille emesse dal fuoco diffondevano calore e bagliori rosseggianti tra le stelle. Potevano ascoltare i camion là fuori sull'autostrada e potevano vedere le luci della città riflettersi lontano nel deserto quindici miglia a nord. Cosa pensi di fare ? chiese Rawlins. Non so. Niente", rispose Grady. Dopo trecento pagine, anche di difficile lettura, alla stessa domanda ("dove è il tuo paese ?) Grady risponde; " non so. Non so dove sia. (...) Toccò il cavallo con i suoi speroni e si mosse. Cavalcava mentre il sole gli rendeva il viso color di rame e il vento rossastro soffiava da ovest sulla pianura al tramonto e i piccoli uccelli del deserto cantavano tra le aridi felci; cavallo e cavaliere avanzavano e le loro lunghe ombre procedevano insieme come l'ombra di un solo essere. Passavano e impallidivano nella pianura al tramonto, verso il mondo a venire" Non c'è un luogo dove fermarsi, non resta che muoversi, avendo due sole certezze: i cavalli e la grande pianura selvaggia. Il romanzo narra l'avventura di un adolescente. profondamente solo e alla ricerca di sé stesso nelle grandi vastità di un West ormai travolto dalla moderna società americana. "Noi siamo come erano i Comanches duecento anni fa. Non sappiamo cosa si mostrerà con la luce del giorno. Non sappiamo persino di quale colore sarà". Così gli disse il padre, quasi ad invitare Grady a partire, forse a fuggire. E il ragazzo intraprende un lungo viaggio a cavallo, insieme a Rawlins. Si inoltrano nelle grandi distese verso il Messico, "dentro un nugolo di stelle, così che cavalcavano non sotto ma tra di esse (...), come ladri nuovamente liberi in quel nero elettrico, come giovani ladri in un giardino luminoso, male equipaggiati contro il freddo e diecimila mondi da scegliere". Durante il percorso incontrano Blevins, un ragazzino di tredici anni, a cavallo, solitario, forse in fuga. Si rendono conto che potrà essere fonte di guai: è impulsivo, testardo, senza giudizio, ancora un bambino. Lo accolgono tra di loro e dopo averlo sfamato, Blevins "cominciò a togliersi i vestiti e a camminare nudo sul prato, e, passando accanto ai cavalli, si immerse nell'acqua. (...) I cavalli lo guardavano". Il ragazzino si ubriaca e si fa rubare il cavallo da un gruppo di messicani; poi coinvolge i due amici per cercare di recuperare l'animale e il tutto finisce in una sparatoria e in un inseguimento, dal quale Grady e Rawlins si salvano a stento, perdendo comunque le tracce di Blevins. I due giovani sembrano trovare un posto sicuro e un lavoro in una grande "hacienda"; Grady si fa apprezzare per le sue eccezionali doti di domatore di cavalli selvaggi, conosce anche la figlia del padrone, con la quale ha una storia d'amore. E' una situazione piena di rischi, lui povero vaccaro innamorato di una ricca ereditiera. Ed infatti Grady e Rawlins vengono arrestati dalla polizia messicana e vengono accusati di essere complici di Blevins, che incontrano nuovamente in carcere e che avrebbe ucciso un uomo. Nel trasporto dal posto di polizia al carcere Blevins viene ucciso; nella orrida prigione messicana i due giovani vengono aggrediti e pugnalati, e solo l' intervento della zia della ragazza, della quale si è innamorato Glady, li salva dall'inferno nel quale si sono cacciati. Sembrerebbe che siamo giunti alla fine dell'avventura, ma Grady vuole riprendere i cavalli e di conseguenza il romanzo si conclude con uno scontro a fuoco, nel quale il giovane recupera gli animali. D'altra parte cosa c'è di più bello e di più vero di un cavallo ? "Quella notta sognò di cavalli in un terreno su un'alta pianura dove le piogge primaverili avevano fatto crescere il prato e i fiori di campo e i fiori si diffondevano tutti blu e gialli per quanto poteva vedere nel sogno era tra i cavalli in corsa e nel sogno lui stesso poteva correre con i cavalli (...) ed essi correvano lui e i cavalli insieme fuori nell'alta terra dove il terreno risuonava sotto gli zoccoli al galoppo (...) in una risonanza che era come una musica..."

E' una storia circolare, nella quale la trama non ha un vero sviluppo, ma ritorna sempre su stessa, ossia sulla figura di Grady, la sua solitudine e disperazione. I personaggi sono descritti in modo superficiale, in alcuni casi sono incomprensibili. Se si vuole apprezzare il romanzo, bisogna focalizzarsi sul contrasto tra l'essenzialità dei dialoghi tra Grady e Rawlins, scarni e minimalisti e per questo espressivi della loro condizione esistenziale, e la descrizione dei cavalli e dei magici paesaggi della grande pianura selvaggia. Predomina sempre, tuttavia, un livello di dettaglio, che appesantisce la narrazione e annoia il lettore. Per quanto riguarda le prolusioni sulla storia messicana stendiamo un velo pietoso.

Perché non leggerlo ? E' prolisso, lungo e sconclusionato.



Apprezzamento Basso
Da non rileggere
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rikipedia.it Sun, 02 Jul 2017 00:00:00 +0100
<![CDATA[24 racconti]]> http://www.rikipedia.it/recensioni/racconti20172006 24 racconti

Autori Vari



Anno: 1986
Pagine: 221
Editore: Editrice L'Unità spa

Letto in italiano
Finito di leggere il 20.06.2017

Con il titolo "La Rinascita" nel giugno 1944 esce il primo numero della rivista mensile del Partito Comunista. L'Italia non è ancora libera, è in corso la lotta partigiana e tuttavia fin dal primo numero la rivista dedica alcune pagine alla letteratura. Ci sono componimenti poetici (di Umberto Saba e di Salvatore Quasimodo), testi di autori stranieri ed anche di scrittori italiani, da Alberto Moravia a Cesare Pavese. Questo libro raccoglie alcuni di questi racconti, pubblicati dal 1945 al 1956, in una fase di accesa lotta politica e in pieno neorealismo. Le storie sono impregnate di temi sociali, molte di esse parlano della Resistenza, con contributi di Renata Viganò, Italo Calvino, Marcello Venturi (narratore importante e dimenticato della lotta partigiana) e Mario Puccini, quest'ultimo con un racconto commovente sulle apprensioni di un padre per un figlio impegnato in operazioni contro i tedeschi. Ne ho scelto tre da recensire, non solo perché i migliori, a mio giudizio, ma anche perché rappresentativi del nostro Paese, dell'Italia contadina e di un ceto medio urbano, che dal fascismo porterà con sé i segni indelebili della superficialità. Francesco Jovine è autore di un romanzo, "Le Terre del Sacramento", che narra di un Meridione sempre condannato allo sfruttamento e sempre tradito dalla sua classe dirigente: uno scrittore della rassegnazione e della sconfitta. Nel racconto "La morte del patriarca", pubblicato nel 1949, un nipote parla del nonno, giudice di pace di un villaggio del Sud e uomo di fiducia del principale proprietario terriero, il tipico latifondista meridionale. Il nonno è un patriarca per la sua famiglia e l'intera comunità: non approfitta dell'assenteismo del proprietario per arricchirsi, ma anzi si erge a difensore dei contadini. E' un baluardo e una figura mitica. "Nelle notti d'estate girava per le strade illuminate dalla luna, insieme con i suoi compagni contadini e li incantava suonando dolcemente il flauto. (...) Spesso quando egli era assente, i giovani erano accesi da improvvisi furori e mettevano mano alle accette. Ma quando c'era il nonno non accadeva nulla che non fosse placido e gentile; si sentivano volare quelle note di tortora in amore, accompagnate dal ronzio di calabrone di una chitarra battente, i vecchi contadini si destavano dal sonno e immaginavano i campi estivi carichi di spighe pesanti, e succose frutta bagnate dalla rugiada del mattino." Che ne sarà del villaggio dopo la morte del patriarca ? "Ad un tratto una vecchia dal fondo incominciò a piangere ad alta voce e a cantare il suo rammarico doloroso per la perdita imminente. Diceva lenta con voce ritmata: tu te ne vai, nostro onore e nostra difesa, te ne vai spada brillante. Senza di te, riprese una voce giovanile sull'ultima lassa del canto, non abbiamo più luce e giudizio." In "il mondo salvato a spalle", pubblicato nel 1951, Felice Chilanti narra della drammatica inondazione del Polesine e lo fa dandoci un bozzetto realistico e suggestivo della solidarietà contadina. "Correte, gente, l'acqua straripa lungo tutto l'argine" Giovanni e suoi compagni contadini accorrono a chiamare a raccolta gli uomini e a salvare le donne e i bambini". E grida il bottegaio del villaggio, " E tu Giovanni e tu Gabana e tu Tabanin, non siete già stati buttati in galera un anno fa per questi lavori ? Avete proprio voglia di salvare la terra e le vacche del Cané ?" Canè è il grande proprietario della zona, il cui fratello, lo zoppo, urla come un pazzo ai contadini che si danno da fare per salvare la famiglia e le masserizie dei Cané. "Volete fare la rivoluzione disgraziati ! Venite a prendermi, Assaggerete i confetti della mia pistola.... (...) Giovanni e i suoi compagni portavano a spalle il mondo alla salvezza: il mondo intiero così com'era, gli amici e i nemici, la società nella quale vivevano e lottavano; portavano in salvo l'agrario e i suoi beni, il prete e le sue preghiere, il maresciallo dei carabinieri e le sue manette". Il titolo del racconto di Libero Bigiaretti ("un altro destino" 1951) richiama Martin Eden di Jack London. Due giovani fanno amicizia perché lavorano insieme in un cantiere: Renato è di estrazione operaia, intelligente, battagliero, capace di far "valere con chiarezza ed energia le proprie ragioni", Giulio viene da una famiglia borghese, insofferente, ha abbandonato la scuola e vorrebbe pubblicare le sue poesie sulla Fiera Letteraria. A differenza di Giulio, tutto intriso "di nomi e di libri alla moda", Renato "leggeva quando gli capitava, con il desiderio caparbio di comprendere fino in fondo". Giulio conosce Elena, la sorella di Renato, con la quale inizia una relazione. "Ci sciogliemmo, io pieno di sgomento e di confusione, lei calma; mi disse di pulirmi le labbra, ché dovevo averle sporche di rossetto. (...) Mi viene da ridere, se ci ripenso. Se ripenso come, per tutta la serata e la notte, mi si complicò nella testa quella comunissima avventura." E se avesse dovuto sposarla ? "Lo sapete che Giulio va a passeggio ai Mercati generali con una fruttivendola ? (...) Poi conobbi Loredana con la quale, tra un bacio e l'altro, si poteva parlare di letteratura. E Loredana sapeva anche baciarmi molto meglio di Elena".

I racconti non sono certo dei capolavori; dietro un neorealismo di facciata emerge una vena melodrammatica ed enfatica, che proviene dalla letteratura del fascismo e da radici ancora più lontane, dell'Italia provinciale, estranea alla cultura europea. E' singolare come si senta già un senso di stanchezza, di rassegnata accettazione del Paese che sarà l'Italia: intimistica, melliflua ed ipocrita.

Viene un po' di nostalgia nel leggere questi raccont. Allora, una rivista di partito dava spazio alla letteratura, ai principali autori italiani; oggi siamo costretti a leggere frasi sconnesse su Facebook e su Twitter, mentre gli scrittori parlano d'altro, ben lontani dalla politica. E forse da qui che prende le mosse l'ormai stucchevole crisi della sinistra ?

Perché leggerlo ? E' interessante per ricordarci qual' era la cultura di sinistra.



Apprezzamento Medio-Basso
Da non rileggere
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rikipedia.it Tue, 20 Jun 2017 00:00:00 +0100
<![CDATA[The Thicket (la foresta)]]> http://www.rikipedia.it/recensioni/TheThicketlaforesta The Thicket (la foresta)

Lansdale R. Joe



Anno: 2013
Editore: Hodder & Stoughton

Letto in italiano
Finito di leggere il 04.06.2017

Dinanzi al male, alla violenza, alle tante vittime innocenti, ai genocidi e agli stermini di massa ci chiediamo spesso se Dio esista o, se c'è, non sia un Essere indifferente alla condizione umana. E tante volte ci viene da rispondere con le parole di Shorty, uno dei personaggi del romanzo: "Dio è un'idea, e il diavolo siamo noi. (...) La vita non è bianca e nera, qui e là. C'è un po' di fango in essa, e noi siamo parte del fango". Questo romanzo affronta la questione del bene e del male e lo fa con una storia avventurosa, terrificante e cinica. Un'epidemia di vaiolo ha reso orfani due adolescenti, Jack e Lula. Vengono presi in carico dal nonno: esempio di virtù e di saldi valori, almeno agli occhi dei ragazzi. "Era un uomo religioso e sempre era convinto che egli avrebbe visto tutti in paradiso. Era una cosa ferma e solida in lui, e lo confortava in tutte le situazioni, e mi aveva insegnato che questo era il modo con il quale bisognava trattare con il mondo". Iniziano un viaggio, che avrebbe dovuto portare i ragazzi a vivere presso una zia, quando, attraversando un fiume su un piccolo traghetto, il nonno viene ucciso da un malvivente, l' imbarcazione si rovescia e Lula viene rapita dai banditi.Jack è atterrito e vuole mettersi subito alla ricerca della sorella. Giunto nella cittadina più vicina, si imbatte in un nano, appunto Shorty, e in Eustace, un gigante nero sempre insieme ad un maiale. I due sono disponibili ad aiutare Jack, perché il ragazzo li ha convinti promettendo come ricompensa una proprietà avuta in eredità. Sono due pochi di buono, almeno sembra; ma i dubbi di Jack sono altri:" potrebbe non essere necessario uccidere qualcuno. Shorty e Eustace mi guardarono come se mi fossero appena caduti i pantaloni e avessi cagato una grossa merda proprio lì nella stanza. Potrebbe non essere necessario uccidere qualcuno ? disse Eustace, hai preso un drink o due senza che me ne accorgessi ?" Jack perde la verginità con una giovane prostituta, dalla quale viene a sapere che il nonno la frequentava con assiduità. Assiste alla tortura di uno dei banditi da parte di Eustace e Shorty; quest'ultimo gli racconta la spaventosa storia dello sceriffo, la cui famiglia fu orrendamente trucidata dagli indiani. Jack tenta di non cedere, rivolgendosi a Dio, "ma le preghiere le sentivo senza senso, a differenza di quando ero a casa e la mia famiglia era in casa con me e ogni cosa era in ordine. Le preghiere allora sembravano vere, ma adesso le sentivo vuote". Hanno saputo che i malviventi si sono nascosti in una boscaglia, un'area impenetrabile ed in mano ai banditi. Inizia "una nobile spedizione di salvataggio"; peccato che il gruppo sia formato da improbabili personaggi: un inetto cercatore di tracce (Eustace), un maiale quasi cane, un nano troppo saggio per essere reale, una prostituta un po' innamorata e un po' in fuga, uno sceriffo disperato e un pover'uomo, un addetto alle pulizie che si aggiunge così, per paura o perché non saprebbe cosa fare d'altro. E' una metafora dei dannati della terra ? Comunque sia, con questa compagnia bislacca Jack si inoltra nella boscaglia: si imbatte in cadaveri orribilmente sfigurati e in superstiti ancora traumatizzati dai crudeli criminali, viene a conoscenza di storie agghiaccianti, di atroci delitti, ed è coinvolto in sparatorie e omicidi, nei quali i suoi compagni mostrano la stessa indifferenza alla vita di quella dei banditi. E' come discendere agli inferi, non c'è un limite alla malvagità dell'uomo. Fino a quando, in una scena finale di forte tensione, gli eroi, che vorremmo fossero buoni, fanno strage dei nemici e liberano Lula. Nel corso dello scontro Jack non ha remore, è ormai un assassino determinato e privo di freni etici, non cerca più la Giustizia, non si aspetta nulla dalla legge, non ha più rispetto della vita umana: "mi sentivo lontano da Gesù e più vicino a Satana di quanto ero mai stato prima".

E' meglio non riportare il finale del romanzo: è di un buonismo deludente, del tipo "tutti vivranno felici e contenti"; una caduta narrativa dopo un racconto che non lascia spazi all'immaginazione, tanto gli orridi atti di crudeltà sono dettagliati e ripetuti sino alla noia. C'è da chiedersi quale sia stata la finalità dell'autore: un inno alla violenza, un affresco della società moderna con le sembianze del mondo del West, o, peggio ancora, convincerci che si diventa adulti solo se si accetta il male come elemento caratterizzante la vita umana, in tutte le epoche. Se così fosse, noi rispondiamo con le parole di un grande filosofo confuciano (Wang Yang - Ming, vissuto tra il 1472 e il 1529): la Mente, detta anche Cuore/Spirito (principio unificante dell'universo) "condivide la stessa essenza della natura umana ed essendo la natura umana originariamente buona altrettanta perfezione va riconosciuta alla Mente". E' inutile domandarsi se Dio è buono, cattivo o indifferente, perché non è altro che la proiezione della natura umana: siamo noi che dobbiamo coltivare noi stessi con la conoscenza, il comportamento, la compassione e la sincerità, in modo da agire bene e sgombrare il campo dal male.

Il pregio fondamentale del romanzo è lo stile narrativo. Non è un inglese facile, perché pieno di parole gergali e con una struttura sintattica apparentemente involuta; eppure è proprio la scrittura a dare originalità al racconto, ad intrigare ed affascinare il lettore. Dispiace che tanta abilità sia stata messa al servizio di un messaggio così sbagliato.

Perché leggerlo ? Talvolta noioso, ridondante di crudeltà, troppe disgressioni: ciò che avvince è la scrittura.



Apprezzamento Medio-Basso
Da non rileggere
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rikipedia.it Sun, 04 Jun 2017 00:00:00 +0100
<![CDATA[Nuovi racconti italiani]]> http://www.rikipedia.it/recensioni/Nuoviraccontiitaliani Nuovi racconti italiani

Autori vari



Anno: 1962
Pagine: 545
Editore: Nuova Accademia

Letto in italiano
Finito di leggere il 30.05.2017

Il libro raccoglie 29 racconti, una rassegna che comprende scrittori famosi, come Bassani, Buzzati, Gadda, Moravia, Pasolini, Pratolini, Cassola ed altri; ma anche autori meno noti, comunque rappresentativi della letteratura del nostro Paese. Non si può dar conto di tutti i racconti, peraltro molti non particolarmente riusciti, mi soffermo solo su alcuni. Essi hanno un tratto comune: parlano delle condizioni materiali di vita dell'Italia degli anni'50, con un approccio tra verità e poesia, fra disegno sociale e storie personali. Carlo Bernari è oggi uno scrittore dimenticato, ma nel 1929 compose un romanzo ("Tre operai"), che dava una visione realistica della condizione operaia sotto il fascismo e per questo ebbe una diffusione semiclandestina. Nel suo lungo racconto, "Il crumiro", Bernari ci parla di Peppino, un napoletano pieno di risorse: nella Bari del dopoguerra riesce a trovarsi un lavoro di "tutto fare" in una fabbrica, a costruirsi una casa, ovviamente abusiva, ad allacciarsi alla luce e all'acqua, sempre di straforo, e a mettere su famiglia. "Alla napoletana, lo motteggiavano i suoi compagni di lavoro, quando al mattino scoprivano il rubinetto aggiustato, la nuova presa di vapore, uno scranno ricavato da una vecchia cassa da imballaggio (...). Non proprio a regola d'arte, ma in maniera approssimativa, sì alla napoletana, comunque però era fatto". E se è vero che il tutto (la casa, il lavoro e la numerosa figliolanza) ha i suoi inconvenienti ("ma insomma, dentro ci sentono, fuori ci vedono, mi vuoi dire che amore è questo ?") Peppino sente di avere raggiunto tanti traguardi, modesti agli occhi di oggi ma importanti nell'Italia di allora. Quando, a seguito di una pioggia, che scrosciava da giorni, "ostruite le fogne, un'acqua melmosa e verdognola rifluì dal sottosuolo (...) raggiunse l'ultimo cortile, dove abitava Peppino: e lì ristagnò" e distrusse la casa di Peppino e della sua famiglia, annientando i suoi sogni. Con Rea, Prisco, Ortese ed altri, Raffaele La Capria appartiene a quella vena narrativa napoletana che risale a Matilde Serao. In questo breve racconto ("Ninì prende il largo") La Capria parla di libertà, e lo fa con il mare di Posillipo. Ninì è uno "scugnizzo". La schiena nera, ossuta, chiazzata di sale, tutt'una con lo scoglio, già cominciava a scottare sotto il sole (...) Ma l'attenzione di Ninì era concentrata nella conchetta trasparente, tra quelle quattro pietre del fondo, che se le pigliavi e le portavi su erano pietre come le altre, (...) e quando le vedevi invece sotto mezzo metro d'acqua così chiara, erano piene di avventure". Sta pescando il mazzone (un pesce di scoglio che "pure il gatto lo schifa"), quando un amico gli urla di salire in barca. Ed ecco a remare verso la punta di Posillipo, a chiamare le ragazze perché si affaccino ai balconi, a fare il gradasso con chi sta fra gli scogli: e si "agitava col culetto sulla prua della barca, batteva coi calcagni sui fianchi, come a spronarla. (...) Ora man mano che la barca avanzava, la linea dell'orizzonte si spostava sempre più in là, dietro il Capo di Posillipo e il promontorio si ritirava sempre più nella costa, e davanti agli occhi di Ninì il cerchio perfetto del golfo si apriva lasciando intravedere altre distanze. (...) A ripensarci, adesso, la conchetta trasparente sotto gli scogli di Palazzo Donn'Anna pareva a Ninì non più grande di una bagnarola". Bonaventura Tecchi ha vinto nel 1960 il Premio Bancarella col romanzo "Gli egoisti". In "La ragazza della filanda", la protagonista è un'operaia "grande e ossuta quasi quanto un uomo", (...) conservando sotto quella membratura maschile una curiosa innocenza, in parte timida e in parte sempliciona". Non ha ancora conosciuto il sesso e ride quando le compagne le dicono che l'amore "è un gusto, presso a poco come quello che tu hai a mangiare le cose ghiotte". "Pareva che quel suo stesso corpo, così squadrato e forte, fosse una corazza, entro la quale l'amore non sarebbe potuto entrare per malizia, forse solo con la violenza". E così avviene: un uomo, solo perché "l'aveva sotto mano", le fa la corte, la convince a farsi portare a casa, e quando si accorge che "davvero non era mai stata toccata dall'amore, ne ebbe quasi un senso di rancore, (...) e quando venne il piacere rapido, violento, e la gran soddisfazione, l'orgoglio di lui, anche allora rimase (...) la volontà di umiliar lei". E lei, piantata dopo pochi giorni, va "via sola giù per il viottolo, con quelle spalle ossute che sussultavano sotto lo scialletto, ma senza piangere." Giovanni Testori è conosciuto come autore di teatro, ma ha scritto numerosi racconti e romanzi. La breve storia "Guardati intorno ed impara" è enigmatica, tanto che fino all'ultimo non ne è chiaro il senso complessivo. Una giovane donna fugge da una casa, barcolla, si appoggia ad una parete, cerca di riprendere contatto con la vita: capisce "che non le resta nient'altro da fare che nascondere se stessa, non solo alle persone ma anche alle cose". E' questo l'avvio di una storia: lentamente si dispiega, comprendiamo che la ragazza ha ucciso un uomo, non perché veramente lo volesse, ma per un meccanismo familiare. Sorella, fratello e madre sono legati tra di loro da un nodo, che "nella sua elementarità era quasi tragico: legami che venivano trattenuti da ogni espressione sentimentale, ma che si manifestavano nella loro forza, allorché la vita della famiglia attraversava qualche situazione difficile. Allora una parola, una domanda o un semplice riferimento bastavano perché i tre si ritrovassero costretti e quasi dannati a un solo destino. (...) Sarebbe stato necessario distruggere, a furia di poter tutto, ogni residuo umano."

Le storie di Peppino, di Ninì, dell'operaia della filanda e della giovane donna sono paradigmatiche di una società e di una condizione esistenziale. Darsi da fare, spesso inutilmente, desiderare la libertà, anche di un momento, accontentarsi di un amore qualunque, lasciarsi intrappolare dai meccanismi familiari, sono i tratti caratteristici di un'Italia che è lì lì per cambiare, ma nella quale prevale ancora la rassegnazione. Pur nel pessimismo prevalente i quattro racconti esprimono forza narrativa e innovazione: gli autori costruiscono trame eleganti ed interessanti, personaggi significativi e di spessore, hanno qualcosa da dire e lo fanno con una scrittura colta, ma già contemporanea. La lingua parlata sta entrando in quella scritta e lo farà poi in modo prepotente, per ora serve a non far fare ai racconti "la figura barbosa e barbina dell'antiquato (Antonio Baldini nell'introduzione).

Perché non leggerlo ? Sono quattro bei racconti, ma non valgono la fatica di leggere oltre cinquecento pagine..



Apprezzamento Medio-Basso
Da non rileggere
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rikipedia.it Tue, 30 May 2017 00:00:00 +0100
<![CDATA[Butcher's Crossing]]> http://www.rikipedia.it/recensioni/ButchersCrossing Butcher's Crossing

Williams John



Anno: 1960
Pagine: 352
Editore: Vintage Classics

Letto in inglese
Finito di leggere il 09.05.2017

L'anno è il 1873 e Butcher's Crossing è una città del Kansas, in realtà un piccolo insediamento di cacciatori di buffali. Andrews è un ragazzo di vent'anni; ha abbandonato Boston per una vaga idea di libertà. "Talvolta, dopo aver ascoltato le voci sommesse in chiesa e a scuola, superava i confini di Cambridge per le terre e i boschi che giacciono a sud - ovest. Là in qualche luogo solitario, immobile su un nudo terreno, sentiva la mente riempirsi dell'aria limpida e si immergeva in uno spazio infinito: la vacuità e la costrizione che sentiva erano dissolte nella natura selvaggia che lo circondava". Il giovane conosce un cacciatore, si lascia coinvolgere in un progetto: andare al di là della grande pianura, in mezzo alle montagne, laddove pascolano ancora migliaia di buffali. "Capì che la caccia era soltanto uno stratagemma, un inganno a se stesso. (...) Nessun affare lo spingeva... andava là per la libertà". Si forma una strana squadra: Miller il capo, cacciatore paranoico, uccide i buffali per il gusto di farlo, e non solo per avidità, Schneider un uomo pratico e cinico, deve scuoiare le bestie con l'aiuto di Andrews, e con loro un vecchio pazzo alcolizzato, Charley Hoge. Con questo gruppo Andrews si inoltra nel selvaggio West, nel contempo un'avventura e una trasformazione fisica e spirituale. Sono un'altra immensità ed un altro orizzonte, ma la mente del ragazzo è ancora "piena delle meraviglie che aveva conosciuto da bambino". Francine, una prostituta, gli dice con affetto, dolcemente sorridendo: "tornerai; ma non sarai lo stesso. Non sarai così giovane; diverrai come gli altri. Andrews la guardò confuso, e nella sua confusione gridò: diverrò soltanto me stesso". Le tappe del cambiamento, da ragazzo ad adulto, sono scandite dalle diverse fasi del viaggio. Innanzitutto camminano per molti giorni nella grande pianura ed Andrews deve abituarsi alle lunghe ore di cavallo in un ambiente piatto e monotono: "si sentiva come la terra, senza identità e senza forma (...), percepiva il corpo divenire lentamente asciutto e forte: pensava a volte che stava entrando in un nuovo corpo, o in un corpo reale, prima nascosto da una innaturale mollezza, bianchezza e delicatezza". La seconda fase è costituita dalla caccia al buffalo: la strage senza pietà, la bestia scuoiata e macellata. "L'intera attività sembrava ad Andrews come una danza, un tenebroso minuetto"; l' eccidio senza fine come "un meccanismo, una automazione, (...) come una fredda risposta senza senso alla vita. (...) Capì che si allontanava non a causa di una nausea femminile del sangue, (...) ma per lo shock di vedere il buffalo, alcuni momenti prima orgoglioso e nobile e pieno di dignità, adesso spoglio e senza aiuto, un pezzo di carne inerte. (...) Il suo essere era ucciso, e in quella uccisione sentiva la distruzione di qualche cosa entro di lui, ed egli non era capace di affrontarlo". Ed infine è il lungo inverno: il gruppo si ritrova intrappolato dalla neve sino a primavera, al freddo e totalmente isolato. "Egli finì per accettare il silenzio nel quale viveva, e non cercare un qualche significato in esso. (...) Ricordava vagamente le comodità della sua casa a Boston; ma ciò sembrava irreale e lontano, e di quei pensieri gli restava soltanto lievi fantasmi di una rimembranza": una sorta di estraniazione, perdita di coscienza e di identità. La natura selvaggia, imperscrutabile ed indifferente, ha la meglio sui sogni del ragazzo: crea un uomo duro, incapace di affetto, solitario ed individualista. E quando finalmente il gruppo ritorna a Butcher's Crossing, dopo aver perso tutto il carico di pellicce nell'attraversare un torrente in piena, e quando Miller e i suoi scoprono che il prezzo delle pellicce è crollato, che la loro fatica non è valsa a nulla, Andrews si chiede che senso abbia avuto tutto questo. Dove era stato e perché ? Non resta che andarsene, rimettersi in cammino, solo. "Perfino adesso, alla luce dell'alba, la città era come un piccolo rudere; la luce colpiva i bordi degli edifici e rendeva più evidente un vuoto che era già là. (...) Egli non sapeva dove stava andando; ma sapeva che (la direzione) gli sarebbe sopraggiunta più tardi nella giornata. Cavalcava avanti senza fretta, e sentiva dietro di lui il sole salire lentamente e riscaldare l'aria".

Non bisogna lasciarsi ingannare dalla storia, dalle descrizioni minuziose dei paesaggi e della caccia al buffalo: l'oggetto del racconto non è il selvaggio West. E non siamo dinanzi ad un romanzo di formazione, perché Andrews non è diventato veramente adulto, tanto è vero che abbandona la donna, Francine, che lo ha accolto con amore al ritorno dal lungo viaggio. L'argomento del romanzo è l'estraniazione dal mondo: il non sentirsi parte di niente, uomo solo in un mondo incomprensibile, senza amicizie e senza valori. Se la grande conquista del West, il mito americano, fosse stato questo, che ne sarebbe dei valori di comunità e di libertà che tuttavia sorreggono la società statunitense ? Il romanzo non parla di questo, anche se sembrerebbe farlo; il racconto è all'interno della coscienza dell'autore, parla della ricerca di un equilibrio non riuscito tra individualità e socialità.

Il racconto è scritto molto bene. Lo stile è elegante, i periodi scorrono fluidi e piacevoli, l'elemento documentaristico ben si concilia con la trama e i personaggi. Si percepisce, tuttavia, un forte connotato intellettualistico, qualche cosa di artefatto, risultato di un indagine, non di un mondo vissuto, almeno nei suoi ideali. Si parla di natura selvaggia, di uomini che lottano in un ambiente ostile, ma se si confronta il romanzo con le opere di Jack London, ed in particolare con quel capolavoro che è Zanna Bianca, si capisce molto bene come John Williams sia semplicemente l'ennesimo intellettuale, che scrive di sé stesso e, perché mai ?, anche di uomini ed ambienti che conosce solo sui libri, perché li ha studiati.

Perché leggerlo ? Bella scrittura, ottime descrizioni dei luoghi, personaggi tratteggiati mirabilmente.



Apprezzamento Medio-Basso
Da non rileggere
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rikipedia.it Tue, 09 May 2017 00:00:00 +0100
<![CDATA[Il Calcio in giallo]]> http://www.rikipedia.it/recensioni/IlCalcioingiallo Il Calcio in giallo

Autori vari



Anno: 2016
Pagine: 337
Editore: Sellerio

Letto in italiano
Finito di leggere il 17.04.2017

Il libro raccoglie i racconti sul calcio di diversi scrittori di noir, alcuni noti, come Aykol, Giménez-Bartlett, Malvaldi e Manzini, altri meno conosciuti: Gian Mauro Costa, Francesco Recami e Gaetano Savatteri. Le trame, i personaggi e gli stili di scrittura sono differenti; c'è comunque un tratto comune: il calcio, anche quello dilettantistico o praticato nei campionati minori, è sempre una cosa sporca e violenta, che tira fuori il peggio dalle persone. Gli scrittori già famosi sono scontati: gli schemi narrativi sono quelli dei loro romanzi, disgraziatamente compressi all'interno della forma del racconto, per sua natura breve. Interessanti sono i contributi di Costa, Savatteri e Recami; i primi due hanno ambientato le loro storie a Palermo, mentre il contesto del terzo è Milano. Quello di Recami ( "Progresso - Audace 3-2") è il racconto migliore, sul quale vale la pena soffermarsi, per i temi trattati e l'abile narrazione. Siamo in una partita di ragazzi, con i genitori a tifare sugli spalti. Gianmarco ha undici anni, ha i tipici dubbi di un adolescente sul proprio orientamento sessuale, anche perché, gentile, sensibile ed educato, viene beffeggiato dai compagni con epiteti quali "Giorgi gay". E' un bravo giocatore, viene preso di mira da un ragazzo della squadra rivale, aizzato dal padre ( "stroncalo, buttalo giù, finiscilo, ammazzalo.."). L'uomo, "over fifty sovrappeso, immigrato pugliese di terza generazione, abbastanza panzuto", "in piena crisi estetica", insulta la madre di Gianmarco con parole impronunciabili, le tira una sberla e scatena l'ira delle mamme, che lo inseguono per picchiarlo. Si rifugia in un magazzino abbandonato, dove viene catturato da Oleg, un gigante, chiaramente un criminale proveniente da chi sa quale paese dell'Est Europa. E qui la vicenda cambia di segno per il nostro panzuto prepotente: da gradasso diviene un agnellino, così fifone da cagarsi addosso (letteralmente) e da non essere capace di difendere la propria famiglia dalle minacce e dalle violenze di Oleg. Sarà, invece, sua moglie a proteggere i figli e la casa, disponibile a sacrificarsi per questo; ma come ? proprio una donna, appartenente a quel genere, che il panzuto apostrofava abitualmente con termini quali: "troia di merda....". Nel frattempo Gianmarco fa una scoperta incredibile: un giocatore famoso, "uno dei suoi idoli, un duro, uno che si faceva rispettare", aveva dichiarato di essere gay. Come era possibile ? "Non ti devi meravigliare proprio per niente" gli disse il bidello Sciacca dall'alto della sua saggezza, "nel mondo del calcio sono tutti froci. (...) Senza dubbio fu la lezione di educazione sessuale più intensa che Gianmarco aveva mai avuto e avrebbe mai ricevuto in tutta la sua vita. Rifletteva. Eccolo il principio, ecco la verità, ecco perché alla Juventus sono tutti froci, Allora se io sono gay vuol dire che sono più virile della mammolette che vanno con le donne ?" Interviene la bidella. "Che fai Sciacca, racconti le solite storielle sporche ai ragazzi ? Ma che vai dicendo, parlavamo di calcio."

La forma del racconto non si presta al noir: è troppo breve per rendere possibile quello sviluppo e quella suspense che costituiscono il cuore di un giallo. E' come vedere un telefilm della "Signora in giallo": ad un certo punto deve concludersi e quindi la storia precipita in un finale scontato o rimane sospesa, lasciando insoddisfatto il lettore. Di maggior pregio sono le ambientazioni, i personaggi e soprattutto la scrittura: quest'ultima è talvolta una bella sorpresa.

Perché leggerlo ? Si scoprono scrittori meno noti, ma di valore.



Apprezzamento Medio
Da non rileggere
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rikipedia.it Mon, 17 Apr 2017 00:00:00 +0100
<![CDATA[The Grass Harp (l'arpa d'erba)]]> http://www.rikipedia.it/recensioni/TheGrassHarplarpaderba The Grass Harp (l'arpa d'erba)

Capote Truman



Anno: 1945
Pagine: 120
Editore: Vintage Int. Edition

Letto in italiano
Finito di leggere il 02.04.2017

"L'arpa d'erba" è un romanzo di formazione, ma va letto come una assonanza di immagini meravigliose e suoni straordinari, "un'arpa di voci che raccontano una storia" E a noi non resta che ascoltare. Come già si è visto nel "Giorno del Giudizio" di Salvatore Satta, la rimembranza non è un succedersi di eventi, una sequenza di situazioni e personaggi; è invece come chiudere gli occhi "per fissare la loro immagine, (...) una serie di ricircoli, anelli che non evolvono con la libertà di una spirale: per me passare dall'uno all'altro è stato un salto, non un cambiamento graduale". In questo caso a ricordare è un adolescente: Collin. Orfano di entrambi i genitori viene accolto nella casa delle zie, in una piccola cittadina di campagna. Verena, la più giovane delle due sorelle, è una donna autoritaria, esperta negli affari, sempre pronta ad imporre regole e restrizioni. Dolly, l'altra sorella, è bizzarra, con gli occhi di "una persona dotata di un naturale talento, gentili, trasparenti occhi, di un colore verde luminoso, come una crema alla menta". E poi c'è l'unica amica di Dolly, Catherine. "Erano sempre insieme ed ogni cosa che dovevano dire lo dicevano l'una all'altra: appoggiando l' orecchio ad una trave potevo ascoltare l'affascinante tremore delle loro voci che fluivano come un ronzio tra i vecchi tramezzi di legno. (...) Lo so: Dolly, dicevano, era la croce di Verena. (...) Forse era così. Ma quelli furono anni felici. (...) Se qualche folletto volesse farmi un regalo, mi dovrebbe dare una bottiglia colma delle voci di quella cucina, gli ha ha ha e i bisbigli del fuoco, una bottiglia strapiena degli odori di forno, di burro e di dolci, anche se Catherine puzzava come una scrofa in calore". Verena, sempre avida di guadagni, vorrebbe che la sorella accettasse di mettere in commercio le ricette di erbe naturali, delle quali Dolly è famosa, ma anche giustamente gelosa. Per la prima volta le due sorelle si scontrano e Dolly, così fragile e docile, mostra tutta la sua caparbietà: decide di andarsene, porta con sé Collin e Catherine e sceglie come dimora un albero: "spazioso, robusto, (...) era come un battello fluttuante su un mare di rami, (...) Dolly sapeva, e faceva in modo che io sapessi, che era una nave, che starci era veleggiare lungo le coste nuvolose di ogni sogno, (...) noi le appartenevamo, come le appartenevano i rami illuminati dal sole, nido di uccelli notturni." E' un scandalo, è chiaramente una rivolta, verso Verena e contro l'intera città. Ed infatti più volte lo sceriffo, il reverendo, i compaesani vanno sotto l'albero per convincere Dolly a scendere. La situazione diviene ancora più imbarazzante quando un vecchio giudice in pensione si aggiunge ai "rivoluzionari", i quali a loro volta permettono che si accampi vicino all'albero una strana e numerosa famiglia di vagabondi. L'ordinata vita cittadina è sconvolta. Si arriva allo scontro fisico, all'azione di forza, Catherine viene arrestata. Alla fine sarà Dolly a decidere: la sua saggezza, e l'affetto per la sorella, per Collin e Catherine, la convincono a scendere, anche perché Varena ha compreso di aver sbagliato. Il racconto si conclude con la lunga malattia di Dolly e con la sua morte. E' tempo per Collin di andarsene.

Che cosa simboleggia l'albero ? Tante cose: la libertà, il sogno,la natura, e in particolare un legame così forte da sopravvivere alla morte: quello tra Collin e Dolly. "Avrei inventato qualcuno, una storia per ritrovarla, poiché lei sembrava andare avanti verso il futuro, mentre io ero incapace di seguirla nella mia monotona immobilità". Ma come andavo avanti nello scrivere "noi fluivamo insieme di nuovo come una corrente d'acqua che per un istante un'isola ha diviso". Come si era già visto nel Grande Gatsby l'occhio del giovane narratore, un adolescente, illumina con l'immaginazione la figura di una modesta donna di provincia e di una banale casa sull'albero, costruita da altri ragazzi per gioco. La fantasia è il mezzo più potente (il solo ?) per trasfigurare la realtà, e renderci felici.

Il primo capitolo è splendido; poi il racconto procede lento, senza ritmo, con troppe divagazioni e con l'ingresso di un numero eccessivo e ridondante di personaggi. Insomma lo scrittore ha tirato un po' per le lunghe, non riuscendo a sviluppare l'idea geniale della casa sull'albero come rifugio e luogo di sogno e libertà. Forse ha nuociuto aver voluto creare una trama, e non lasciarsi, invece, immergere nell' atmosfera misteriosa del bosco: troppa prosa, poca poesia !

Perché leggerlo ? Vale la pena leggerlo solo per il primo capitolo.



Apprezzamento Medio
Da non rileggere
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rikipedia.it Sun, 02 Apr 2017 00:00:00 +0100
<![CDATA[Probabilmente mi sono persa]]> http://www.rikipedia.it/recensioni/Probabilmentemisonopersa Probabilmente mi sono persa

Salar Sara



Anno: 2008
Pagine: 116
Editore: Ponte 33

Letto in italiano
Finito di leggere il 24.03.2017

La protagonista è una giovane donna: vive a Tehran con un bambino, è separata, è in cura da uno psicologo, ha una amica: Gandom. La storia si sviluppa nell'arco di poche ore. Si è svegliata confusa allo squillo del telefono dell'ex marito, si ritrova piena di lividi e con un occhio contuso (è stata picchiata ?), si ricorda a mala pena di aver mandato il bambino all'asilo con il taxi; inizia subito un dialogo immaginario con Gandom. "Perché non le ho mai detto che a volte i sogni accompagnati dalle paure, dalle ansie e dalle preoccupazioni sono più belli della realtà e, a volte, addirittura più reali della realtà ..." Erano amiche d'infanzia, sono cresciute nella stessa città di provincia e insieme l'hanno lasciata per andare a studiare a Tehran, si sono innamorate dello stesso uomo, ma poi la protagonista ha sposato quello prescelto dalla famiglia. Esce di casa, il traffico è intenso e rumoroso, la radio invade l'abitacolo dell'auto con messaggi pubblicitari, notizie infarcite di propaganda politica, richiami religiosi: "Cick, Cick, Cick ...il cioccolato per grandi e piccini, (...) I problemi economici sono un complotto del nemico, (...) Le donne e gli uomini sono essenzialmente diversi. Se una donna devia dalla strada della purezza, provoca il disonore del marito ma se l'uomo..., (...) Quando deve nascere un bambino, viene un angelo da parte di Dio (...). L'angelo lo spinge in questo mondo e se ne prende cura per tutta la vita ..." Continua a parlare con Gandom, così veniamo sapere che le sono morti il padre e i fratelli, è cresciuta in una famiglia rovinata dai debiti, con una madre fredda e severa. "Da quando, da quando mi sono coperta con questo chador nero e pesante ?(...) Forse ho lasciato qualcosa in un qualche posto, nel passato. (...) Ah, se fosse possibile con un solo respiro profondo inghiottire il passato e mandarlo giù per sempre...." Ben diversa è Gandom, piena di vita, gioiosa, sicura, con un padre affettuoso, una nonna gentile e tanti soldi da spendere nello shopping. Sono inseparabili, con l'amica sempre pronta ad affermare la propria superiorità, conoscendola meglio di quanto lei stessa si conosca. "Gandom mi doveva umiliare sempre, sia quando mi rinfacciava le mie paure, sia quando non me le rinfacciava. Tutta la mia vita è andata in merda con questa persona, una persona che sembrava sapesse tutto di me, come se conoscesse i miei angoli nascosti, come se fosse più vicina a me di me ... tutta la mia vita... mi viene da ridere ...". Non la vede da molti anni, la deve trovare perché non può vivere senza di lei, la cerca presso l'uomo che entrambe hanno amato. "Ho trentacinque anni. Domani porterò Samiar all'asilo e, quando uscirò dal portone, vedrò una donna di trentacinque anni ferma lì, in piedi, che mi fissa sorridendo. Questa volta, dopo tutti questi anni, la riconosco, con quegli occhi lucenti neri, con quella pelle liscia, ambrata, con tutti quei capelli che fuoriescono qui e là dal foulard e le incorniciano il viso... con quel sorriso che le fa venire due fossette sul viso... le vado incontro e le stringo forte le mani nelle mie. Dice: come sono calde. Vorrei dirle che non sono le mie mani che sono calde... non dico nulla... soltanto le stringo forte nelle mie e sorrido ... dopo tutti questi anni, so che anche a me, quando sorrido, vengono le fossette sul viso".

E' la storia di una scissione della personalità. Oppressa dagli incubi del passato, ai quali ha tentato invano di sfuggire trasferendosi nella grande città, per ritrovarsi ancora più sola e disperata, la protagonista è scivolata nella schizofrenia. "Misi la mano sulla sua. Il suo essere sempre presente era meglio del suo non esserci. La sua presenza, con tutta la sofferenza che mi provocava, e forse con tutta la sofferenza che mi provocavo...(...) E' come se mi fossi persa anni fa, persa in quel cielo pieno di stelle di Zahedan". Per ritrovare sé stessa dovrebbe tornare all'infanzia, molti indietro nel passato, e non è possibile. La salverà l'amore materno ? "Piango... Piango a voce alta, (...) Samiar mi accarezza i capelli e io sprofondo nel suo abbraccio... ".

Il racconto è costruito su diversi livelli: la vicenda reale, insignificante; i dialoghi serrati con Gandom, ovviamente dei soliloqui; le visite dallo psicologo, brevi ed inutili ai fini della comprensione della protagonista; e l'Iran contemporaneo, tra modernità e Islam tradizionalista. Ne deriva una narrazione frammentaria e confusa, anche per l'uso esasperato dei punti di sospensione, vorrebbero dare il senso del flusso della coscienza, in realtà è un banale espediente letterario per non approfondire il dramma esistenziale della protagonista. Si resta perplessi, si rimane insoddisfatti, con l'impressione di un racconto superficiale, artefatto, intellettualistico, e non realmente vissuto.

Perché non leggerlo ? Inconcludente e inutile.



Apprezzamento Basso
Da non rileggere
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rikipedia.it Fri, 24 Mar 2017 00:00:00 +0100
<![CDATA[To kill a mockingbird (Il buio oltre la siepe)]]> http://www.rikipedia.it/recensioni/TokillamockingbirdIlbuiooltrelasiepe To kill a mockingbird (Il buio oltre la siepe)

Lee Harper



Anno: 1960
Editore: Lippincott Company

Letto in inglese
Finito di leggere il 11.03.2017

"Mentre tornavo a casa, pensavo che Jem ed io saremo diventati grandi, ma non c'era molto altro per noi da imparare, tranne l'algebra". Con questo giudizio Scout, la piccola narratrice del romanzo, sintetizza le vicende del libro. Ma che cosa ha imparato realmente la bambina ? Maycomb è una citta del sud degli Stati Uniti: "una vecchia e stanca città. (...) Nella stagione delle piogge le strade si trasformavano in una rossa fanghiglia; l'erba cresceva sui marciapiedi, il tribunale affondava nella piazza. (...) C'era in realtà un sistema di caste in Maycomb, ma per me lavorava in questo modo: i vecchi cittadini, l'attuale generazione di famiglie che erano vissute accanto per anni ed anni, erano totalmente prevedibili gli uni agli altri: essi davano per scontato atteggiamenti, cambiamenti di carattere, perfino gesti, poiché si erano ripetuti in ogni generazione e fissati nel tempo." Scout è una bambina vivace, indipendente, irrequieta. Il suo "eroe" è Jem, il fratellino maggiore, il suo riferimento ideale è il padre. Atticus, viene chiamato per nome dai figli, è uno stimato avvocato e rappresentante della città nel parlamento dello stato; vedovo, educa i figli nel rispetto degli altri e della comunità, ma soprattutto secondo valori autentici, di giustizia e libertà. "Tutti hanno il diritto al pieno rispetto delle proprie opinioni, ma prima che io sappia vivere con le altre persone, devo vivere con me stesso. L'unica cosa che non si attiene alla regola della maggioranza è la coscienza personale". Scout e Jem trascorrono le lunghe e calde estati nella continua esplorazione del cortile accanto. In particolare li attira una casa, dove vive nascosta una persona, avvolta nel mistero. Chi è ? E' un essere mostruoso e pericoloso ? Perché vive senza mai uscire ? I ragazzi cercano in qualche modo di scoprire questo tenebroso segreto. Ed ancora una volta, come in tanti episodi del romanzo, emerge la serena saggezza di Atticus: ciascuno ha il diritto di vivere come crede; "ciò che fa Mr. Radley (l'oscuro personaggio) ci potrebbe sembrare strano, ma ciò che fa non è strano per lui" E poi, è giusto, chiede Atticus, "mettere la storia della sua vita in pubblico così che sia alla mercé dei chiacchiericci dei vicini" ? Atticus tratta i figli alla pari, dando loro consigli ma anche accettandoli: "che cosa farei, si chiede Scout, se Atticus non sentisse la necessità della mia presenza, aiuto e consiglio"? La storia potrebbe proseguire secondo i toni e i ritmi di un racconto d'infanzia, quando irrompe una vicenda tipicamente di stampo razzista. Un negro viene accusato di aver stuprato e picchiato una ragazza bianca; Atticus é l' avvocato d'ufficio, incarico che accetta pur sapendo che si metterà in contrasto con la comunità. "Se non l'avessi fatto, (dice alla figlia), non avrei potuto andare in città a testa alta, non avrei potuto rappresentare la contea in parlamento, e soprattutto non avrei potuto dire a te e a Jem cosa non fare". Ciò che si svolge nell'aula del tribunale conferma la grande abilità di Atticus, come avvocato e uomo. La sua arringa finale è la sintesi di che cosa è la democrazia. "Thomas Jefferson una volta disse che tutti gli uomini sono stati creati uguali. (...) Noi sappiamo (...) che alcuni sono più intelligenti di altri, alcuni hanno più opportunità perché sono nati privilegiati, alcuni uomini fanno più denaro di altri ...(...) Ma c'è una cosa in questo paese nella quale tutti gli uomini sono stati creati uguali.(...) Questa istituzione è il sistema giudiziario". La Giustizia è un ideale, esiste comunque la giustizia perché per la legge tutti gli uomini sono uguali. Atticus si illude: il ragazzo nero, pur chiaramente innocente, viene condannato in quanto negro; poi viene ucciso durante la fuga dal carcere. E' una doppia sconfitta: il sistema giudiziario non è imparziale, il ragazzo non ha creduto nella giustizia della legge.Il padre della ragazza bianca decide di vendicarsi in quanto durante il processo il suo "onore" sarebbe stato infangato da Atticus; tutti hanno capito che è stato lui a picchiare la figlia. Durante la notte di Halloween Scout e Jem sono aggrediti dall'uomo. Jem cerca di salvare la sorella e nella colluttazione l'aggressore si accoltella e si uccide (o viene ucciso dal ragazzo ?). Jem, incosciente e ferito, è portato al sicuro proprio da Mr. Radley, il mostro della porta accanto. La storia potrebbe avere un lieto fine, se non fosse che Atticus è convinto che sia stato il figlio ad uccidere l'uomo e vuole che lo sceriffo proceda contro Jem. "Se questa cosa venisse messa a tacere sarebbe semplicemente negare di fronte a Jem il modo con il quale ho cercato di educarlo. Talvolta penso che io sia un totale fallimento come genitore, ma io sono tutto ciò che hanno. (...) Se io convivessi con tutto ciò, non potrei francamente guardarlo negli occhi, e il giorno in cui non potessi farlo saprò di averlo perso. Non voglio perdere lui e Scout, perché essi sono tutto ciò che ho." Lo sceriffo rifiuta di procedere, forte della sua autorità, concludendo in modo sconcertante: "lasciamo che il morto seppellisca il morto", ossia che giustizia sia fatta, con la morte di chi è stata la causa della condanna e dell'uccisione di un uomo innocente. negro.

Ed allora che cosa ha imparato Scout ? Ha appreso che non esiste la Giustizia, non c'è un sistema giudiziario imparziale; ciò che giusto e ciò che non è giusto, il bene e il male sono fissati dalla comunità in cui si vive: essa decide, secondo valori ancestrali e radicati, quando intervenire, quando condannare un uomo innocente, perché non si metta in dubbio la distinzione tra le classi e le razze, e quando invece nascondere le colpe con l'omertà, perché perseguirle significherebbe incrinare i presupposti di convivenza e di rispetto reciproco. Una frase enigmatica conclude il romanzo. Atticus si rivolge alla figlia e le chiede se anche lei è convinta che l'uomo si sia ucciso. Scout lo rassicura dicendo: "bene: sarebbe come uccidere un usignolo, non è vero ?" La mia interpretazione è la seguente: l'usignolo è l'innocenza, che crede ancora nella Giustizia, fingere di credere che l'uomo si sia ucciso è come riconoscere che non esiste la giustizia con la G maiuscola, prevalgono solo e saldamente i legami familiari e i valori della comunità. Scout è pronta a diventare una piccola donna. "Dopo tutto, se la zia può essere una signora in un tempo come questo, potrei esserlo anch'io". Scout si è omologata, è uscita dall'infanzia.

Accanto al grande tema etico, quello della Giustizia, il romanzo dà una splendida rappresentazione della società del Sud, del suo ambiente e dei suoi meccanismi sociali: una narrazione da parte di una bambina, con gli occhi sbalorditi dell'infanzia. Ad arricchire l'affresco è la scrittura: essa attinge alle parole e alle costruzioni sintattiche del della tipica lingua del Sud, dando in tal modo freschezza al racconto e privandolo di una possibile pesantezza, che avrebbe potuto derivare dai suoi connotati moralistici. La lettura in lingua originale non è ovviamente agevole, anche perché un normale dizionario non aiuta la comprensione delle parole e dei modi di dire. Le lunghe digressioni sulla vita della città sono interessanti, tuttavia rallentano il ritmo narrativo, non sempre incalzante.

Perché leggerlo ? Non ci può fare a meno di innamorare di Atticus e dei suoi figli.



Apprezzamento Medio-Alto
Da non rileggere
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rikipedia.it Sat, 11 Mar 2017 00:00:00 +0100
<![CDATA[Io sono un gatto]]> http://www.rikipedia.it/recensioni/Iosonoungatto Io sono un gatto

Soseki Natsume



Anno: 1905
Pagine: 479
Editore: Neri Pozza Editore

Letto in italiano
Finito di leggere il 28.02.2017

Il protagonista e narratore di questo romanzo è un gatto: un randagio, accolto in casa di un professore, non amato ma sopportato per inerzia. Così si definisce il nostro eroe: "io non ingrasso perché leccornie non ne mangio, ma sono in condizioni passabili e tiro avanti giorno dopo giorno senza zoppicare". Come tutta la sua specie, la fissità e la pigrizia del nostro gatto nascondono una grande saggezza, una profonda capacità di riflessione su quanto avviene nel mondo degli umani. Ed per questo che chi leggesse "il libro distrattamente, convinto che si trattasse di un'opera di poco valore, di colpo capirà di trovarsi davanti a qualcosa di molto diverso, qualcosa che sembra facile ma è profondo come la dottrina di Buddha, e non si permetterà più di leggerlo sdraiato sul tatami con le gambe scomposte, saltando le righe". Siamo in Giappone all'inizio del novecento, durante la guerra con la Russia, che si concluderà con la clamorosa vittoria del nascente impero nipponico. E' una lunga fase di transizione, dalla cultura tradizionale e chiusa degli shogun all'apertura al mondo occidentale, alla sua letteratura e alla sua scienza. In casa del professore si riuniscono, in chiacchere senza fine e costrutto, diversi intellettuali: lo scettico, arguto e superficiale, il giovane fisico, perso in ricerche scientifiche delle quali non si capisce il senso, il filosofo zen, vagheggiante una spiritualità non più sentita, ed infine il giovane uomo d'affari, bramoso di arricchirsi. Al centro c'è il professore: misantropo, chiuso come "un'ostrica", egoista, trascorre tutto il suo tempo nello studio, ufficialmente a leggere gli innumerevoli libri che acquista dilapidando il modesto reddito da insegnante "Ma cosa sta facendo, sdraiato bocconi su questa coperta dal lungo passato, il mento appoggiato sulle mani, una sigaretta fra le dita ? Niente, se ne sta lì in ozio. E' possibile che nella sua testa cosparsa di forfora riflessioni sui massimi sistemi si rigirino come una ruota di fuoco, ma a osservarlo da fuori non si direbbe." Eppure, il gatto è immensamente grato al professore, perché gli permette di assistere ad uno spaccato emblematico della società umana; è vero, una riunione di affabulatori, ma che fornisce al nostro eroe "mille esperienze", e a noi lettori pillole di saggezza. Per esempio, il gatto va a visitare un bagno pubblico, dove gli uomini sembrano tutti uguali nella loro nudità, ed all'improvviso emerge un "un gigante. Il superuomo di Nietzsche. Il re dei demoni, Il comandante in capo dei bruti. (...) E strada facendo rifletto. Fra quegli uomini nudi come vermi, che nello sforzo di diventare tutti uguali si sono tolti braghe, haori e hakama, è emerso un eroe altrettanto nudo che ha imposto agli altri la propria autorità. Ne deduco che gli esseri umani si possono denudare quanto vogliono, non raggiungeranno mai l'uguaglianza". E che dire del narcisismo ? Osservando il professore che si guarda allo specchio e si lamenta della sua faccia, così sgradevole, il gatto riflette che "quando si è scontenti di sé, quando si è in preda allo scoraggiamento, non c' è rimedio più efficace che guardarsi allo specchio. Si ha un'immediata e chiara percezione del bello e del brutto. Ci si meraviglia di aver vissuto fino a quel momento mostrando al mondo una tale faccia. E quest' improvvisa consapevolezza è un momento prezioso nella vita di una persona. Nulla è più utile all'essere umano che la percezione della propria stupidità". Tutti sappiamo che i gatti sono molto pazienti; ma ogni cosa ha un limite ! Dinanzi al chiacchiericcio senza senso, dinanzi alla vacuità delle parole, alla povertà dei sentimenti, ad un rumore di fondo nel quale si dissolvono le filosofie tradizionali (il buddismo e il confucianesimo), così come il pensiero occidentale, anche un micio non ne può più; e così si ubriaca e si lascia morire. "Ora basta, vada come vuole. Sono stufo di lottare... (...) A poco a poco mi sento meglio. (...) Dove sia. cosa stia facendo, mi è del tutto indifferente. So solo che mi sento bene. (...) Spazzo via sole e luna, polverizzo cielo e terra ed entro nel mistero della pace eterna, Sto morendo, E morendo raggiungo la pace. (...) Rendo grazie. Rendo grazie".

Ad un certo punto di questo lungo romanzo sorge un dubbio, affascinante ed inquietante ad un tempo: che il gatto e il professore siano le parti di una stessa persona ? Il saggio e l'ottuso ? Il partecipe e l indifferente ? E che questo racconto, scritto poco prima della morte, sia il testamento spirituale di Soseki ? Se così fosse il libro assume una veste estremamente moderna, quasi psicoanalitica, affresco della complessità e dell'ambivalenza dell'animo umano, precursore di quei tratti ambigui ed evanescenti che accompagneranno la grande letteratura giapponese.

Il libro è decisamente noioso. Non esiste una trama; i personaggi sono stereotipi, i dialoghi sono lunghi e sono solo espedienti per meditazioni, le disgressioni del gatto sono più interessanti, ma per essere colte nella loro pienezza richiederebbero una conoscenza approfondita della storia e della cultura giapponese. Di grande livello è la traduzione, la quale esalta la scrittura, l'unico lato pregevole del romanzo; le note esplicative sono curate ed esaurienti, contribuiscono ad arricchire la nostra conoscenza della società nipponica e ci invitano a studiarla.

Perché non leggerlo ? E' noioso.



Apprezzamento Basso
Da non rileggere
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rikipedia.it Tue, 28 Feb 2017 00:00:00 +0100
<![CDATA[God help the child (Prima i bambini)]]> http://www.rikipedia.it/recensioni/Godhelpthechild God help the child (Prima i bambini)

Morrison Toni



Anno: 2015
Editore: Chatto & Windus

Letto in italiano
Finito di leggere il 01.02.2017

Per molti di noi l'infanzia è stata fonte di sofferenze. "E ciascuno riscriverà questa storia per sempre, conoscendo il dolore, immaginando la trama, inventando il suo significato e dimenticando la sua origine". Poi un giorno scopriamo che "hai accettato come una bestia da fatica il peso di una maledizione incomprensibile e la minaccia ingiustificata che ti lega alle ferite e ti lascia con un destino; e tu spendi la vita negando benché quell'odiosa parola sia solo una fragile linea disegnata su uno scoglio, rapidamente dissolta in qualsiasi momento dalla forza del mare". Ma qual' è questa forza ? L'autrice sembra dire che possa essere l'amore, testimoniato dalla nascita di un bambino. Due giovani s'incontrano per caso, portando con sé un segreto. Bride è nata con una pelle di un "terribile colore": il nero. Faceva talmente ribrezzo alla madre, che questa non la toccava mai, anche se non era certo colpa della bambina, ma del venti per cento di sangue negro della sua famiglia. Ancora piccola, per farsi accettare Bride compie un atto terribile: con la sua testimonianza manda in carcere una donna, accusandola di molestie sessuali, pur sapendo che è innocente. Booker è un giovane brillante e un buon musicista; la sua vita è stata travolta dalla morte del fratello, violentato e torturato da un maniaco sessuale. Vorrebbe vivere nel ricordo ed è fuggito di casa, dinanzi al rifiuto della famiglia di continuare in una perenne commiserazione. Vivono sei mesi intensi, di travolgente passione ed anche di forte identità di intenti e sentimenti; entrambi, tuttavia, si tengono nascosto il doloroso segreto. Ed ecco che un giorno Booker se ne va, semplicemente dicendo: "non sei la donna". Lo ha fatto, forse, perché è nera, benché affascinante e ricca ? Neanche la bellezza e il successo possono vincere il razzismo ? E' ancora l' antica colpa, di essere nata con quel colore della pelle ? Bride vuole saperlo; si mette alla ricerca di Booker, per trovarlo presso una vecchia zia. Mentre lo cerca le succede uno strano fenomeno: ritorna bambina, quasi che la vita ricominciasse dall'inizio: "un bambino. Nuova vita, Immune al diavolo o malattia, protetto da rapimento, violenze, stupro, razzismo, insulto, ferita, auto disgusto, abbandono, Libero da errori, Tutta bontà. Senza collera. Così credono". Con questa inspiegabile trasformazione Bride si libera dalla colpa ed è pronta a confessare la terribile verità, così come ad accettare la sofferenza di Booker: comprende che lui l'ha lasciata perché l'ama, "per non farla travolgere da un dolore così profondo che le avrebbe distrutto il cuore": "Adesso è incinta. Buona fortuna. (...) Ascoltami, Stai per scoprire che cosa ci vuole, come è il mondo, come funziona e come cambia quando tu sei un genitore. Buona fortuna e Dio aiuti il bambino".

E' difficile comprendere la linea narrativa di questo romanzo; troppi sono i temi che si sovrappongono: la violenza sui bambini, il razzismo, la liberazione dalla sofferenza e, forse, altri ancora. La trama è confusa, e non aiuta certo il cambio continuo di narratore (la madre, Bride, l'amica, il racconto in terza persona), anzi spiazza il lettore in quanto costringe a riprendere il filo complessivo senza peraltro aggiungere nulla alla comprensione della storia e dei personaggi. Ciò che salva il romanzo è la scrittura: anche se stanca rispetto ad altre opere dell'autrice riesce ancora ad affascinare con la sua elegante e soffusa costruzione sintattica, con le parole così evocative da creare aspettative di significati, che tuttavia sfuggono e restano sospesi. Insomma, si rimane un po' delusi.

Perché leggerlo ? E' intenso.



Apprezzamento Medio-Basso
Da non rileggere
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rikipedia.it Wed, 01 Feb 2017 00:00:00 +0100
<![CDATA[Canne al vento]]> http://www.rikipedia.it/recensioni/Cannealvento Canne al vento

Deledda Grazia



Anno: 1913
Pagine: 226
Editore: Mondadori

Letto in italiano
Finito di leggere il 24.01.2017

E' stata una singolare vicenda quella di Grazia Deledda: unico Premio Nobel italiano insignito come scrittore (Montale e Quasimodo erano poeti, Pirandello e Dario Fo di fatto autori di teatro), l'opera di Deledda ha sconvolto la nostra critica letteraria, la quale si è chiesta per lungo tempo quali fossero le ragioni del premio. Come già avvenne per Matilde Serao, si è cercato di rinchiudere Deledda all'interno di scuole letterarie, non riconoscendole autonomia e originalità: verista mancata, la stessa accusa rivolta a Serao ? Corollario di Verga e di D'Annunzio ? Di Federico Tozzi, al quale era legata da profonda amicizia ? Lirica - visionaria e simbolista ? Sarebbe bastato leggerla senza pregiudizi per scoprire come Deledda sia unica nella letteratura italiana: autrice ancestrale, parla del dolore come destino, della vita come cammino verso una meta inafferrabile di quiete (la morte ?), di una natura vivente, magica e indecifrabile, indifferente alle sofferenze degli uomini. "La luce rossa del crepuscolo, vinta verso l'altare dal chiaror dei ceri, copriva la folla come di un velo di sangue, ma a poco a poco il velo si fece nero, rischiarato appena dall'oro dei ceri. La folla non si decideva ad uscire. (...) Era come il mormorio lontano del mare, il muoversi della foresta al vespero; era tutto un popolo antico che andava, andava, cantando le preghiere ingenue dei primi cristiani, andava, andava per una strada tenebrosa, ebbro di dolore e di speranza, verso un luogo di luce, ma lontano, irraggiungibile". Se ci limitiamo alla trama non si può non condividere il giudizio di Benedetto Croce, per il quale i romanzi di Deledda erano "tutto del pari plausibili, e nessuno così fatto da imprimersi profondamente nel cuore e nelle fantasie dei lettori". Per cogliere la forza emotiva e spirituale di "Canne al vento" bisogna lasciarsi andare, farsi trasportare dalla sua scrittura, al di là della storia. Il protagonista del romanzo è Efix, il vecchio servo di tre donne, un tempo agiate possidenti ed oggi ridotte a vivere dei prodotti di un "poderetto", curato dall'uomo. Il racconto inizia proprio in questo angolo di mondo. "La luna saliva davanti a lui, e le voci della sera avvertivano l'uomo che la sua giornata era finita. Era il grido cadenzato del cuculo, dei grilli precoci, qualche gemito d'uccello; era il sospiro delle canne e la voce sempre più chiara del fiume: ma era soprattutto un soffio, un ansito misterioso che pareva uscire dalla terra stessa; sì, la giornata dell'uomo lavoratore era finita, ma cominciava la vita fantastica dei folletti, delle fate, degli spiriti erranti. (...) Efix sentiva il rumore che le panas (donne morte di parto) facevano nel lavar i loro panni giù al fiume, (...) e credeva di intravedere l'ammattadore, folletto con sette berretti entro i quali conserva un tesoro, balzar di qua' e di là sotto il bosco di mandorli, inseguito dai vampiri con la coda di acciaio." La natura abitata da spiriti maligni rispecchia ed alimenta il terribile segreto che Efix porta con sé: ha ucciso il padre delle sue padrone, un uomo autoritario e violento; lo ha fatto per permettere all'altra figlia di fuggire, di trovare la libertà nel continente. Pure per questo che Efix ha dedicato la propria vita alle tre donne, con le quali ha un legame profondo, di servo, di amico, di paladino. Vorrebbe che stessero bene, ha paura di morire prima di vederle in salvo, fuori dalla povertà e con un altro uomo a proteggerle. Quando si presenta Giacinto, il figlio della sorella fuggita in continente, Efix spera che sia lui la persona giusta, che possa ridare prosperità e serenità alle sue padrone. Si inganna: Giacinto è un mascalzoncello, che amoreggia con una ragazza del paese e lusinga Noemi, la più giovane ed orgogliosa delle donne. Non solo, Giacinto perde al gioco somme rilevanti, dando in garanzia il "poderetto", unica fonte di reddito. Efix non è stato capace di difenderle, di proteggerle, ed allora scappa, abbandona il paese, intraprende un lungo vagabondaggio per il Nuorese, accompagnandosi a mendicanti e chiedendo l'elemosina alle numerose feste dei villaggi. E' un cammino che non porta a nulla. "Un usignolo cantò sull'albero solitario ancora soffuso di fumo. Tutta la frescura della sera, tutta l'armonia delle lontananze serene, e il sorriso delle stelle ai fiori e il sorriso dei fiori alle stelle, e la letizia fiera dei bei giovani pastori e la passione chiusa delle donne dai corsetti rossi, e tutta la malinconia dei poveri che vivono aspettando l'avanzo della mensa dei ricchi, e i dolori lontani e le speranze di là, e il passato, la patria perduta, l'amore, il delitto, il rimorso, (...) il riso e il pianto del mondo, tremavano e vibravano nelle note dell'usignolo sopra l'albero solitario che pareva più alto dei monti, con la cima rasente al cielo e la punta dell'ultima foglia ficcata dentro una stella. Ed Efix cominciò a piangere, Non sapeva perché, ma piangeva. Gli pareva di essere solo nel mondo, con l'usignolo per compagno.(...) Tutti i folletti e i mostri s'erano scossi e danzavano nell'ombra, inseguendolo e circondandolo".

Efix tornerà a casa e morirà sereno, perché Noemi ha accettato di sposare un suo cugino, ricco possidente. La storia a lieto fine, intrisa di religiosità, fa perdere tensione al romanzo: è un tentativo maldestro e affettato per dare un senso alla vita di Efix, per offrirci una speranza. Ma non è così. Come i genitori dolenti in "Caduto fuori dal tempo..." di David Grossman, tutti noi camminiamo in una processione sacra verso quel luogo misterioso che è l'aldilà. Ma la nostra marcia si ferma davanti ad un muro. Tutto è silenzio. "Un punto giallo brillava dietro un castello (...). Piano piano la sua luce illuminava tutto il paesaggio misterioso e come al tocco di un dito magico tutto spariva; un lago azzurro inondava l'orizzonte (...) Nel silenzio il torrente palpitava come il sangue della valle addormentata. Ed Efix sentiva avvicinarsi la morte, piano piano, come salisse tacita dal sentiero accompagnata da un corteggio di spiriti erranti, dal batter dei panni delle panas giù al fiume, dal lieve svolazzare delle anime innocenti tramutate in foglie, in fiori....

Perché leggerlo ? Nessuno nella nostra letteratura ha cantato la natura vivente con tanta profondità.



Apprezzamento Alto
Da non rileggere
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rikipedia.it Tue, 24 Jan 2017 00:00:00 +0100
<![CDATA[La Ciociara]]> http://www.rikipedia.it/recensioni/LaCiociara La Ciociara

Moravia Alberto



Anno: 1957
Pagine: 314
Editore: Bompiani

Letto in italiano
Finito di leggere il 09.01.2017

Per Moravia La Ciociara "era il suo omaggio di romanziere alla Resistenza come fatto collettivo". L'ambiente è la Ciociaria, a sud - est di Roma, il contesto storico è il periodo tra l'ottobre 1943 e il giugno 1944, quando questo territorio fu sconvolto dal lungo stallo nell'avanzata degli alleati, a causa delle linee di fortificazioni di Cassino e del fallimento dello sbarco di Anzio, nel gennaio del 1944. La narratrice e protagonista del romanzo è Cesira: cresciuta in Ciociaria, ha sposato un bottegaio romano, un uomo che la disprezza, chiamandola "la burina". Ed infatti Cesira è rozza, plebea e contadina, ma forte e concreta, grande ed esperta lavoratrice. La sua vita ruota intorno alla casa, al negozio, e alla figlia Rosetta. Così la descrive la madre all'inizio del racconto: "aveva un viso come una pecorella, con gli occhi grandi, di espressione dolce e quasi struggente"; in seguito dovrà ammettere "che questa perfezione era fragile e quasi artificiale, come quella di un fiore cresciuto in una serra calda". Per Cesira la guerra è lontana ("sti figli di mignotte, si scannino tra di loro finché vogliono, che ce ne importa a noi della loro guerra ?"). E come dirà un altro personaggio, "la guerra è brutta soltanto per i fessi. (...) Vengano i tedeschi, vengano gli inglesi, vengano i russi, quello che per noialtri negozianti deve contare soprattutto è pur sempre il negozio e se il negozio va bene, tutto va bene". Così la pensa anche Cesira, si arricchisce infatti con la borsa nera per tutti gli anni della guerra. Dopo l'8 settembre Cesira si ritrova piena di denaro ma senza provviste, costretta a fare la fame. Decide di lasciare Roma e andare in Ciociaria, presso i genitori. Il treno porta le due donne sino a Fondi, dove la linea si interrompe. Trovano alloggio presso una losca famiglia, che abbandonano in fretta perché Rosetta ha subito le proposte indecenti di un piccolo gerarca fascista. Scappano, quindi, in montagna, in un misero villaggio di pastori, dove hanno trovato rifugio numerose famiglie, fuggite da Fondi. Nelle lunghe pagine dedicate alla vita comune degli sfollati e dei contadini, Moravia parla di una sua esperienza personale, al punto che avvenimenti e protagonisti sono i medesimi del suo diario di quei giorni terribili, quando fu costretto con Elsa Morante a ripararsi in Ciociaria. La narrazione, scorrevole ma prolissa, è portata avanti abilmente, procede bene nel contrasto tra i fatti terribili della guerra (desolazioni, bombardamenti, rastrellamenti, violenze) e la splendida indifferenza della natura, che segue, immutabile e cinica, l'eterno ciclo delle stagioni. Il racconto sembra sospeso, in attesa dell'arrivo degli alleati, che dovrebbero portare "l'abbondanza". Compare Michele. un giovane intellettuale, fermo nelle idee e coraggioso nei comportamenti. A differenza di Rosetta, che deve la sua innocenza all'ignoranza, Michele è ben consapevole di ciò che accade, dell'oppressione nazi- fascista, che non riguarda solo il piccolo mondo degli sfollati, ma tutta l'Italia, condotta ad un generale disastro materiale e morale. Figura positiva, è come imprigionato nella vita degli sfollati, nella misera e ignavia quotidianità dell'attesa, solo attenta a sopravvivere in qualche modo. Finalmente arrivano gli alleati; dovrebbe essere la liberazione, ed invece la situazione precipita. Alcuni tedeschi prelevano Michele, che poi uccidono, quando il giovane si schiera in difesa di una famiglia di contadini: Michele muore da eroe. Le due donne sono sorprese, sole ed isolate, da un gruppo di soldati alleati, i quali violentano Rosetta. Lo stupro cambia la ragazza; lei così innocente dichiara alla madre stupefatta: "lui o un altro per me fa lo stesso. (...) Voglio fare l'amore perché è la sola cosa che mi piaccia e mi sento di fare. E d'ora in poi sarò sempre così". Lo stupro, la morte di Michele, la guerra cambiano profondamente anche Cesira: era una donna sicura, diviene incerta, tormentata, tanto che i suoi sonni sono attraversati da incubi, quasi che solo il mondo onirico le permetta di ritrovare l'originaria solidità; in uno di questi sogni immagina che Rosetta si sia sposata e che "si sbottonava il corpetto e dava la mammella al pupo", ma era Rosetta o quella povera pazza che aveva incontrato vagare nella campagna, in mezzo alle desolazioni della guerra ?

Quali che fossero le intenzioni, l'autore non riesce ad esprimere la tragicità della guerra ai civili, e ciò per due motivi. Innanzitutto prevale un forte pessimismo sulla natura degli uomini, che conduce all'accettazione di quanto avviene, a non ribellarsi, a subire; atteggiamento che non viene certo riscattato dall'ultimo capitolo, nel quale il dolore sembrerebbe ridare prospettiva a Rosetta e a Cesira. E' una appendice ipocrita e dolciastra, utile ad evitare un finale troppo cinico per trovare accoglienza presso i lettori. In secondo luogo, la metamorfosi di Rosetta, da brava ragazza a "mignotta", è inverosimile (si supera così facilmente uno stupro ?), sa di morboso e rispecchia l'idea tipicamente maschile sulla natura sensuale della donna. Insomma, la violenza sessuale di gruppo sarebbe stata una iniziazione, un modo brusco per conoscere "le cose brutte" del mondo. D'altra parte "lei adesso ci aveva preso gusto a quello che i marocchini le avevano imposto con la forza". Da momento catartico lo stupro diviene l'inesorabile destino di tutte le donne. Non si può essere accusati di essere politicamente corretti se si dice che questa visione di Cesira - Moravia è insopportabile, oltre a far perdere tensione all' intera storia.

La trama è costruita mirabilmente, i personaggi sono ben disegnati, la scrittura è fluida, agevole e perfetta con il suo arioso periodare. Il lettore viene condotto per mano sino allo stupro, preannunciato lungo tutta la narrazione da lievi accenni e da fugaci episodi; quando accade appare inevitabile. Moravia conferma le sue grandi doti di scrittore.

Perché leggerlo ? Cesira è una vittima e la sua storia è emblematica di quanto accade ai civili in tutte le guerre.



Apprezzamento Medio
Da non rileggere
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rikipedia.it Mon, 09 Jan 2017 00:00:00 +0100
<![CDATA[The Great Gatsby]]> http://www.rikipedia.it/recensioni/TheGreatGatsby The Great Gatsby

Fitzgerald F. Scott



Anno: 1926
Pagine: 172
Editore: Pinguin

Letto in inglese
Finito di leggere il 27.12.2016

Accingendomi a leggere questo romanzo la mente è corsa subito ad un altro grande libro: "Reading Lolita in Tehran" di Nafisi Azar. La scrittrice immagina che il "Grande Gatsby" venga sottoposto a processo; è accusato di essere l'espressione emblematica della società borghese, di un mondo vacuo e amorale, nel quale ciò che conta è realizzare sé stessi. Nel corso dell'immaginario dibattimento si capisce come il tema del romanzo di Fitzgerald sia ben altro: parla del fallimento di un sogno. Scrive Nafisi: "sogni.... sono perfetti, ideali, completi in se stessi. Come puoi imporli ad una realtà costantemente in cambiamento, imperfetta ed incompleta. (...) Gatsby voleva realizzare un sogno ripercorrendo il passato, e alla fine scoprì che il passato era morto, il presente una vergogna e non c'era futuro. Ciò non era simile alla nostra rivoluzione, che si era imposta in nome del nostro passato collettivo e aveva distrutto le nostre vite nel nome di un sogno?"Sono considerazioni che ci porterebbero lontano; è meglio affidarsi al racconto. Nella rampante società newyorchese degli anni' 20 compare misteriosamente un giovane: apparentemente ricco, vive in una splendida villa dove offre ricevimenti magnificenti e affollati, la sua conversazione e i suoi modi sono squisiti e formali, tanto che si pensa che abbia studiato ad Oxford. Chi è ? Da dove viene ? Qual'è la fonte di tanto denaro ? Su di lui si diffondono le voci più disparate, le più fantasiose, tutte intrise di un sospettoso fascino per il suo passato. Solo il giovane Nick, il narratore delle vicende del grande Gatsby, si affeziona all'uomo, perché "era uno straordinario dono per la speranza, una prontezza per l'amore, che non avevo mai trovato in nessun'altra persona e probabilmente non troverò mai". Alla conoscenza di Gatsby si arriva con calma, durante un party, che per il complesso degli elementi che lo compongono (ritmo narrativo, dialoghi, situazioni, personaggi) ricorda il volume "I Guermantes" del capolavoro di Proust, "Alla ricerca del tempo perduto"; ma quando d'improvviso incontriamo Gatsby, all'istante svanisce la generale mediocrità. "Sorrise con comprensione. (...) Era uno di quei rari sorrisi che hanno la qualità di eterna rassicurazione. (...) Si confrontava, o sembrava farlo, con l'intero mondo eterno per un istante, e poi si concentrava su di te con una benevolenza irresistibile nei tuoi confronti. Ti capiva come tu volevi essere compreso, credeva in te come tu avresti voluto credere in te stesso." Non è che il vero tema del romanzo sia una grande amicizia, quella tra Nick e Gatsby ? Lentamente la storia si dipana. Gatsby ha avuto una relazione d'amore con Daisy; l'ha lasciata per andare a combattere nella grande guerra, ed anche perché era povero e sapeva di non poter ambire ad una giovane ricca. E' tornato dopo cinque anni, deciso a ritrovare il vecchio amore; è convinto di poterla conquistare di nuovo, anche perché ormai ha i soldi per farlo. "Non c'è quantità di fuoco o di ghiaccio che può sfidare ciò che un uomo ha tenuto nascosto nei misteri del proprio cuore". Le parole di Nick, filtrate dall'affetto e dall'immaginazione, ci conducono all'incontro tra Gatsby e Daisy. "Egli sapeva che quando avesse baciato questa ragazza, e per sempre avesse legato le sue incrollabili visioni al respiro caduco di Daisy, l' anima non avrebbe mai più vacillato come la mente di Dio. Così aspettò, (...) poi la baciò. Al tocco delle sue labbra ella fremette per lui come un fiore e l'unione fu completa. (...) Ricordavo qualcosa, un ritmo elusivo, un frammento di bisbigli, che udii da qualche parte tanto tempo fa. Per un momento una frase cercò di prendere forma e le mie labbra si divisero come quelle di un muto, come se in loro non ci fosse più forza di quella di uno spaventato sospiro d'aria. Ma non fecero nessun suono, e ciò che quasi ricordo era incomunicabile per sempre". Tanto amore romantico non può avere un lieto fine ! Daisy è una ragazza superficiale; dopo aver visitato il vasto guardaroba di Gatsby, comincia a piangere a dirotto: "ci sono camicie così splendide, (...) non ne ho mai viste di così belle prima". Gatsby deve pagare "un alto prezzo per aver vissuto troppo a lungo con un singolo sogno". Viene ucciso nel suo giardino: "un nuovo mondo, materiale senza essere reale, dove poveri fantasmi, respirando sogni come aria, si muovevano senza scopo intorno ... come quelle bianche, fantastiche figure che scivolavano verso di lui attraverso alberi senza forma".

Per comprendere il grande Gatsby bisogna partire dal narratore. Nei suoi "anni più vulnerabili" il giovane Nick ricevette dal padre questo consiglio: "ogni qual volta ti senti di criticare qualcuno, ricordati che non tutti hanno avuto i vantaggi che tu hai avuto". Nick interpretò questa indicazione nel senso di evitare di dare giudizi, di essere solo uno spettatore; ed è invece un giovane passionale, alla ricerca di un ideale; e dunque il grande Gatsby è la personificazione del sogno di un ragazzo, riservato nel carattere, immaginifico nel cuore. Con il grande Gatsby si eleva dalla mediocrità, si impegna fino in fondo in un legame con qualcuno e con qualcosa. Il grande Gatsby è un mito, è il futuro, è ciò che vorremmo essere.

Se il grande Gatsby è frutto dell'immaginazione di Nick, è giusto che la narrazione non sia una cronaca, ma si appoggi ad una scrittura evanescente, irreale, evocativa. La trama è banale, i dialoghi sono eleganti ma spesso scontati, i personaggi sono stereotipi, funzionali solo a mettere in risalto Gatsby. Ed allora perché tanto fascino ? A rapirci nella lettura, a condurci nei misteri del nostro cuore, a farci sognare, sono lo stile narrativo, le parole, la costruzione delle frasi: un capolavoro letterario.

Perché leggerlo ? Splendido !



Apprezzamento Alto
Da non rileggere
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rikipedia.it Tue, 27 Dec 2016 00:00:00 +0100
<![CDATA[Il giorno del giudizio]]> http://www.rikipedia.it/recensioni/Ilgiornodelgiudizio Il giorno del giudizio

Satta Salvatore



Anno: 1979
Pagine: 288
Editore: Adelphi

Letto in italiano
Finito di leggere il 16.12.2016

Pochi anni prima di morire, un illustre giurista ripercorre la propria infanzia, in una Nuoro senza tempo; e "come in un negativo che si sviluppa, volti remoti ricompaiono, (...) e forse mentre penso alla loro vita, perché scrivo la loro vita, mi sentono come un ridicolo dio, che li ha chiamati a raccolta nel giorno del giudizio, per liberarli in eterno della loro memoria". Potrebbe essere una banale autobiografia, interessante perché racconta di una Sardegna (tra l'Ottocento e il Novecento), dove ancora c'era "un senso magico delle cose, per cui ogni atto era un rito, ogni parola l'eco di un'altra parola, ogni fatto un mistero", e l'unica speranza era quella di "crearsi fantasmi, ai quali aggrapparsi". Se fosse solo questo, il libro potrebbe riposare per sempre negli scaffali polverosi, dove mettere le troppe storie familiari e descrizioni, nostalgiche e spesso folcloristiche, di una società, che non c'è più e non potrà mai più tornare. Il romanzo vive, invece, al di là del contesto, perché parla di un altro argomento: la morte come dissolvimento della memoria. Poiché "ognuno di noi, anche se si limita a guardare in se stesso, si vede nella fissità di un ritratto, non nella successione dell'esistenza", così il romanzo è composto da personaggi ed episodi, a prima vista isolati e ripetitivi; il lettore ne ricava una sensazione di frammentarietà e incompletezza, di confusa e superficiale narrazione. Si vorrebbe di più, soprattutto quando l' autore parla del nucleo principale del racconto: il padre patriarca, autoritario ed assente, la madre, apparentemente ai margini ma centrale nella cura della casa e dei figli, i numerosi fratelli, i tanti libri che raccolgono con amore e con i quali "la fantasia entrava nella casa austera (...) e operava silenziosamente, toccando con la bacchetta magica uomini e cose". Vorremmo sapere di più del piccolo Sebastiano (dietro il quale si nasconde l'autore), del suo legame, gioioso ed infelice, con il fratello Peppino, della loro comune passione per la rilegatura dei libri, di "un'industria infantile", priva di senso forse, eppure espressione della "fantasia del gratuito". Ed invece restiamo delusi, perché le tante storie e i tanti personaggi devono convergere su un solo obiettivo, narrativo ed esistenziale: il giorno del giudizio, l'estinzione della memoria e con essa dell'esistenza stessa. Sebastiano è in procinto di partire da Nuoro per andare a studiare a Sassari. L'autore tratta questo episodio di sfuggita, quasi volesse dimenticarlo. Donna Vincenza, la madre dei numerosi figli, "gli preparò il viatico con le buone bistecche impanate, e le frittelle spolverate di zucchero. Sebastiano lasciò tutto lì, vergognoso di sua madre, (...) e partì nel buio della notte, come uno ansioso di appartenere agli altri". E che dire di Pietro Catte, che era andato in continente ad arricchirsi, e che un giorno scese dalla corriera, "tra ghigni e sberleffi", e "come un autonoma si mise in corteo", seguendo il richiamo del guidatore, "il diavolo in persona, con le corna e la barba aguzza e la coda ritorta", che lo condusse ad impiccarsi ad una grande quercia. E Gonaria, che parlava con Dio, e fu tradita perché Dio lasciò morire il fratello canonico; ed allora, la povera donna chiuse per sempre la stanza del fratello, per aprirla dopo venticinque anni e scoprire che era diventata un nido di topi, i tarli avevano divorato i mobili e dal soffitto pendevano grappoli di ragnatele. "Se non si muore si vive. E questa verità, che sembra ovvia, è invece gravida di conseguenze, perché la vita trasforma tutto, non c'è nulla che resista alla sua implacabile verità. (...) Per conoscersi bisogna svolgere la propria vita fino in fondo, fino al momento in cui si cala nella fossa. E anche allora bisogna che ci sia uno che ti raccolga, ti risusciti, ti racconti a te stesso e agli altri come in un giudizio finale".

Non è un libro facile: numerosi personaggi e tante storie si susseguono senza un ordine evidente. Spesso bisogna riprendere il filo del racconto; se ci si lascia andare invece, la mente va a sé stessi, alla propria vita, al ricordo di chi l'ha vissuta con noi, e di come questa memoria si è dissolta nel tempo, perché "se non si muore si vive". Ed allora ci si accorge che non è tanto importante fare una "cronaca" dell'esistenza, quanto vagare nella rimembranza, perché, come dice l'autore, non si tratta dell'altrui destino, ma del nostro; e c'è un momento in cui anche noi abbiamo il nostro giudizio finale.

A rendere agevole la lettura aiuta una scrittura raffinata, semplice ed elegante: si intravede il linguaggio giuridico; lungi dall'essere un difetto dà lentezza e ponderatezza alla narrazione; è cio che ci si aspetta ed evita di banalizzare i ritratti, i loro personaggi e le loro storie. Bisogna lasciarsi invischiare nel racconto, così come la nostra memoria, ottenebrata dal tempo, corre lungo la nostra vita. Perché ricordare veramente il passato, non è meglio farsi guidare dall'immaginazione ? Solo il mito apre i nostri cuori al mistero.

Perché leggerlo ? Piacevole e profondo.



Apprezzamento Medio-Alto
Da non rileggere
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rikipedia.it Fri, 16 Dec 2016 00:00:00 +0100
<![CDATA[La Mennulara]]> http://www.rikipedia.it/recensioni/LaMennulara La Mennulara

Agnello Hornby Simonetta



Anno: 2002
Pagine: 208
Editore: Feltrinelli

Letto in italiano
Finito di leggere il 07.12.2016

"Sappiamo poco e niente su di lei, e così è. Il fatto è che era brava nel suo lavoro e le piaceva comandare, e da lì sono nati i problemi di tutti. Ai padroni piace avere gli impiegati bravi, ma non piace essere comandati. Se l'avessero sentita, sarebbero ancora più ricchi assai, ma noi rimaniamo sempre poveri e offesi anche da morti". Così sintetizza Don Paolino, già autista della famiglia Alfallipe, il destino di Maria Rosalia Inzerillo, detta la Mennulara, deceduta all'età di 55 anni. Il romanzo si apre con la morte della donna e dipana lentamente il mistero di questa "criata" (serva): nata da una famiglia poverissima, fu costretta fin da bambina a lavorare alla raccolta delle mandorle (da qui il soprannome); presa al servizio in casa Alfallipe, divenne accorta amministratrice di un patrimonio in dissesto; assunse, infine, la direzione della famiglia, garantendone il sostentamento economico. Così la descrive Orazio Alfallipe, ricordando il giorno in cui si innamorò perdutamente di lei. "La vidi, sottile e minuta. (...) Indossava una sottoveste chiara, bagnata dagli schizzi d'acqua. Le puntai addosso il binocolo, ammaliato dal ritmico movimento del corpo, dai seni piccoli e pizzuti e dalle giovani braccia armoniose. Era bella. (...) Mi osservava circospetta, ma senza timore. Cos'è ?, disse, indicando il binocolo. (...) Insegnami come si guarda, disse. (...) Mi cresceva in petto un senso di meraviglia che mi annientava..." La morte della Mennulara sconvolge la cittadina di Roccacolomba, in una Sicilia senza tempo: la gente commenta, spesso con giudizi fortemente critici, la vita della donna, spettegola sul funerale ed in particolare sul comportamento degli Alfallipe. Questi sono convinti che la Mennulara tenesse nascosto una notevole disponibilità finanziaria; si aspettano una ricca eredità, ma non trovano disposizioni testamentarie in questo senso. Sempre più indispettiti, non si attengono alle direttive della donna in merito al necrologio e al funerale. Ma anche nella tomba, la donna continua a dirigere la famiglia, costringendola a fare come dice lei; in particolare, dà istruzioni precise per recuperare antiche ceramiche greche e farle valutare da un esperto. Poiché questi manufatti erano stati acquistati da tombaroli, e pertanto non potevano essere messi in commercio, la Mennulara ne aveva fatto fare delle copie, ed erano queste oggetto della perizia, così da avere un attestato che certificasse la falsità delle ceramiche e quindi permettesse di portarle all'estero, per essere vendute. Nella loro avidità e dabbenaggine gli Alfallipe non immaginano un espediente così abile; il disprezzo per la Mennulara, una "criata", li porta a intravedere chi sa quale inganno. Ma se gli aveva serviti per tutta la vita, salvando il loro patrimonio ? Era comunque una serva. Quando leggono la perizia, pensano di essere stati beffati, sono sopraffatti dalla rabbia e dall'odio per la donna,con furia distruggono le copie false ed anche gli originali autentici. Dinanzi al paese sbalordito e divertito, si privano dell' eredità tanto attesa e dissipano gli ultimi rimasugli di onorabilità. Con la devastazione delle ceramiche annientano pure "il muto testimone" della relazione tra Orazio e la Mennulara, e della loro comune passione per l'arte e la storia. Si devono rispettare i sentimenti di una "criata" in una Sicilia senza tempo ? No di certo.

La domanda è se la Mennulara sia una figura positiva, trainante del cambiamento sociale, o la sua storia sia, una volta ancora, la testimonianza di una sconfitta, l'accettazione di un destino inevitabile ed immutabile. Ebbene, la Mennulara ha creduto di potersi elevare ("si era estraniata dalla gente sua pari") senza cambiare le gerarchie sociali; ha rinunziato a tutto, ha subìto una relazione nascosta con il padrone, ha sopportato il disprezzo degli Anfallipe, dei quali era il fondamentale sostegno, alla fine non è riuscita a preservare il suo lascito spirituale, la collezione di ceramiche, la testimonianza di un'esistenza. La Mennulara è una sconfitta. Ma lo sono pure i tanti personaggi di Roccacolomba: spettegolano, talvolta sembrano ribellarsi, altre volte esprimono sagge e benevoli riflessioni, ma sempre si piegano al potere e all'immobilità sociale. Questo è il senso profondo del romanzo, così come della figura della Mennulara: non c'è futuro civile per la Sicilia.

Il romanzo é pressoché perfetto sino a pagina 152, fino alla scena della distruzione delle ceramiche. Poi, non si sa bene per quale ragione, l'autrice ha sentito il bisogno di svelare la vita della Mennulara, ricorrendo, tra l'altro, a lunghe spiegazioni e non alla trama e al sistema dei personaggi. E' stato inutile, dannoso per il ritmo complessivo della narrazione. E' stato un peccato, perché ha fatto perdere tensione al racconto.

Perché leggerlo ? E' piacevole, interessante, "un divertimento maestoso" (Aldo Busi)



Apprezzamento Medio-Alto
Da non rileggere
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rikipedia.it Wed, 07 Dec 2016 00:00:00 +0100
<![CDATA[The Long Good-bye]]> http://www.rikipedia.it/recensioni/TheLongGoodbye The Long Good-bye

Raymond Chandler



Anno: 1953
Editore: Penguin Books

Letto in inglese
Finito di leggere il 28.11.2016

Il contesto è quello tipico del "giallo americano": personaggi (Terry e Sylvia Lennox, Roger e Eileen Wade) apparentemente estranei ma con storie intrecciate, il potere invisibile e sovrastante, la criminalità organizzata, la polizia corrotta, alcool in abbondanza; ed ancora "una città non peggiore di altre, una città ricca e vitale e piena di orgoglio, una città persa e sconfitta e vuota". La trama si dipana secondo uno schema convenzionale. Terry Lennox viene accusato dell'omicidio della moglie, fugge in Messico dove si uccide confessando il delitto. Il caso è chiuso. Philip Marlowe, un detective privato, viene accusato di aver favorito la fuga di Lennox. Rilasciato, continua ad indagare perché è convinto che l'uomo sia innocente e non si sia affatto ucciso. Diversi personaggi lo invitano ad abbandonare la ricerca: boss criminali, il potente padre di Sylvia e la polizia stessa. Marlowe assume l'incarico di proteggere un noto scrittore, Roger Wade, alcolizzato e violento. Veniamo a sapere che Eileen è la vedova, almeno lei crede, di Terry Lennox, il quale ha combattuto sotto altro nome in Inghilterra, dove sarebbe stato dato per deceduto. La storia si sbroglia: il passato di Terry è ben diverso da quello che appariva. In un susseguirsi di colpi di scena Roger viene assassinato da Eileen, la quale poi si uccide. E Marlowe ? E' presente nel momento dell'omicidio di Roger, ma è distratto dal rumore di una barca; intuisce che Eileen potrebbe commettere un gesto insano; ma non interviene. "It just kind of grew up around me", una frase letteralmente intraducibile; potrebbe essere interpretata nel senso che tutto avviene intorno a lui senza che lui lo voglia: una visione rassegnata di un destino contro il quale è inutile lottare. D' altra parte è così per tutti: "venti ore al giorno qualcuno sta correndo, qualcun'altro sta cercando di prenderlo. Là fuori nella notte la gente sta morendo di un migliaio di crimini. (...) La gente è picchiata, derubata, strangolata, violentata, e uccisa. La gente è affamata, malata, annoiata, disperata perché sola o piena di rimorso e di paura, arrabbiata, crudele, eccitata e scossa dalla disperazione".

Il romanzo si conclude con una sorpresa, che purtroppo va detta perché in caso contrario non si renderebbe il senso dell'intero libro. Prima di farlo bisogna parlare di Philip Marlowe; la sua figura, infatti, rende il racconto qualcosa di ben diverso da un "giallo" tradizionale. "Sarei potuto essere persino un uomo ricco (pensa Marlowe), un ricco di provincia, una casa di otto stanze, due auto nel garage, pollo ogni domenica, (...) ed io con un cervello come un sacco di cemento. E' per te amico, io prenderò la grande, sordida, sporca, disonesta città". Non è per fare l'eroe; Marlowe è profondamente pessimista, quasi cinico. "Così sono gli esseri umani. (...) Che cosa ti aspetti, farfalle d'oro svolazzanti su un cespuglio di rose?" Eppure quest'uomo, apparentemente disilluso, incontra un altro uomo, Terry Lennox, e, chi sa perché ?, lo aiuta, testardamente cerca di dimostrarne l'innocenza. "Pensavo di essere un duro, ma c'era qualcosa in quell'uomo che mi conquistò. Non sapevo che cosa fosse, a meno che fossero i capelli bianchi e la faccia sfregiata e la voce pulita e la gentilezza". "Quanto ingenuo può essere un uomo, Marlowe?" gli dice un poliziotto. Ed infatti, alla fine del romanzo, Marlowe scopre di essere stato ingannato. Terry Lennox è vivo, ha voluto soltanto scomparire. Ed allora il cinico e generoso detective ammette che un tempo Terry valeva qualcosa per lui, oggi neanche un arrivederci. "Non ti sto giudicando. Non lo feci mai. E' soltanto che tu non sei più qui. Da tempo te ne sei andato. Hai bei vestiti e profumi e sei elegante come una puttana da cinquanta dollari".

Erede del grande Dashiell Hammett, forse il più grande giallista di tutti i tempi, come dice Jeffery Deaver, Chandler ha portato il romanzo criminale verso nuove frontiere, aprendolo al grande racconto: e ciò è merito della figura di Marlowe, ma anche di una particolare scrittura, elegante e difficile, fatta di neologismi, di nuove costruzioni sintattiche, e soprattutto orientata a creare un clima di sospensione, di estraniamento rispetto alla narrazione. Il romanzo è troppo lungo, eccessivamente tortuoso, con dialoghi serrati e spesso ridondanti. Non è quindi perfetto, è faticoso, si percepisce l'insoddisfazione di Chandler di non riuscire pienamente a investigare "i reali nemici: le aspettative, il tradimento, il desiderio per il potere e la ricchezza" (Deaver).

Perché leggerlo ? E' una lettura faticosa ma vale la pena se si vuole approfondire l'animo umano.



Apprezzamento Medio
Da non rileggere
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rikipedia.it Mon, 28 Nov 2016 00:00:00 +0100
<![CDATA[Le avventure di Pinocchio]]> http://www.rikipedia.it/recensioni/LeavventurediPinocchio Le avventure di Pinocchio

Collodi Carlo



Anno: 1883
Pagine: 170
Editore: Edizioni L'Unità

Letto in italiano
Finito di leggere il 01.11.2016

Appena si inizia a leggere il libro di Collodi la mente va subito ad un capolavoro: "le avventure di Cipollino" di Gianni Rodari. Per la nostra sensibilità il racconto di Pinocchio è moraleggiante, con un tema di fondo così distante da noi: "oggi (ma troppo tardi !) mi sono dovuto persuadere che per mettere insieme onestamente pochi soldi bisogna saperseli guadagnare o col lavoro delle proprie mani o coll'ingegno della propria testa", cosi dice il Pappagallo a Pinocchio nel Campo dei Miracoli. Quanto è più divertente ed ammaliante il romanzo di Rodari, che parla di libertà, di lotta ai potenti, di ardita immaginazione ! Eppure, se si guarda con maggiore attenzione ci si accorge come "le avventure di Pinocchio" e quelle di Cipollino trattino lo stesso argomento: il mondo è rovesciato e bisogna metterlo in piedi, sulla strada giusta. E' chiaro come il racconto di Collodi sia un romanzo di formazione: un bambino, tanto zuccone da essere un burattino, impara dalla vita a divenire adulto, a capire il bene e il male. Ma tutti i personaggi sono ben particolari, cominciando da Geppetto, il padre generoso e premuroso. il quale vuole fabbricarsi un "bel burattino" per "girarsi il mondo, per buscarmi un tozzo di pane e un bicchier di vino", e giustamente "la vocina" nascosta commenta: " Bravo Polendina !". E che dire della Fatina "dai capelli turchini", la mamma amorosa e dolente ! Perché non aiuta Pinocchio e lo lascia invece nel bosco oscuro, in balia degli assassini ? Pinocchio affronta da solo le peripezie, che lui stesso provoca non volendo rispettare le regole sociali: invece di andare a scuola va con il burattinaio, si lascia ingannare per avidità dalla Volpe e dal Gatto, dimentica Geppetto in miseria, promette di essere diligente e poi se ne dimentica per correre con gli altri monelli, e così va in prigione, rischia di essere fritto in padella, sino a lasciarsi abbindolare ed andare nel Paese dei Balocchi, e divenire un somarello. Che cos' è che lo redime ? Le buone azioni. Quando il cagnaccio Alidoro, che lo aveva inseguito per mangiarselo, rischia di affogare, dopo un momento di esitazione Pinocchio lo salva: ed infatti, "il suo babbo gli aveva detto tante volte che a fare una buona azione non ci si scapita mai". Ed allora, per incanto, i vari personaggi, gli stessi animali, si rivelano generosi e disponibili. Quando Pinocchio, alla ricerca di Geppetto, è ingoiato dal terribile Pesce- cane, e lì in fondo all'enorme stomaco trova il suo "babbino", è un Tonno che li aiuta ad uscire dalla bocca del grande animale: e "Pinocchio (...) gli posò un affettuosissimo bacio in bocca. A questo tratto di spontanea e vivissima tenerezza, il povero Tonno, che non c'era avvezzo, si sentì talmente commosso, che (...) ricacciò il capo sott'acqua e sparì".

Come capitò che Carlo Lorenzini, il vero Collodi, "un provinciale implacabile, miticamente pigro, lunatico ed imprevedibile", abbia deciso di scrivere "le avventura di Pinocchio" è una questione che lasciamo agli studiosi. Forse perché, come scrisse nel bozzetto "Una lettera al Fanfulla", "il nascer toscano è una disgrazia che può accader a tutti". Ed è proprio la toscanità provinciale che rende vivo e moderno un romanzo, diversamente perbenista e noioso. Lontano dall'italiano aulico, la lingua riesce a dare vigore e brio al racconto: Pinocchio è un discolo e ricorda tutti i bambini del mondo, la loro voglia di giocare e divertirsi, la loro ingenua apertura agli altri, il loro desiderio ad non essere rinchiusi nelle barbose regole sociali degli adulti. Tutto questo rende eterno il racconto di Pinocchio, al di là del suo contesto ottocentesco.

Perché leggerlo ? E' il racconto del bambino, che eravamo.



Apprezzamento Medio
Da non rileggere
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rikipedia.it Tue, 01 Nov 2016 00:00:00 +0100
<![CDATA[La deriva dei continenti]]> http://www.rikipedia.it/recensioni/Laderivadeicontinenti La deriva dei continenti

Banks Russell



Anno: 1985
Editore: Einaudi

Letto in italiano
Finito di leggere il 25.10.2016

Questo romanzo è un vortice d'acqua, che risucchia l'intero racconto in un unico incomparabile episodio, tragico ed intenso, dopo il quale niente è come prima. Il problema è che questo mulinello è una "sabbia mobile", così lento e vischioso da sfinire il lettore. Ma andiamo con ordine. Bob è un giovane di trent'anni, padre di due bambini, sposato con una donna che lo ama; ha un posto fisso e un'amante. Non c'è nulla di apparentemente sbagliato nella sua vita, eppure Bob la odia: in parte per il solito sogno americano (la vecchia metafora dell'America alla quale tutti sembrano crederci), ed in parte perché Bob "ha lasciato nel mondo reale un uomo irreale, inventato, che fa il suo dovere, prudente, responsabile, fedele ed equilibrato, mentre nel mondo invisibile (...) Bob è inconcludente, avventato, irresponsabile, infedele, irrazionale, (...) l'uomo che è un bambino". Questo lato invisibile prende il sopravvento e lo spinge ad abbandonare una vita prosaica ma sicura, per cercare qualcosa che lui stesso non sa cosa sia. Lascia la casa di proprietà e il posto fisso, e trascina la famiglia in Florida a vivere in un caravan, a lavorare prima con il fratello (uno smargiasso truffatore) e poi con un amico (un altro mascalzone). E' una deriva inesorabile: non solo è un fallimento economico, è pure una discesa psicologica e morale. Bob uccide un uomo, anche se per difendersi, si disinteressa della famiglia, è coinvolto nel suicidio del fratello, fa finta di non accorgersi dei loschi affari dell'amico, finisce a fare traffico illegale di clandestini. Accanto al racconto di Bob si sviluppa la storia degli immigrati haitiani, in particolare di una donna con il suo bambino. E' inutile soffermarsi su questo filone narrativo, che avrebbe potuto dare molto se non fosse stato infarcito di riti vudu, del fascino dell'esoterico, di visioni stucchevoli del "buon selvaggio". Caro Banks le sofferenze dell'immigrazione sono troppo gravi e serie per essere l'occasione di artefatti e folcloristici racconti ! I due filoni narrativi (le vicende di Bob e quelle degli haitiani) convergono in un evento drammatico ed ad un tempo emblematico di una condizione universale. Bob trasporta con la sua barca un gruppo di haitiani, determinati ad arrivare in tutti i modi in America. Lo fa per soldi, ma il suo atteggiamento è di empatia per questa povera gente: li porta dell'acqua, offre delle sigarette, sembra volersi far coinvolgere. Quando però vengono avvistati dalla guardia costiera e dunque c'è il rischio di essere arrestati, Bob non esita a buttare a mare gli haitiani (uomini, donne e bambini), condannandoli ad una morte certa per annegamento. "E' caduto in un luogo oscuro e freddo, dove le pareti sono perpendicolari e scivolose e tutte le uscite sono state sigillate. E' solo. (...) Ecco come un uomo perde la sua bontà. (...) Dalla bocca all'inguine, Bob percepisce il proprio corpo come una fredda barra d'acciaio, braccia e gambe si induriscono come ghisa, la testa, occhi bocca naso orecchie, sembra chiudersi al mondo a poco a poco".

Il capitolo "Per mare" narra la terribile vicenda dell'assassinio dei clandestini, lasciati annegare per un pugno di soldi: è di una potenza evocativa straordinaria, anche alla luce di ciò che avviene giornalmente nel nostro mediterraneo. L'autore mostra una grande abilità stilistica, nella costruzione della trama e nell'uso delle parole. Sino all'ultimo il lettore spera che ci sia un diverso finale, nel quale Bob palesi la sua bontà, una effettiva compassione verso gli haitiani, "così fragili, delicati e sensibili". Ed invece, lui, "un tipo gentile e socievole", commette un delitto orrendo, una strage. E ci fanno ancora più ribrezzo le sue banali giustificazioni, come "nulla gratis nella terra della libertà", o la sua auto commiserazione: "e infatti eccomi qui. Peccato che non sono più io". E' facile, tuttavia, scandalizzarci per il comportamento di Bob; in realtà le sue azioni e i suoi pensieri esprimono molto bene la distanza tra ciò che proclamiamo e ciò che facciamo, quell'ipocrita perbenismo, la nostra falsa coscienza.

Ed allora perché rovinare tanta bravura stilistica in banali disgressioni di carattere filosofico e perché tante lungaggini sulla cultura haitiana ? Non era forse meglio focalizzarsi sui personaggi, o lavorare sulle reali condizioni degli immigrati, in viaggio verso il sogno americano ? E' un libro rovinato dalla presunzione dell'autore di essere in grado di trattare troppi temi, invece di concentrarsi su limitate ma efficaci chiavi di lettura.

Perché leggerlo ? Vale la pena leggerlo solo per il capitolo "Per mare".



Apprezzamento Medio-Basso
Da non rileggere
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rikipedia.it Tue, 25 Oct 2016 00:00:00 +0100
<![CDATA[Le quattro casalinghe di Tokyo]]> http://www.rikipedia.it/recensioni/LequattrocasalinghediTokyo Le quattro casalinghe di Tokyo

Natsuo Kirino



Anno: 1997
Pagine: 652
Editore: Neri Pozza

Letto in italiano
Finito di leggere il 05.10.2016

Masako, Kuniko, Yoshie e Yayoi sono quattro casalinghe; lavorano di notte in uno stabilimento, che impacchetta cibo. E' proprio lì che ci vengono introdotte, lungo le varie fasi della produzione, dall' ingresso in fabbrica, sempre nel buio con la paura di essere aggredite, sino alla catena di montaggio, attente al ritmo del confezionamento e ai rimbrotti del sorvegliante. Si crea una consuetudine, la quale è anche solidarietà, se non amicizia. Le quattro donne sono molto diverse: Masako, dura e inaccessibile, è un ex impiegata di uno istituto di credito, licenziata perché voleva fare carriera, soffre di una profonda solitudine perché orami respinta dal marito e dal figlio; Kuniko è piena di debiti a causa della sua frenesia di spendere; Yoshie è una vedova, costretta ad accudire la vecchia suocera, che peraltro la odia; Yayoi, delicata e gentile, è sconvolta dalla rivelazione del marito di aver dissipato i pochi soldi in banca nel gioco d'azzardo e con le prostitute. Una sera, cacciato dal proprietario del locale dove era solito divertirsi, l'uomo picchia la moglie. Yayoi inaspettatamente reagisce strangolandolo. "Quando ripensò alla faccia del marito, il collo stretto nella cintura, proprio lì nell'ingresso, si sentì di nuovo favolosamente, assolutamente diabolica. Ti ho beccato, ben ti sta !, pensò". Yayoi non sa cosa fare, si rivolge a Masako, la quale lucidamente decide di fare a pezzi il corpo dell'uomo per meglio abbandonarlo nei cassonetti dei rifiuti. All'operazione, che si svolge nel bagno di Masako, partecipano anche Kuniko e Yoshie, un po' per solidarietà e molto per soldi. Un bel modo per farla pagare ai maschi violenti ! Ma perché Masako aiuta Yayoi ? Non certo per soldi. Per amicizia ? O perché sente "un desiderio quasi selvaggio di fare pulizia nelle sue relazioni con gli altri" ? C'è un lato oscuro nella sua personalità, che lei stessa non conosce ? Sembra un delitto perfetto, se nonché un piccolo usuraio scopre quanto è successo; glielo ha confessato Kuniko per liberarsi dei debiti. Invece di denunciare le quattro donne, l'uomo propone a Masako di mettersi in affari, ossia far scomparire, facendoli a pezzi, i corpi delle vittime della yukuza, la potente mafia giapponese. Masako accetta. Se il romanzo avesse sviluppato questo filone narrativo ci saremmo trovati dinanzi ad una storia originale e divertente: in che modo semplici casalinghe fanno business con i cadaveri, generalmente di maschi; insomma, un rovesciamento delle parti, una vendetta di genere, anche se macabra. Ed invece l'autrice rientra in una trama tradizionale. Nelle sue indagini la polizia si era concentrata sulla persona che aveva cacciato il marito di Yayoi: Satake, un maniaco che aveva scontato lunghi anni di carcere avendo pugnalato a morte una donna mentre la stava violentando. Satake si era rifatto una vita, ma l'inchiesta della polizia lo rovina, anche perché riporta in luce il vecchio fatto di sangue. L'uomo decide di vendicarsi. Scopre agevolmente quanto è stato fatto dalle quattro casalinghe e comincia a perseguitarle. E' intrigato in particolare dalla personalità di Masako, dalla sua freddezza e dalle sue capacità, ma anche perché comprende che sono simili. Vorrebbe ripetere con lei l'orrendo amplesso. Inizia un duello tra Satake e Masako, nel quale la donna si muove con estrema abilità, riuscendo persino a mettere la yukuza contro l'uomo. Ma una notte viene aggredita e trascinata da Satake in un capannone abbandonato. E' la fine per Masako ? Non diciamo come termina il racconto per non rovinare la sorpresa, possiamo solo dire che Masako conosce se stessa, finalmente. "Così come lei era disposta a farsi uccidere da lui, lui voleva essere annientato da lei. All'improvviso Masako capì Satake .... e lo amò. (...) I loro sguardi si incontrarono, i loro corpi divennero uno solo. Ora negli occhi di Satake poteva vedere solo l'immagine riflessa di se stessa. Un'onda di estasi incredibile stava per travolgerla".

L'avvio è promettente, le prime trecento pagine hanno un ritmo incalzante, con episodi e personaggi che sorprendono sempre il lettore. Una sottile ironia serpeggia nel racconto; le quattro donne sono studiate nella loro ambiguità: in fondo brave donne, criminali per necessità. La personalità di Masako è dominante, un capo inflessibile ed autoritario di un gruppo di femmine spaventate, le quali prendono coraggio dalla determinazione della donna. Rivalità, soggezione, invidia, timore si susseguono nelle amiche, sconcertate dalla mancanza di empatia di Masako. Poi il romanzo si piega verso un racconto convenzionale: perde di mordente, diviene lento, oppressivo, scontato. Si arriva stanchi alla conclusione.

Perché leggerlo ? E' intrigante, ma lo si può abbandonare senza finirlo.



Apprezzamento Medio-Basso
Da non rileggere
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rikipedia.it Wed, 05 Oct 2016 00:00:00 +0100
<![CDATA[Il Clandestino]]> http://www.rikipedia.it/recensioni/IlClandestino Il Clandestino

Tobino Mario



Anno: 1962
Pagine: 406
Editore: Mondadori

Letto in italiano
Finito di leggere il 19.09.2016

Nella Resistenza (la guerra di liberazione tra il 1943 e il 1945) la scelta di prendere le armi contro il nazifascismo nacque raramente da una maturazione meditata; il più delle volte fu un atto di inconsapevole spavalderia, incosciente dei rischi che si andava a correre. Come scrisse Luigi Meneghello in "I Piccoli Maestri", fu "un urlo, (...) un sentimento collettivo (...) inebriante: si avvertiva la strapotenza delle cose che partono dal basso, le cose spontanee". Anche Mario Tobino approfondisce la scelta della lotta partigiana, e lo fa con il suo stile, di chi "studia gli uomini e li ama". Anselmo è un giovane ufficiale medico, di recente tornato dalla Libia. "Era ancora imbambolato dalla guerra, aveva nelle orecchie i lamenti dei soldati, era stato spettatore di azioni crudeli." Come il protagonista del romanzo di Cesare Pavese (La casa in collina), vorrebbe "un letargo, un anestetico", per "riscoprire la bontà, la tenerezza che nel mondo, al di là di ogni brutta violenza, ci dovevano essere ancora". Un giorno, dopo l'8 settembre, una donna lo ferma per strada. "L'aspettavo, volevo domandarlo a lei che ha fatto la guerra. (...) Chi è stato ? Ora con chi siamo ? Cosa ci hanno fatto credere ? Di chi è la colpa ? E tutti quelli che sono morti, poverini ? (...) Li ho visti morire, è stato inutile ..." risponde Anselmo e "sentì che era stupidamente per piangere". Per il giovane è uno scossone, un risveglio, deve uscire dal torpore, mettersi in azione. Nella sua città, Viareggio (nel romanzo chiamata Medusa), un gruppo di giovani ha creato un'organizzazione clandestina: si definiscono marxisti - leninisti, si dicono comunisti, anche se non hanno mai letto Marx e Lenin e non hanno ancora avuto contatti con il risorto partito comunista (lo desiderano ardentemente). C'è poi un vecchio ammiraglio, il quale vorrebbe agire; è stato messo a riposo dalla Regia Marina per le sue posizioni anti fasciste. ma è animato da una fanciullesca voglia di lottare, di fargliela vedere ai fascisti e ai tedeschi. Anselmo diviene ben presto l'ufficiale di collegamento tra " i clandestini" e l'ammiraglio, gli vengono affidate missioni delicate e difficili, che riesce ad assolvere sempre molto bene, per le sue doti di equilibrio e di fine tessitore delle relazioni umane. Tobino ci conduce attraverso i primi passi della lotta partigiana, come si trattasse di un romanzo di evasione; situazioni pericolose però narrate in modo esilarante ed ironico si sovrappongono al racconto del crescente legame che si crea tra i giovani clandestini, giovani non ancora adulti, caratteri profondamente diversi, differenti le condizioni sociali e il livello di istruzione, ma sempre animati dalla voglia di vivere e da una comprensione reciproca, che supera i difetti e le varie attitudini: l'azione porta all'amicizia e quest'ultima all'unità. I clandestini così come l'ammiraglio vivono sull'orlo del burrone, come se fosse un gioco, certo rischioso ma senza dubbio a lieto fine. IL volto crudele della guerra emerge, al di là del nostro desiderio di serena avventura: non siamo al cinema, come fantastica uno dei protagonisti del libro ! Cominciano le perquisizioni, i rastrellamenti, gli arresti. Anselmo partecipa all'uccisione di un fascista a La Spezia, lui stesso uccide uno squadrista, che ha assassinato crudelmente l'ammiraglio. Devono lasciare Viareggio e andare sulle montagne, a combattere la guerra partigiana, dove Anselmo troverà la morte. "Chiuse gli occhi (...) e subito sognò di essere in un bosco densissimo di fronde, lui era sdraiato, uccelli di nido gli volavano intorno, gli mettevano il becco vicino, l'aprivano come ridessero, uguali a bambini soddisfatti di aver mangiato".

Chi si aspetta il Partigiano Johnny di Fenoglio non può che restare deluso: qui non ci sono eroi solitari. Il romanzo è costruito linearmente, senza enfasi, una cronaca aperta, ricca di infinite possibilità, la quale riesce a scherzare perché lucida, trasparente, ed eppure amorevole verso i protagonisti, persino nei confronti dei fascisti. "Ma i fascisti perché fanno questo ? si domandò Anselmo in un mormorio". La determinazione dei "clandestini" prende corpo dagli avvenimenti, sono loro a farli adulti, a maturarli politicamente, a renderli dei combattenti, convinti comunque che come le navi possono navigare nel mare calmo come in quello agitato, anche tra gli alberi, dove "mugolava la morte, (...) purtuttavia c'era felicità, letizia, di fronte alla presente solitudine".

Perché leggerlo ? Splendido libro di un autore purtroppo dimenticato.



Apprezzamento Alto
Da non rileggere
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rikipedia.it Mon, 19 Sep 2016 00:00:00 +0100
<![CDATA[Harry Potter & the Philosopher's Stone]]> http://www.rikipedia.it/recensioni/HarryPotterathePhilosophersStone Harry Potter & the Philosopher's Stone

Rowling J.K.



Anno: 1997
Pagine: 223
Editore: Bloomsbury

Letto in inglese
Finito di leggere il 05.09.2016

Harry Potter vive presso gli zii, una prosaica famiglia borghese, la quale odia soprattutto che "si parli di qualcosa che non dovrebbe essere, non importa se sia in un sogno o persino in un cartone animato, (...) potrebbe essere una idea pericolosa". Come nella favola di Cenerentola Harry è trattato malissimo dagli zii, è oggetto degli scherzi stupidi e brutali del cugino, insomma è una vittima perché rimasto orfano di genitori considerati eccentrici e dei quali è meglio non parlare. Iniziano ad arrivare strane lettere: invitano Harry ad un college per streghe e stregoni. Lo zio distrugge la posta, ma essa continua ad arrivare; allora fugge con la famiglia in luoghi irraggiungibili; tutto è inutile, misteriosamente la posta arriva ovunque. Deve accettare che il nipote sia stato ammesso in una scuola dove si insegna "ciò che non dovrebbe essere"; deve persino accompagnarlo al marciapiede "nove e tre quarti", il binario che non c'è. La prima parte del libro è tutta giocata sul paradosso, tra ciò che è reale e ciò che potrebbe essere, che spesso noi vorremmo che fosse e lo viviamo con la fantasia. E' la parte migliore del romanzo. Da quel momento in poi seguiamo Harry nella sua particolare scuola, dove si insegnano le arti magiche, i segreti delle streghe, dove però operano i meccanismi di ogni collegio: le rivalità, le amicizie, la disciplina e come infrangerla, gli insegnanti severi, quelli indulgenti, i simpatici e gli antipatici. Il collegio, un tenebroso castello, nasconde un mistero: un cane a tre teste difende una Pietra Filosofale, il possesso della quale dà l'immortalità e fornisce poteri tali da conquistare il mondo. Harry sospetta che un insegnante se ne voglia impossessare per darla a Voldemort, il signore del Male, il cui nome nessuno osa pronunciare, tanta è la paura. Avventure, pericoli, atti di coraggio mettono a dura prova Harry e il suo gruppo di amici; alla fine ci sarà un colpo di scena, con uno scontro diretto tra Harry e Voldemort. Come ha fatto il ragazzo a resistere alla forza del male ? "Se c'è una cosa che Voldemort non può comprendere, è l'amore. Non capì che l'amore, potente quale era quello di tua madre per te, avrebbe lasciato il suo proprio segno", ha dato a Harry una protezione per sempre. Ed ancora, "soltanto uno che voleva trovare la Pietra, trovarla, ma non usarla, sarebbe stato capace di prenderla".

L'autrice mescola abilmente gli elementi magici e quelli avventurosi con un ambiente familiare agli adolescenti, qual' è la scuola. Il ritmo narrativo non è così intenso e sorprendente come ci si aspetterebbe, anche perché si è consapevoli che il pericolo è solo apparente e si risolverà sempre per il meglio. Il ruolo salvifico del super mago Dumbledore appiattisce l'autonomia di Harry, aiutato eccessivamente da forze e da personaggi al di sopra di lui. Il libro non riesce ad essere fino in fondo un romanzo di formazione, in quanto il giovane protagonista non diviene totalmente adulto. Se si confronta "Harry Potter" con, " L' Isola del Tesoro", colpisce la differenza tra Jim ed Harry: il contesto è sempre eccezionale, ma il primo ne esce uomo, il secondo resta un adolescente, subalterno ai grandi. Forse per questo che i ragazzi leggono Harry Potter e non il grande libro di Stevenson ? Perché possono illudersi che ci sia qualcuno o qualcosa che li aiuterà sempre nella vita ?

Il pregio principale del romanzo di Rowling è la scrittura: elegante, chiara, efficace, grammaticalmente perfetta. Il libro potrebbe essere usato tranquillamente per insegnare le forme più difficili della lingua inglese.

Perché leggerlo ? Un bellissimo inglese



Apprezzamento Medio
Da non rileggere
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rikipedia.it Mon, 05 Sep 2016 00:00:00 +0100
<![CDATA[3012]]> http://www.rikipedia.it/recensioni/tremiladodici 3012

Vassalli Sebastiano



Anno: 1995
Pagine: 233
Editore: Einaudi

Letto in italiano
Finito di leggere il 26.08.2016

Nel 1795 Immanuel Kant elaborò un "progetto di pace perpetua", che estirpasse per sempre la guerra. Per il filosofo tedesco, così come per tutti noi, solo la pace assicura il benessere e la felicità. E se così non fosse ? Se fosse la guerra la condizione ideale per l'umanità ? Nel 3012 dopo Cristo gli uomini vivono da secoli in pace; eppure si sono dissolti i sentimenti di solidarietà, lealtà e amicizia, sostituiti da un diffuso e gigantesco odio, che per essere contenuto richiede una spietata macchina repressiva. L'autore immagina che dopo venti secoli un ricercatore scopra un manoscritto di un anonimo, il quale narra l'avvento del Profeta, colui il quale predicò "la guerra perpetua". Secondo l'anonimo (il dubbio è necessario perché leggenda e realtà storica si mescolano) il Profeta era un giovane vitellone, di nome Antalo, che viveva a Fellinia facendo la porno star. Si innamorò di una splendida donna, che lo convinse a seguirlo nella "Capitale del Mondo", una megalopoli di cinquanta milioni di abitanti. Era una trappola: il suo corpo doveva servire a ringiovanire vecchi ricchi, bramosi di ritornare alla vigoria di un tempo. Antalo riuscì a fuggire e sarà protagonista di numerose avventure, alcune divertenti, altre agghiaccianti, tutte sorprendenti e spesso metafora del mondo d' oggi, in particolare dell'Italia. Ad un concorso per scrittori (Antalo fu autore di incomprensibili poesie, oggetto di continue e discordanti interpretazioni) il futuro Profeta conobbe una ragazza, che si era presentata con romanzi di guerra e gli fece conoscere un poema del 1300, il quale descriveva scontri cavallereschi, trucidamenti, corpi squartati, ed inneggiava alla guerra, al coraggio bellico, alla concordia tra i combattenti e alla magnanimità verso i vinti. Fu una rivelazione. "Posò il libro. Si prese la testa tra le mani e una Voce parlò dentro di lui, gli disse: vai e annuncia al mondo che la maledetta età della pace è conclusa. (...) Le tenebre si squarceranno, le virtù che si credevano perdute torneranno a risplendere e le più luminose tra quelle virtù saranno la generosità, l'amore per la giustizia e la pietà verso i deboli". Ma quali saranno le regole di questa nuova epoca di guerra ? i costumi cavallereschi e il rispetto della natura. Ed infatti nei "detti memorabili", con il quali il Profeta tracciò la sua visione, è detto: "la guerra che Dio vuole è giusta e santa, finché si fa contro i veri nemici. Ma se un nemico, per sfuggirmi, si arrampica su un albero, io non posso abbattere l'albero per farlo scendere, perché l'albero non è un mio nemico". Il curatore ci informa che si aprì una nuova era, ma della guerra "bella, giusta, santa e necessaria", poco rimase. Gli uomini "incominciarono a sgozzarsi con tanto entusiasmo, che nessuna forza naturale o soprannaturale avrebbe più potuto fermarli. La razza umana, allora, visse una stagione irripetibile di violenza e di sangue, ma non fu più infelice di quanto fosse stata in passato. Al contrario fu quasi felice". E quindi è giusto come concluse l'anonimo, "e così tutto è destinato a passare su questa Terra ciò che è nato dall'uomo. (...) Amen".

E' bene chiarire che il libro non è un saggio, ma un vero e proprio romanzo, ambientato in un futuro fantastico, benché non improbabile. E' un susseguirsi di vicende, nel corso delle quali il povero Antalo, un ingenuo ragazzo, si trova, suo malgrado, ad essere vittima di forze misteriose ed incomprensibili, ma tutte violente e crudeli. Anche quando uccide, lo fa perché è costretto, rifiutando di diventare un cacciatore di uomini (uno dei divertimenti nell'era della pace), pur sapendo che questa scelta gli salverebbe la vita. Così non accetta la corruzione dilagante e vorrebbe amare, non soltanto avere incontri sessuali. E , insomma, "un pesce fuor d'acqua" nella "Grande Capitale del Mondo; ed è proprio questa innocenza che lo rende visionario, capace di dare una prospettiva all'umanità e al mondo. Con un romanzo apparentemente ironico e cinico, Vassalli ci vuole dire che l'utopia è necessaria, ma essa richiede spiriti liberi e ingenui.

La scrittura è molto distante da quella della Chimera, ma così deve essere perché si tratta di un resoconto, finalizzato a riportare l'essenzialità della storia del Profeta. Il limite del racconto sta negli eccessivi riferimenti all'Italia di oggi, dapprima divertenti ma poi noiosi e scontati: sembra quasi che l'autore abbia voluto togliersi "tanti sassolini".

Perché leggerlo ? E' sorprendente.



Apprezzamento Medio
Da non rileggere
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rikipedia.it Fri, 26 Aug 2016 00:00:00 +0100
<![CDATA[7-7-2007]]> http://www.rikipedia.it/recensioni/ManziniAntonio 7-7-2007

Manzini Antonio



Anno: 2016
Pagine: 367
Editore: Sellerio

Letto in italiano
Finito di leggere il 15.08.2016

In quattro anni, dal 2013 ad oggi, l'autore ha pubblicato 6 romanzi, tutti con la figura di Rocco Schiavone come protagonista. Forse, la fretta non ha favorito la cura necessaria: la narrazione è confusa, intreccia il genere noir con storie di vita e ricostruzioni di contesti sociali senza arrivare ad una sintesi efficace. Siamo ad Aosta, una donna è stata uccisa nell' appartamento del protagonista. Nel lungo interrogatorio che ne segue il vice questore Rocco chiarisce gli antefatti, anche se non del tutto. A Roma ha condotto un'indagine su un brutale omicidio di due ragazzi. C'è di mezzo la droga, ma non entreremo nei dettagli per lasciare che sia il lettore a scoprire come Rocco riesca a dipanare la vicenda. Accanto alla storia principale si aprono numerose finestre narrative, le principali delle quali sono la tormentata storia d'amore con la moglie e la stretta amicizia con tre compagni d'infanzia. Marina "era bella. Con gli occhi concentrati, i denti che mordevano appena il labbro superiore, i capelli raccolti in una crocchia tenuta da una matita, o era una bacchetta cinese ? Bella, col camice bianco immacolato che rifletteva la luce della lampada e le creava un alone tutt'intorno. I capelli parevano più biondi e i pochi granelli di polvere che danzavano intorno al viso sembravano stelle e comete". Marina è andata via da casa quando ha saputo che Rocco è un disonesto: ha approfittato del suo ruolo di vice questore per arricchirsi. Responsabili di questi piccoli traffici sono gli amici d'infanzia: una sorta di tre moschettieri, simpatici, grandi mangiatori e bevitori, sempre pronti ad aiutare l'amico, ma veri e propri furfanti, una cattiva compagnia per un poliziotto. Sarà Marina a tornare a casa, perché ama Rocco e lo accetta così com'è. La conciliazione tra i due è una delle tante delusioni del romanzo. Leggiamo questo dialogo: "Marina gli carezzò il petto. Veramente per tornare a casa hai dovuto chiudere gli occhi ? ( Rocco) Un po'. Ora ce li ho belli aperti e vedo accanto a me l'uomo che amo e che con molta probabilità amerò sempre (Marina). Ho un'erezione (Rocco). Potresti per una volta pensare ad altro ? (Marina) Tipo ? (Rocco)". Insomma, per Rocco era tutta una questione di sesso ! Perché condurci in una storia d'amore se tutto si riduce nella banale e rassegnata accettazione da parte della donna ? Rocco riesce a trovare i colpevoli; dietro agli omicidi c'è una potente organizzazione malavitosa, la quale, cerca di assassinare Rocco, uccidendo invece Marina. Quel luglio del 2007 "erano stati giorni strani. Giorni di caldo e improvvisi acquazzoni, di ansia e soprattutto di puzza. Puzza di scantinato, puzza di morti violente, di gente schifosa, acquattata nelle fogne, pronta a colpire..."

Un romanzo noir richiede un intenso ritmo narrativo; il lettore deve essere avvinto dalla trama, partecipare all'investigazione o farsi travolgere dagli eventi, dalla loro tensione. Tutto ciò manca nel libro: lento, spesso scontato, ricco di personaggi e vicende inutili, il racconto è banale e noioso. Inutilmente i "tre moschettieri" fanno da spalla al protagonista: Rocco, diciamo la verità, è un Marlowe non riuscito, un personaggio che non regge il ruolo affidato, quello del poliziotto corrotto ma buono, giustiziere per conto suo. Al fallimento del romanzo contribuisce anche la scrittura; l'uso eccessivo del punto e il frequente ricorso ai dialoghi spezzettano la narrazione, rendendola più simile ad una sceneggiatura che al periodare di un racconto, nel quale è necessario allargarsi in descrizioni e in approfondimenti psicologici. Come è possibile che questo romanzo sia da settimane in testa alle classifiche dei libri italiani più venduti ?

Perché non leggerlo ? E' noioso e banale.



Apprezzamento Basso
Da non rileggere
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rikipedia.it Mon, 15 Aug 2016 00:00:00 +0100
<![CDATA[Canada]]> http://www.rikipedia.it/recensioni/Canada Canada

Ford Richard



Anno: 2012
Editore: Harper Collins

Letto in inglese
Finito di leggere il 29.07.2016

Un insegnante alla fine della carriera, sposato senza figli, con una moglie contabile di professione, decide di narrare due fatti fondamentali della sua adolescenza. Se fosse stato, che ne so ?, un astronauta, un avventuriero della Silicon Valley o più semplicemente una persona sensibile, e quindi fragile, ci avrebbe dato un racconto meno prosaico ed intellettualistico, ma ricco di emozioni e sentimenti; ed invece il lungo romanzo vuole dimostrare come "la migliore cosa da fare nella vita, per sopravvivere, è di sopportare bene le perdite. (...) al mondo che cambia intorno a noi non importa come io mi sento". Il romanzo è diviso in due parti. Nella prima l'ambiente è una piccola città del Montana: una famiglia normale, marito e moglie, due gemelli quindicenni, una ragazza ed un ragazzo (il nostro insegnante narrante). Il padre è aitante, divertente, il classico piacione: ex ufficiale dell'esercito, dopo aver abbandonato le forze armate ha inseguito inverosimili progetti, finendo per fare piccoli traffici anche al limite della legalità; la madre è esile, timida, introversa e sognatrice. "La strana unione delle loro caratteristiche fisiche così male assortite è sempre nella mia mente come una delle ragioni della loro tragica fine: essi erano senza dubbio semplicemente sbagliati l'uno per l'altro e non si sarebbero dovuti sposare". Ai ragazzi la casa sembra normale, quando i genitori compiono un atto incredibile ed imprevedibile: una rapina in banca, a seguito della quale vengono arrestati, condannati a molti anni di prigione. Perché lo hanno fatto, che cosa li ha spinti a fare un gesto così assurdo ? Vada per il padre, superficiale e irrimediabilmente ottimista, ma perché lo ha fatto la madre, così assennata e sul procinto di separarsi dal marito ? "Ella potrebbe avere sentito non disperazione o terrore o una più grande alienazione (che sarebbe stato normale). Ma libertà. Da tutte le forze che la opprimevano. Potrebbe aver concluso che questa sensazione senza controllo venisse direttamente dalle stesse qualità che la isolavano. (...) Questo la potrebbe aver fatto sentir meglio di quanto le accadeva da lungo tempo." La madre è senza dubbio il personaggio più interessante del romanzo e sarebbe stato utile investigarlo meglio per capire fino in fondo le ragioni del suo folle gesto, che la porterà al suicidio. Ma "i miei genitori cominciarono a recedere nella mia visione, come quando sei malato e la febbre rimpicciolisce il mondo e allunga le distanze. I miei genitori diventarono sempre più piccoli fino a che io ero da solo nella cucina male illuminata, ed essi erano sul punto di svanire, quasi scomparire". Ed infatti nella seconda parte del romanzo l'ambiente e le circostanze sono molto lontane dal mondo ancora adolescenziale della prima parte. Per sfuggire alle grinfie dell'autorità pubblica un'amica della madre porta il ragazzo in Canada, in una cittadina dove il fratello Arthur gestisce un albergo. Qui il racconto assume connotati artificiosi, tipici di una costruzione letteraria a tavolino. Il ragazzo diviene adulto in poco tempo (romanzo di formazione ?) ed è attratto dalla figura di Arthur: un mancato rivoluzionario colto e violento che pare voler assumere il ruolo di mentore del protagonista: una sorta di Grande Gatsby, di super eroe misterioso, di intellettuale mancato e comunque arrogante. L'amicizia tra Arthur e il ragazzo si interrompe brutalmente, quando il giovane viene coinvolto in un omicidio. Arthur uccide due persone e il ragazzo viene usato, a sua insaputa, per creare un diversivo e ingannare le vittime. Ed allora il protagonista comprende come l'unica possibilità sia mantenere la vita in uno stato complessivamente accettabile, senza riguardo alle frontiere che si attraversano: come un puzzle, come una sinfonia, come "il gioco degli scacchi, nei quali i singoli concorrenti sono parte di una lunga ed unica impresa, che persegue una condizione non di avversità o conflitto, o sconfitta o persino vittoria, ma di un 'equilibrio sottostante al tutto". E' una conclusione cinica e pessimista, secondo la quale per sopravvivere, per non farsi travolgere e distruggere, bisogna non farsi coinvolgere, ossia bisogna non vivere.

E' un pessimo romanzo, non solo per la sua lunghezza spropositata, ma soprattutto perché è privo di tensione, di ritmo e di effettivo approfondimento psicologico; i personaggi sono stereotipi, mere occasioni per riflessioni filosofiche, peraltro spesso incomprensibili. Sarebbe stata uno buono spunto l'idea, sulla quale si appoggia la prima parte: un evento incomprensibile sconvolge la vita di tutti, i genitori possono compiere gesti che cambiano la vita dei propri figli, radicalmente e in peggio. Quante volte l'abbiamo visto accadere ! Ma lo svolgimento dell'idea delude per la mancanza di emozioni, di reali sofferenze. La seconda parte è una serie di luoghi comuni, di personaggi e contesti che rimandano alla letteratura e non alla vita reale. Che cos' è il Canada per il protagonista narratore ? Una fuga, un paese irreale, il luogo della maturazione, non lo sapremo mai perché troppe sono le divagazioni inutili.

Perché non leggerlo ? E' lungo, prolisso, noioso e artificioso.



Apprezzamento Basso
Da non rileggere
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rikipedia.it Fri, 29 Jul 2016 00:00:00 +0100
<![CDATA[In culo al mondo]]> http://www.rikipedia.it/recensioni/Inculoalmondo In culo al mondo

Antunes Lobo Antonio



Anno: 1083
Pagine: 192
Editore: Einaudi

Letto in italiano
Finito di leggere il 04.07.2016

Sono passati otto anni dalla fine della guerra coloniale portoghese, che devastò l'Angola tra il 1961 e il 1975: da un lato il Portogallo di Salazar e dall'altro i movimenti di liberazione angolana. Il protagonista, ed io narrante, incontra una donna in un locale, come tante altre volte, "quando il bar è un Titanic che fa naufragio, (...) un galeone spagnolo sommerso, popolato dai cadaveri alla deriva della ciurma illuminati di sbieco da un chiarore sottolunare, cadaveri che fluttuano senza aderire alle sedie, fra due acque, e dimenano le braccia prive di ossa in una calma di alghe". Sappiamo poco di questa donna, ma senza dubbio sa ascoltare, perché il nostro protagonista comincia a raccontare i suoi ventisette mesi di guerra,in "culo al mondo", a morire "non della morte della guerra, che ci priva all'improvviso delle cervella con uno scoppio fulmineo e lascia intorno a sé un deserto disarticolato di gemiti e una confusione di panico e di spari, ma della lenta, afflitta, torturante agonia dell'attesa, l'attesa dei mesi, l'attesa delle mine sulla pista, l'attesa del paludismo, (...) l'attesa della jeep della Polizia politica che ogni settimana passava, (...) portando con sé tre o quattro prigionieri che scavavano la loro fossa, vi si rattrappivano, chiudevano gli occhi e si afflosciavano sotto le pallottole come un soufflé si affloscia sul forno, con un fiore rosso i cui petali si schiudevano sulla fronte"; una guerra che faceva vomitare e rispondere con "una voce dolce di bambino Non perdere tempo con me perché io sono così stanco di questa guerra che neanche con le bombe mi toglierete di qui"; una guerra che non si può dimenticare, tanto che "nel momento in cui le sue ginocchia si divaricheranno dolcemente, i suoi gomiti mi stringeranno le costole e il suo pube rossiccio schiuderà i suoi petali carnosi con l'umida consegna di valve calde e morbide, entrerò in lei, capisce ?, come un umile e tignoso cagnetto insonnolito in un vano di scala, alla ricerca di un conforto impossibile sul legno duro degli scalini, perché il soldato di Mangando e tutti i soldati di Mangando e Marimbanguengo e Cessa e Musuma e Ninda e Chiume balzeranno in piedi dentro di me nelle loro bare di piombo, avvolti in bende sanguinanti che svolazzano, per esigere da me, con i rassegnati lamenti dei morti, ciò che per paura non ho dato loro: il grido di rivolta ..." Il protagonista narra, quindi, la sua esperienza, ma non dobbiamo aspettarci un resoconto o una denuncia: la crudele e vigliacca devastazione della guerra disvela la povertà del nostro animo, la sua pavidità, il suo vuoto ideale e sentimentale, ma nel contempo rivela l'inutilità della tante parole, di chi non ha mai provato sulla pelle "la furiosa e pungente paura di morire", di chi si può permettere di "essere competente, serio, saggio, socialdemocratico, sardonico, trasportando con i libri nella valigia la furbizia facile dell'ultima verità di carta". L'esperienza di guerra è una cesura tra il prima e il dopo, è una discesa nella profondità dell'animo, è una morte spirituale, che ci toglie la possibilità di amare. Non restano che fugaci momenti di tenerezza, con i quali due esseri soli si inventano "una diafana pace di infanzia".

Per essere apprezzato sino in fondo questo libro andrebbe letto ad alta voce, come un lungo poema. Se si avesse la pazienza di farlo si scoprirebbero l'abile scansione delle parole e le loro capacità evocative, e ci si troverebbe in un mondo onirico, anche se terribilmente reale, nel quale sensualità, nostalgia, disperazione e morte si mescolano insieme, riportando alla luce i mostri della nostra infanzia, e la nostra solitudine esistenziale. "Se fossimo, per esempio, dei formichieri, lei e io, (...) forse ci potremmo capire in una complicità di proboscidi inquiete che annusano insieme sul cemento nostalgie di insetti inesistenti; forse ci uniremmo, col favore del buio, in coiti tristi come le notti di Lisbona. (...) Forse, dopo essermi palpato, scoprirò di essere all'improvviso un unicorno, forse l'abbraccerò, e forse lei agiterà le sue braccia attonite di farfalla conficcata in uno spillo, pastosa di tenerezza. (...) E avremmo recuperato in questo modo qualcosa dell'infanzia che non appartiene a nessuno di noi e insiste a scendere lungo lo scivolo in un riso del quale giunge fino a noi, ogni tanto, e in una specie di rabbia, l'eco attutita".

Perché leggerlo ? E' un grande libro, sulla guerra e sulla solitudine umana.



Apprezzamento Alto
Da rileggere
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rikipedia.it Mon, 04 Jul 2016 00:00:00 +0100
<![CDATA[Oltre il fiume]]> http://www.rikipedia.it/recensioni/Oltreilfiume Oltre il fiume

Moehringer J.R.



Anno: 1999
Editore: Piemme Voci

Letto in italiano
Finito di leggere il 18.06.2016

Gee's Bend è un braccio di terra, bagnato su tre lati dal fiume Alabama, laddove l'acqua forma una sorta di grande e inarcuato tornante. Per raggiungere la più vicina cittadina i "benders" devono percorrere un tragitto di un ora e mezzo di macchina o di un quarto d'ora di traghetto, se questo non fosse stato abolito negli anni'60 dallo sceriffo della contea, con la seguente ineccepibile motivazione: "non abbiamo chiuso il traghetto perché erano neri, (...) l'abbiamo chiuso perchè se l'erano dimenticati, che erano neri". Gee's Bend è un enclave unico: tutti i residenti discendono dai sedici schiavi che si insediarono in questa striscia di terra nel 1816; l'isolamento geografico e la scarsa attrattività del suolo hanno permesso alla piccola comunità di non essere alterata dai grandi sconvolgimenti sociali e politici che hanno interessato la storia americana: la guerra civile, le segregazioni razziali, la grande depressione, il movimento di liberazione di Martin Luther King. Anche quando quest'ultimo li coinvolse, assumendoli come paradigma dello sfruttamento del popolo afroamericano, i "benders" andarono "oltre il fiume", come li invitò il grande leader nero, combatterono per lui e soffrirono per la sua morte, ma poi tornarono alla loro terra, perché "per una donna di colore, che discende dagli schiavi, (...) il fiume supplica che lo si attraversi, e al tempo stesso sbarra la strada". Ma oggi la piccola comunità, ridotta ormai a qualche centinaio di sopravvissuti, rischia di scomparire. Il progetto di un nuovo traghetto romperà definitivamente l'isolamento. Moehringer coglie abilmente questo momento narrandolo con gli occhi e la mente di una piccola donna di Gee's Bend. "Mary è tutta fatta di cerchi. Il suo corpo è tondo, la sua faccia è tonda, il suo fiume è tondo. Nel mondo di Mary Lee ogni cosa è tonda, perché è soltanto alla fine di qualcosa, di un secolo, di una storia, di una frase, che se ne capisce veramente l'inizio. (...) Ha passato l'intera vita in questo luogo senza tempo. Come ha fatto l'età a scovarla ?" Tramite Mary Lee Moehringer ripercorre la storia di Gee's Bend, intrecciando vicende sociali con episodi della vita della donna. E' una dolce e malinconica narrazione: ci sono momenti di rivolta, c'è tanta sopportazione, ma il tutto è intriso di rassegnata benevolenza; e questo non solo perché Mary Lee "è una persona gentile (... se non posso ridere e scherzare con te, se non posso essere carina e amichevole, meglio che lasciamo stare)", ma perché "una vita fa Mary Lee contava sul fiume per proteggerla da quelli che amichevoli non lo erano affatto. (...) Il suo fiume è un forte Dio bruno, (...) Eterno, Silenzioso, Dà la vita, e la prende senza esitare. E' la forza che ha plasmato il mondo di Mary Lee. (...) Ci sono persone che passano la vita a opporsi a ciò che le limita. Mary Lee ce l'hanno battezzata nell'acqua che la limita. Per lei è un dono, e per ciò che le è dato rende grazie."

Questo lungo racconto riporta alla mente un grande romanzo italiano: Il Mulino del Po. Come nel libro di Riccardo Bacchelli, anche qui si parla degli umili, delle vittime, e lo si fa come lo fece il conservatore e cattolico Bacchelli, con nostalgia, quasi per dire: la vita era migliore allora, quando si era isolati, non si poteva andare a scuola, si era poveri e si subivano le prepotenze dei bianchi, ma almeno si viveva protetti dal grande fiume (qui l'Alabama, là il Po), in una vita tranquilla, senza tempo. Ma la storia avanza, caro Moehringer, e lo sfruttamento dei neri, dei contadini, dei "dannati della terra" non può essere la banale occasione per fare del folclore, per vincere, immeritatamente, un premio Pulitzer con un racconto hollywoodiano.

Perché non leggerlo ? Banale, meglio il Mulino del Po.



Apprezzamento Basso
Da non rileggere
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rikipedia.it Sat, 18 Jun 2016 00:00:00 +0100
<![CDATA[L'uomo dell'istante]]> http://www.rikipedia.it/recensioni/Luomodellistante L'uomo dell'istante

Dalager Stig



Anno: 2013
Pagine: 398
Editore: Iperborea

Letto in italiano
Finito di leggere il 11.06.2016

"La mia malattia è mortale e la morte è necessaria alla causa cui da tempo dedico tutte le risorse spirituali, per il quale io solo potevo combattere e io solo sono stato designato". Dalager immagina che con questa frase Soren Kierkegaard sintetizzi la diagnosi del suo male, e il suo destino, nel momento in cui si fa ricoverare in ospedale a Copenaghen, nel 1855. E' un uomo finito: solo, ridotto in miseria, disprezzato e deriso dai concittadini, perseguitato dalla chiesa luterana, che lo considera un pazzo ed un eretico. Nella sua breve vita, era nato nel 1813, Kierkegaard ha prodotto una mole enorme di scritti, i quali ruotano intorno ad un concetto rivoluzionario, per allora e pure per oggi: l'essenza dell'uomo sta nella scelta e nell' "ardore di libertà" che la sottintende. "Se un uomo potesse mantenersi sempre sul culmine dell'attimo della scelta, se potesse cessare di essere un uomo, se nel suo essere più profondo fosse solo un aereo pensiero, (...) sarebbe una stoltezza dire che per un uomo può essere troppo tardi per scegliere, perché, nel senso più profondo, non si potrebbe parlare di una scelta". Tuttavia l'uomo "corre costantemente in avanti e pone ora in un modo ora nell'altro i termini della scelta, sì che la scelta nell'attimo seguente diventa più difficile, (...) perché quando la scelta si rimanda, la personalità sceglie incoscientemente, e decidono in essa le oscure potenze". Per evitare di essere trascinati occorre scegliere sé stessi, "come spirito libero (...) nato dal principio fondamentale della contraddizione, nato per il fatto di aver scelto se stesso. (...) Questo lo preoccupa eppure deve essere così: infatti quando l'ardore della libertà si è risvegliato in lui,(...), egli sceglie se stesso e la lotta per questo possesso come per la propria suprema salvezza, e questa è la sua suprema salvezza". (Aut - Aut pagine 39, 40 e 93 Ed. Mondadori 1956). Non era facile romanzare la vita di un filosofo apparentemente estraneo al suo tempo, quasi fuori della realtà, che si interessa di un altro mondo, la coscienza. Dalager ci riesce brillantemente perché Kierkegaard è colto in una situazione di estrema debolezza, nei giorni che precedono la morte, quando il coraggio di vivere è ormai solo legato al ricordo, non all'istante. "Per lui il ricordo è estremamente giovane, come acqua che scorre serpeggiando attraverso il deserto della vita, racconta sempre la stessa cosa e lenisce le sue pene, (...) ma il suo rammentare non è quello dei vecchi, quello delle cose lontane nel tempo. Per me (scrive Kierkegaard alla sua amata, Regine) ogni contatto armonico tra l'idea e la vita si trasfigura istantaneamente nel ricordo. (...) Nel ricordo (aggiunge Dalager) c'è qualcosa di lontano che ha perso il bruciore della pena e mantenuto la dolcezza della malinconia". Ormai moribondo, debole, costretto a subire umiliazioni come tutti i malati terminali, ridotto alla sua fragile natura corporale, con la mente Kierkegaard ripercorre le tappe fondamentali della vita: il padre severo ed autoritario, una madre affettuosa che morirà troppo presto, i tanti fratelli e sorelle che non arriveranno ai trent'anni; gli studi promettenti ma che già indicano un allievo indipendente e troppo brillante; il fidanzamento con Regine e la decisione di romperlo (l'episodio centrale della sua vita e al quale tornerà continuamente con il ricordo); il soggiorno a Berlino, ufficialmente per seguire delle lezioni di filosofia tedesca, ma in realtà per scrivere disperatamente e in solitudine; ed infine l'ultimo periodo di vita, sempre più intriso di spiritualità e di fede, ma sempre più critico verso le autorità ecclesiastiche e la religione ufficiale. Alle lunghe digressioni biografiche, spesso sostenute da testi delle opere di Kierkegaard, si alternano scorci della vita di ospedale, che ci riportano alla condizione di malato terminale e sofferente. "Nel buio sente una mano che lo soccorre e lo aiuta a sollevare il suo corpo gracile quel tanto che basta, (...) per un attimo pensa di nuovo di essere prossimo alla morte. Invece cede ad un sonno profondo che lo conduce in una recondita stanza dell'anima, simile alla camera della sua infanzia (...) ma diversa, perché lungo le pareti ci sono i letti di tutti i suoi fratelli e le sue sorelle (...) voci e risate si confondono. finché all'improvviso appare la madre che canta loro qualcosa per addormentarli. (...) Dove stai andando ? gli chiede la madre. Verso la mia morte. E già qui, risponde lei, sei nell'eternità."

Il racconto è scritto molto bene ed è questo il suo pregio fondamentale. Il suo difetto consiste nella natura spuria dell'opera: non è una biografia, perché c'è troppo di romanzato, cominciando dal brillante espediente letterario di Kierkegaard morente; non è una sintesi del pensiero del filosofo danese, anche se spesso Dalager si inoltra nell'illustrazione dei principali scritti, e ciò rende il racconto prolisso e complesso; non è un romanzo, perché è carente l'analisi psicologica del protagonista e i personaggi sono appiattiti nella loro dimensione storica. In particolare non è approfondito un tema di grande interesse: dalla narrazione emerge come Kierkegaard rimpianga le scelte compiute, in particolare la rottura del fidanzamento con Regine. Voler scegliere crea angoscia ed è meglio farsi trascinare dagli avvenimenti, ciò è parte del pensiero del filosofo danese. Ma perché Kierkegaard ha compiuto certe scelte, che poi in qualche modo percepisce come sbagliate per la sua felicità ? Che cosa gli ha impedito di dare concretezza all'amore per Regine ? Gli era sufficiente fantasticare e scriverne, come fece nel Diario del Seduttore, peraltro senza alcun rispetto per Regine ? Non c'è in Kierkegaard un narcisistico desiderio di manipolazione e di compiaciuta superiorità che lo rende più simile ad un cinico seduttore che alla nobile figura morale che pretenderebbe di essere ? Sarebbe stato interessante indagare questi aspetti del carattere e della vita di Kierkegaard, perché ne sarebbe risultata una personalità ben più complessa di quella che emerge da questo romanzo.

Perché non leggerlo ? Non è un' introduzione a Kierkegaard, è una via di mezzo che lascia insoddisfatti.



Apprezzamento Medio
Da non rileggere
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rikipedia.it Sat, 11 Jun 2016 00:00:00 +0100